(Redazione) - Il Femminile - 04 - a proposito di Antonia Pozzi: poeta dell’infinito

di Patrizia Baglione

Nata a Milano nel 1912 da una famiglia facoltosa, Antonia Pozzi studia al liceo classico ‘Manzoni’. Le sue possibilità familiari, offrono all’autrice molteplici stimoli culturali, tra i quali la frequentazione di un circolo sociale esclusivo e un palco riservato alla Scala. Antonia viaggia: Italia, Germania, Inghilterra; ma il momento davvero più felice della sua breve vita, risale nel 1930, quando decide di iscriversi alla facoltà di filologia. In questa occasione, avrà modo di conoscere i più importanti autori del panorama milanese, tra cui Vittorio Sereni; ma resterà particolarmente colpita dal docente di estetica Antonio Banfi, con cui si laureerà nel 1935.

Abbandonati in braccio al buio
monti
m’insegnate l’attesa:
all’alba – chiese
diverranno i miei boschi.
Arderò – cero sui fiori d’autunno
tramortita nel sole.

Antonia ama fare lunghe passeggiate, prende spunto dalla natura – cerca quei rari momenti di serenità.
La morte, però, è un elemento ricorrente nella su anima

Guardami: sono nuda’ di Antonia Pozzi è una vertigine a picco sullo stato di sofferenza. In questa raccolta, curata da Ernestina Pellegrini, emergono profonda sensibilità e sensualità dell’autrice: 
«Stanotte un sussultante cielo / malato di nuvole nere / acuisce a sprazzi vividi / il mio desiderio insonne / e lo fa duro è lucente / come una lama d’acciaio».
Versi che bruciano come neve al sole; un passaggio rapido all’Eros per precipitare nell’immagine finale di morte. La nudità descritta dalla Pozzi, è quella di un corpo troppo magro e pallido, corpo che lei stessa non è mai riuscita ad amare. Questo verso, poi, che da il titolo all’opera, somiglia quasi ad una macabra profezia: Antonia verrà ritrovata nuda in un fosso gelato nella campagna di Milano.
Leggere la Pozzi significa partire per un viaggio viscerale e tornare completamente trafitti. Non esiste via di salvezza, se non quella di continuare a sfogliare una pagina dopo l’altra: «Per troppa vita che ho nel sangue / tremo». Una spiccata capacità di mettere su carta un’esistenza totalizzante: amica e a tratti avversaria — vita che ha scelto di abbandonare a soli ventisei anni, ma che a noi, oggi e domani, risulterà eterna.

Nuda come uno sterpo
nella piana notturna
con occhi di folle scavi l’ombra
per contare gli agguati.
Come un colchico lungo
con la tua corolla violacea di spettri
tremi
sotto il peso nero dei cieli.


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