Per "L’antologia ragionata" (Collana Gialla, Pordenonelegge-Samuele editore) a Mario Santagostini - nota critica di Rossella Pretto

Per L’antologia ragionata (Collana Gialla, Pordenonelegge-Samuele editore)
a Mario Santagostini
Parti dai dati. Senza sapere nulla. Un gioco, magari, perché leggere Santagostini ti piace anche per gli esperimenti a cui chiama. Meglio: che innesca in te. Senza che ci sia la di lui volontà.
Partiamo
allora dall’inizio e quindi dalla prima apparizione di un nome per
ricostruire una mappa. Come non avendo letto nessuno dei libri da cui
i testi sono tratti. La prima via che compare è Teodosio, che è
quella che comincia da metà di via Pacini, in Citta Studi a Milano,
e arriva dritta alla fine di via Palmanova, che poi diventa via
Ruggero Leoncavallo. Accanto, là in fondo, vi è la ferrovia. Poco
più in là il parco Trotter.
Santagostini
inizia da qui.
Da
dove viene quella giornata di pioggia quasi calda, si chiede.
E la
circoscrive al luogo detto, con in più una figura: quella del padre
che «aspetta la voglia di essere me stesso».
Un
ricordo d’infanzia? Un ricordo, meglio, perché parte da quando lo
scrive e arriva a quando lo riscrive. E da dove arriva? Dal 1990 al
2025, ma parte da prima. Qualcosa arriva da un punto/tempo
imprecisato e lo porta.
Così chiede il poeta: «poi, portami».
Chi
parla e a chi si rivolge? Chi chiede di essere portato dai figli?
Sembra essere qualcuno che arriva da un prima del figlio per essere
portato ai figli dei figli, per guadagnare una distanza «Come il Dio
agostiniano, anzi: qualcosa di più».
Neanche a dirlo che Agostino è
celebrato il 28 agosto, giorno di nascita di tuo padre.
Si
passa a un testo in prosa dove lo scenario si apre in piazza
Malservizi, l’odierna piazza Gobetti, e cioè più verso Lambrate,
dietro l’attuale stazione. Il giovane operaio mangia seduto nella
piazza, lui che accompagna il padre cieco alla Scala e, grazie
all’ascolto sviluppato, riconosce nella quarta sinfonia di Mahler
alcune note dell’Internazionale. È musicale la sua mente, che
distingue una domenica del ’36 da una del ’38 o da una più
lontana, essendo lontano e lontananza, osservare e osservanza le sue
parole preferite. Mario Santagostini è nato a Milano nel 1951. Se
non ci fosse la nota a spiegare che questo vorrebbe essere il padre
da giovane potremmo supporlo ma non esserne certi. Epperò la
certezza c’è, ormai.
Transitiamo
per l’estate del ’41, un viaggio verso le spiagge adriatiche, con
gli sfollati, le donne a guidare i tram e gli assenti nelle scuole:
figli di ricchi o ebrei – chi, insomma, aveva ancora qualcosa da
perdere e non poteva essere prono all’obbedienza. Il tutto mentre
al campo Giuriati, sempre a Città Studi, dietro al Politecnico (ma
Santagostini lo dice fuori città e quindi sbagli tu che non sei
milanese o forse all’epoca era fuori città), l’io parlante dice
di aver conosciuto uno che conosceva Lenin. Forse Bruno Fortichiari,
politico tra i fondatori del Partito comunista d’Italia. Questo -
la conoscenza di Lenin - per forza di cose non poteva avvenire dopo
il 1924, anno di morte del politico russo. Ma può collocarsi fino al
1981, quando è morto Fortichiari. Il viaggio è verso le spiagge
adriatiche o lungo i tempi? Santagostini scrive: «Mi fermo qui. Ho
raccontato troppo».
E in nota chiarisce che proprio lui ha
conosciuto Fortichiari che gli ha raccontato qualcosa di quei tempi.
Comunque, i tempi collassano nei luoghi o viceversa, soprattutto
viceversa. O no?
E
andiamo avanti: siamo ora tra chi vede la città come dall’alto, ma
non sta in alto. Piuttosto in una specie di regno di mezzo, tra calce
e spiriti, «presenti in torbide, occasionali stanze / del cuore e
della mente...».
