(Redazione) - Anfratti - 14 - Ipotesi di ricordi (trasloco da Colonia a Norimberga in un alloggio provvisorio)
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| Di Alessandra Brisotto |
Le scale ripide e pesanti sulle mie spalle conducevano al terzo piano dell'edificio, intervallate da tre finestre chiuse alla buona. Sulla superficie apparivano, in basso un giardino spettinato e incolto e in alto, a tratti e schegge, i tetti della città.
Qualcuno li aveva ritagliati dal cielo con forbici cupe e smerigliate. Chissà quando.
“Una città con i piedi per terra. Di pietra e lavoro. E la città di vento?”
Quasi scorgevo sullo sfondo, laddove le luci si spegnevano con la lontananza, la mia Colonia volante.
L'aria gelida che filtrava dalle fessure di quelle finestre-pause tra le rampe delle scale non era leggera e non volava ma mi schiacciava, spaventandomi le gambe.
Forse era la stanchezza. O la neve incrostata e dura.
Arndt proseguiva il suo percorso meccanicamente, dosando le forze per raggiungere a filo il terzo piano, la soffitta dove abitava.
Lo guardavo salire in silenzio, ascoltando la strana nenia dello scricchiolio delle sue scarpe sul legno umido e sciupato.
Non percepivo i suoi passi dietro i suoi.
Lo seguivo abbracciata alla stanchezza, in sintonia con il gelo e le risa dei bambini zampillanti dal primo piano, attraverso il portone nobile tra le due finestre-pausa, dietro un ammasso di scarpe e scarpine.
Improvvisamente una porta a rete e una piccola luce accesa.
Tutte le pause erano finite.
Cominciava qualcosa.
Il pavimento in legno a liste lunghe e ruvide non era facile da pulire. Provocava brividi alla schiena, quasi come quando strisciavo una scarpa sul tappeto o come quella volta in cui un'auto impazzita era passata a duecento all'ora a semaforo rosso sfiorandomi la macchina e la spina dorsale.
Dentro.
Sembrava di stare in terrazza, ma una terrazza senza casa. Una tutta terrazza che però non lasciava intravvedere nulla.
Faceva buio.
Il corridoio conduceva in diverse stanze separate da molte porte, una scarpiera e scarpe, un frigo, un mobile così, forse un “appoggiatoio”, una tanica verde militare contenente l'olio per la stufa ad olio, due sedie di bambù e in fondo a tutto questo un televisore piatto. Anche una ciotola di cibo per cane.
C'era anche un cane.
La mia stanza, che non sarebbe mai stata mia ma in usufrutto per un mese e mezzo, era l'ultima in fondo a tutto questo. Sulla sinistra. Sulla sinistra della terrazza-casa.
Faceva freddo. Freddo dentro e fuori. Freddo ancora di più dentro pensando a tutto ciò.
Karin aveva gli occhi blu e una minuscola coda di cavallo, l'unico accenno di femminilità.
Viveva con il cane, il cane femmina, Dafne, nero, con gli occhi neri e luminosi, più luminosi dell'olio che Arndt aveva fatto colare nel foro della stufa nella mia stanza, in fondo al corridoio.
Poi aveva acceso un fiammifero, aveva dato fuoco ad un pezzetto di carta speciale per stufe e l'aveva gettato nel foro.
Del fumo nero e una fiammata erano fuoriusciti lasciandomi perplessa.
Perché quella stanza?
Faceva freddo. Tutte le sue cose stavano sparse, inconcludenti, per tutta la camera. Sacchetti e scatoloni colmi di libri, vestiti, documenti, pentole e dell'odore della mia casa di Colonia.
Ancora per poco.
Un odore più forte si era appropriato delle mie cose.
L'odore di Norimberga.
L'odore di un vecchio edificio, il riassunto della mia storia.
Io a velocità elevata.
Katrin mi aveva guardata e disapprovata.
Lei era il capo dell'appartamento. Il capo segreto. L'uomo.
Arndt lo era ufficialmente. Aveva firmato il contratto con il proprietario dell'appartamento.
Ma questo non basta.
Non basta una firma per non essere calpestati. Non basta per essere rispettati.
La mattina successiva mi ero alzata presto.
La neve dura aveva seccato la strada, gli alberi vivacemente morti e le gambe dure dei pochi passanti.
Dura era la città.
L'aria fredda si era posata sulle coperte, sui sacchetti e gli scatoloni, sulla stufa ad olio spenta per paura di quella tubatura titubante.
Sono corsa al bagno con la fretta di chi vuole arrivare per prima, prima di un altro. Poi la fretta del freddo. Nuda, nel bagno privo di riscaldamento. Nuda, in quell'appartamento così diverso da me.
Mi sono vestita annaspando sulle calze e i pantaloni, attanagliandoli e ficcandomici dentro affamata di calore.
Ma ero nuda.
Anche se vestita ero nuda e fredda come la neve.

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