Inizia allora il frammento di racconto su un
tedesco in fuga dopo la Liberazione, un tedesco che rimase a radunare
ragazzi per insegnare loro canzoni. Sarà stato un maestro di musica
itinerante, prima della guerra, si chiedevano gli anziani. Chi lo sa,
comunque non è tornato, si è sposato e vive a Varese. Segue il
nome. Altro conoscente/amico.
La
seconda sezione, una decina di poesie, riparte dal padre. Stavolta è
sul letto di morte. Forse come chi sta per tornare. «E per un
attimo, in chi assiste passa / un sottile senso d’invidia». Gli
spasmi si risolvono in quel movimento gioioso ed euforico. Una
contraddizione che fonda lo spazio dove abitano i vivi e i morti.
Nonostante Santagostini non lo capisca, lo dirà alla fine. Perché è
altra la sua posizione.
Arrivano
i casermoni Gescal - «rimesse, capolinea, cave: contenitore / di
dolori, morsi» - luogo di patimenti modulati da uno dei pensieri
dello Zibaldone
di Leopardi - e poi una discarica che è quasi una porta epifanica:
lì tornano a nutrirsi i gabbiani e il poeta pensa «che non ti vedo
da mesi, che oggi è quasi / il 23 d’aprile, San Giorgio...».
Tornerà qualcun altro? Chi? Non lo dirà. Segue una poesia dedicata
a Giancarlo Majorino, ambientata alla fossa dei serpenti (sempre in
nota: l’incrocio a nord tra Cinisello e Sesto san Giovanni, un
luogo pericoloso): la grandine, il Seveso tracimato che riporta su
dalle cantine una quantità di materiali, poco più in là un
magazzino della Metro, anagramma di Morte, spopolato in agosto. Il
poeta ci andrà spesso: nell’ospedale lì vicino è morto il padre.
E
poi un respiro perché, nello sfinimento, l’altra parte del cuore è
l’infinito. E una leggerezza nell’andare, nel non voler essere
visto nell’andarsene. Quell’andarsene da flanêur
in camicia gialla e volto teso (non lasciamoci ingannare da quel
flanêur,
comunque sia). E il desiderio di sverbalizzare il tutto, troppo
carico, perché resti soltanto «l’ostinazione perché qualcosa /
torni». A qualsiasi costo, qualsiasi cosa sia quel qualcosa,
qualcuno. E forse qualcosa è giusto. Purché torni.
E
arriva il Lied, da riportare per intero:
Ah, dolce terra dove
potrai dire – qui
ho concepito, qui fui concepito...
dove una strada
se non è interminabile non è una strada,
non ancora, e tutto
vuole esistere come lo vede Dio: copia,
e creatura dell’immenso
piacere di non essere stato.
L’idea
del bene
allora si misura nel pensare una casa, al lavoro che ci vuole, a
quell’esistere indipendente. E il pensiero sconfina nei morti, i
cui corpi, in qualche modo e per qualche tempo, continuano a
generare, ma poi si abbandonano alla degenerazione: in quella
consiste la vittoria più immensa e paradossale della vita, «nella
moltiplica / delle moltipliche di se stessa»: nell’atrocità
estiva della morte vi è la ripresa, afferrabile come bene ed
esprimibile solo nell’analogia: la poiesi della poesia.
Finora
siamo andati da Città Studi a Lambrate e poi nei pressi di Cinisello
e di viale Zara. Proseguiamo avvertendo la punta del malanimo.
Passano quattro poesie prima di arrivare a un luogo – diverso -: ci
spostiamo. Quartiere Zingone, a Trezzano sul Naviglio, e dunque a
sud-ovest di Milano. Finora, è la prima volta.
«C’erano Paolo
Farina e Anita Griffini, poi una terza figura, che non ricordo bene.
Forse una Mandelli. O non c’è stato nessuno».
Chi è il terzo che
ti cammina a fianco? Non si ricorda. Forse. Oppure no. E poi ecco un
biglietto. Arrivato in ritardo. Dove si annuncia «una giornata unica
/ interminabile» (come le strade, potresti dire e dici), che è poi
quella della poesia precedente: «Dicono le scritture: di tutto
rimarrà una sola città con Dio al centro, in una giornata unica,
interminabile».
Nell’interminabile viene abolito il tempo. E
allora il luogo diventa quello del Purgatorio
(in epigrafe il canto XVIII, cioè quello degli accidiosi) - questo,
dove si arriva, come i figli dell’io parlante che possiamo
individuare in Santagostini, che non sa se abbiano resistito
all’arrivare, come l’abbiano fatto, «Se hanno resistito / a me,
alla madre, all’universo, / e quanto a lungo».
Cos’è che
resiste, perché? È funesto il dì natale, o cosa? Ci sono strane
euforie nervose. Non sai dire perché. «Sono già le euforiche /
gioiosissime, pure contrazioni / di chi sta per tornare»?
Quelle del
padre morente della poesia “13 aprile, del ’97”, quella che
abbiamo detto? Più ci pensi e più afferri sempre più
imperfettamente i fenomeni che accadono. Liminali e accaniti. Quello
che sai è che c’è dell’astio. Ma questo lo sai uscendo dal
campo di gioco perché già vedi profilarsi la Felicità
senza soggetto,
durissima, anche se non qui. Ma imbocchi la porta con questa poesia,
per andare oltre:
Certo,
adesso non amano la luce,
e nemmeno c’è una luce
che li ha amati:
zoppicavano dentro una rissa becera
tra pochi anni e l’eterno.
E l’eterno ha perso.
Chiunque tu sei, dismetti
la certezza che la vita
è stato il loro momento migliore.
«Sono
tornato a Cinisello» apre questa manciata di poesie senza soggetto,
ma con un io che si declina a lungo. Stare in luce garantisce una
sorta di sparizione?
Fa caldo, molto, afa, in quest’eterna domenica
che si limita e in cui sembra che non ci sia altro che domandarsi di
cosa è fatto un corpo, «se merita / soltanto la vita, o già
altro».
E cosa? Appare come un incubo l’inanimato, questa lotta
tra caduti. C’è l’Olona non ancora interrato, siamo nel ’60.
Nel dopoguerra il fiume diviene uno dei più inquinati d’Italia e
così comincia il suo interramento. «L’odore dell’acqua oleosa
per la benzina / arrivava fino a uno, due isolati / più lontano.
Anche allora, vapori d’agosto nei cortili. / Pensavo: non amo me
stesso, / amo questi anni, / la loro felicità senza soggetto».
E
allora da sud, o ovest, risaliamo subito dopo a viale Sarca, a nord,
al bar dove un giovane cerca un passaggio verso la camionabile, e ci
sono dei ciechi, le mosche: c’è qualcosa di meglio di essere vivi,
si chiede il poeta.
La domanda va e chissà se verrà risposta. Ciò
che torna è anche il ricorrere delle figure, dei motivi. Chissà se
arriverà risposta anche per quella della poesia precedente in cui si
avverte tutta la pena dell’infinito che si sporge sulla sua paura
dell’inanimato. Serve un dizionario minimo, le parole arrivano come
dopo una caduta, servono lettere per annunciare un arrivo, una
somiglianza che denoti una prossimità di qualche genere. Non più
una lontananza? Ci sarà tempo per arrivarci.
«E di sicuro ci sarà
tempo / Per il fumo giallo che scivola lungo la strada / Strofinando
la schiena contro i vetri; / Ci sarà tempo, ci sarà tempo / Per
prepararti una faccia per incontrare le facce che incontri»,
eccetera eccetera. Ma questo è l’Eliot di Prufrock, che tra
l’altro ha in epigrafe l’Inferno XXVIII: «S’i’ credesse che
mia risposta fosse / a persona che mai tornasse al mondo, / questa
fiamma staria senza più scosse; / ma per ciò che giammai di questo
fondo / non tornò vivo alcun, s’i’odo il vero, / sanza tema
d’infamia ti rispondo».
Bonconte da Montefeltro ci introduce,
magari a proposito, al Libro
della lettera arrivata, e mai partita,
senza aggiungere molto altro, se non quel corso da wasteland
che dà l’avvio alla sezione della «gente perduta, e ritrovata»
per cui «un giorno, forse, / avrai più di una vita da lasciare. /
Ma una, da ricordare. // E avrai più ore, di quelle che hai
passato».
Ecco l’Alfonso, in due riprese. Perché io? si chiede il
poeta, Perché io destinatario, l’interlocutore sognato di queste
visite? C’è una finestra (teologica). Vai un po’ di fretta, la
stanchezza si accumula e anche tu vuoi diradarti, tornare alla
sintesi: leggetene voi, ma con cautela e a piccole dosi. La poesia, e
Santagostini, richiedono forza, capacità di sostenere il viaggio
delle lettere che chissà da dove vengono e se sono mai partite.
Torna
l’Olona, tornano tanti luoghi, come in un movimento di macchina da
presa che torna all’origine: «il fulmine, quando torna alla sua
nuvola». E prima, «l’albero che diffonde la collera e poi la
pace». Il melo, e cioè il malus?
O la conoscenza, e la scelta della conoscenza? Insomma: cos’è la
vita, quale la separazione o la contiguità con l’inanimato, c’è
qualcosa che sia anima? Domande, domande, e aperture, sospensioni di
un giorno interminabile e, in qualche modo, malevolo. Dolce come il
miele. O sbalordente come un Nome
di paese: Ascensione.
Siamo alla fine. Dove la lettera, per ora, posa. E non hai cuore per
dire cosa voglia dire, cosa voglia significare. Solo che non ha
destinatario: «Decidi tu chi essere, chi non essere. Se rispondere.
Non rispondere mai. Aspetto».
Ripeti: leggetela voi. Perché tu sai
solo, ora, che quelle strane euforie nervose di chi sta per tornare e
«aspetta la voglia di essere me stesso», da cui eravamo partiti,
sono quelle di chi è stato radice che si innesta in te, con una
prossimità ormai ingestibile che non ha più corpo che si frapponga.
E così, con le tue parole:
mi batte l’ombra addosso
mi travolge la torre amara del tuo andare
non so vedere, martella grave la città
nella tromba di tevènto
ti arrocchi nel naso tremando salso
distenditi nel rinato che viene
a dire sogni di nerviassàlti
aggranella voci di crochi o
bruscàndoli
punte di vespe asciugano il mio sangue
(cola, si arrende alle lussurie dei colli -
pescano nel sotto arruffando il bianco)
bianche mani d’infanzia
tra vene aperte di vetro
in spudorato avvinghio
a tenerti in me - ostesa
fino al prosciugamento del velenomòndo
(appartenendo)
(Rossella
Pretto)
NOTIZIE BIOBIBLIOGRAFICHE
Mario
Santagostini
è nato a Milano, dove vive, nel 1951. Ha esordito ventenne con la
raccolta Uscire
di città,
(Ghisoni, 1972, Stampa 2009, 2012). Questi gli altri suoi libri di
versi: Come
rosata linea (Società
di poesia, 1981), L’Olimpiade
del ’40
(Mondadori, 1994), Nuove Poesie (NEM, 1998), L’idea
del bene (Guanda,
2001), Versi
del malanimo (Mondadori,
2007), A. (Lietocolle, 2010), Felicità
senza soggetto (Mondadori,
2014), Kafka in Palestina, nel 1931 (Stampa 2009, 2016), Il Libro
della lettera arrivata, e mai partita (Garzanti, 2022), Nome di
paese: Ascensione (Fallone, 2025), L’antologia ragionata (Gialla,
pordenonelegge-Samuele editore, 2025).
Ha inoltre scritto il
saggio Manuale
del poeta (Oscar
Mondadori) e curato l’antologia I
poeti di vent’anni (Stampa,
2001). Ha tradotto dal latino (Inni
Ambrosiani, Inni Cistercensi)
e dal tedesco (Goethe, Kleist, Chamisso). Ha collaborato alle pagine
letterarie e artistiche di vari quotidiani.
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Rossella
Pretto
(Vicenza, 1978) poetessa, traduttrice e scrittrice, ha pubblicato il
poemetto Nerotonia
(Samuele Editore, 2020) e il diario di viaggio scozzese La
vita incauta
(Editoriale Scientifica, collana S-confini diretta da Fabrizio
Coscia, 2023), entrambi ispirati al Macbeth shakespeariano. Di Alice
Oswald ha curato e tradotto Memorial
(Archinto, 2020) e Nessuno
(ETS,
2024). Ha curato l’edizione delle traduzioni sofoclee di Seamus
Heaney, Speranza
e Storia
(Il Convivio Editore, 2022), La
Terra desolata
di T.S. Eliot nella traduzione di Elio Chinol (Interno Poesia, 2022)
e scritto il profilo biobibliografico dedicato a Karen
Blixen, Il coraggio, l’amore e l’ironia
(Ares Edizioni, 2024). Suoi articoli sono apparsi e appaiono su
diverse riviste e quotidiani.

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