Cinque inediti di Davide Colacrai

Lessicografia della carne 
(a tutte le donne che hanno conosciuto il malamore)

Fiore di melograno/ fiore di casa mia/
gli ho dato la mia mano/ lui mi ha portato via/
fiore di margherita/ fiore di una bugia/
gli ho dato la mia vita/ è stata una pazzia (1)


La ricordo ancora, la notte che mi rubava gli occhi,
grande come la mano che l’ha generata,
tangibile come il dolore figlio,
e senza stelle

una notte che nessuna sillaba avrebbe potuto pesare
nel suo trascendere ogni provenienza,
già oltre a quello che stringiamo in fondo, o di lato, al cuore,
e troppo vicina alla morte

definita come un asintoto d’amore,
un cirri di sangue,
quasi una vena di traverso sul volto a mimosa di Dio,
misurava i sogni solo se facevano male
e quando.

Pulsava il silenzio dove il mio nome era divenuto brina,
tra le mani il legno del mio ventre
ancora umido di liquido amniotico e contorni,
si lasciava stringere come fosse la mia croce, con pudore e disperazione

la lessicografia della carne in una lacrima.

La ricordo ancora, la notte che smarriva la mia chiave,
la bocca una vigna a mezzanotte,
i seni il mio ultimo giuramento al cielo,
le gambe il dolore della pioggia.

Era una notte che scontornava i miei occhi
fino a renderli cavi,
due fossi di mare, senza ombra, stretti e quasi di confine

un esilio dalle poche cose buone, e da me.
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Eva ha due papà
È un istmo che salda due sogni d’uomo, Eva,
in un’ora d’acqua
indefinita come l’orizzonte,
nel suo aver bucato la parentesi di due vite in un cuore
e aver smosso zolle di preghiere
-terra dopo terra

sangue a sangue-
a forgiare molliche di carne in un corpo di donna,
dove l’ambra di un’alba esilia l’ombra
al nutrirsi instancabile di due api
della polpa che i grappoli penduli di un glicine
portano in grembo.

È il nome che si compie, Eva,
in una perfetta simmetria d’amore
dove tutte le variabili di due uomini combaciano,
nel suo aver tracciato la spuma congiunta di un’esistenza
e aver destato le lancette di un brivido
-cielo dopo cielo
miele a miele-
a liberare la radice di due semi in una nuvola d’argilla,
dove il vento accorda la sua voce d’arpa
al germogliare instancabile dei colori di Dio
che tingono il corpo al buio
di una notte d’airone.

È l’approdo di una magia esausta di silenzio e attesa, Eva,
morbido di rugiada
dall’odore della neve.
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Cercando Jonathan – dedicata a Jonathan Livingstone

Ti ricordi quando Jonathan raggiungeva quel cirro che vibrava
come labbra in preghiera
per diventare una eco lucida d’amore
nel pentagramma del cielo?

Spinto dal suo sogno,
che fosse un giorno muto di pioggia
o portasse con sé il profumo di un’alba morbida di promesse,
era lassù Jonathan
a fendere l’azzurro in ogni suo indugio;
forte come solo il desiderio sa essere,
libero tra le improvvisazioni
con cui ci sorprende, più spesso sfida la vita
forgiava traiettorie
che lo avvicinassero alle costellazioni del cuore
e un po’ più a Dio:
canti che spronassero gli innamorati, nel loro essere battezzati come folli,
a spezzare la malattia dei padri
per un nuovo comandamento, di creazione e di perdono,
lontano dalla fuliggine
con cui le ombre stringevano a terra quanto c’era di bello.

Lo vedi ancora Jonathan in quel punto laggiù
dove l’orizzonte è custode
degli angeli che vegliano sul nostro libero arbitrio
come un cavaliere sulla culla del mondo?

Nella sua scia d’argento
attraverso il vento che sfogliava le pagine della favola sul nostro comodino
con il corpo proteso verso l’oltre
dove i versi delle poesie sono nomi che abbracciamo
scivolava fra gli arcobaleni, Jonathan

e il mare, commosso come un bambino, sorrideva.
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La segreta genealogia della fragilità - dedicata a Mario Mieli
Appendo la mia croce alla notte
dove si allungano le ombre e si scioglie la mia nudità
tra bocche che crepitano come foglie d’autunno
il loro desiderio ad un sussurro
che coltello non è,
ogni bocca un talamo al cielo
che fiorisce di spine
per il mio nome che s’infrange liberamente
dove le stelle attendono,
ed io conto i chiodi
che ho tolto alla mia sorte
per celebrare il mio messaggio d’amore

nel fumo che si contorce come una serpe,
tra una sigaretta e l’altra,
da cui sembra svelarsi l’orizzonte come rondine al tramonto
mi scordo del mio corpo
e offro in matrimonio al mondo
in un brindisi che sa d’incesto e brivido,
ogni sigaretta una preghiera
alla pagina di un libro che mi risponde
prima che diventi carne
e il mio silenzio fragile come uva

e brucia il mio sangue
in un roveto di chiodi con cui assolvo l’uomo che sono
per le coordinate di nuova razza.

Appendo la mia croce alla notte
e sento spuntare dai miei fianchi umidi come scogli un’alba
che vince il Giuda stretto in questo sogno

un alito d’inconsolabile follia.

Quasi fossi una sposa prigioniera della propria innocenza.
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Si baceranno domani o forse mai
(Manzanillo, Cuba – 6 giugno 1961)

La costituzione veniva riscritta ogni giorno. Una cosa legale oggi,
era illegale domani. E, a volte, le cose ridiventavano legali improvvisamente, e così via. (2)

Imagínate! Erano anni quegli dove non potevamo respirare,
ogni moto delle nostre labbra, anche quello solo sfiorato, diventava una croce
sulle pareti delle nostre case
che ascoltavano, registravano e riferivano
e che corrispondesse a verità o meno non importava,
tacevamo quanto era possibile
e di notte si sentivano i pensieri ruminare
tra i pochi sogni rimasti
stretti nel soffocante ma necessario desiderio, che pochi lasciavano sconfinare in un ritornello a voce alta
e non si trattava quasi mai di coraggio,
di lasciare Cuba,
dimenticare quell’abisso ingordo
e piantare i nostri semi ancora buoni altrove,
quanto più lontano da Castro.
Alcuni convertivano il proprio guscio vuoto in un amplesso di farfalla,
ognuno costretto a inventariare ogni cosa che possedeva,
fare un resoconto doloroso e umiliante
che attraversava sussurro dopo sussurro il paese quando i lupi
comparivano ad alimentare l’inventario
perché ogni bene, anche il più insignificante, fosse lasciato allo Stato
secondo la fede insindacabile nella rivoluzione
e potevano volerci mesi, persino anni,
perché giungesse la benedizione, sempre per telegramma,
che lo liberava dalla quella terra, comunque madre, per renderlo figlio di un’altra (3)
altri, come me, credevano nel mare,
ognuno concentrato nella barca tra Santi che non conosceva
e la voglia di mordere la coda al diavolo,
la paura che alternava solitudine e speranza
e qualcosa di primitivo e infinito, tutt’oggi ignoto, che si muoveva dalle vene al cielo,
quasi un serpente di sangue che ribolliva nell’atto sublime dell’onda di dare una forma al cuore (4)
Volveremos! gridavano alcuni sguardi; abajo con Castro!
era il canto di altre mani, che della mezzanotte facevano nodi per non perdersi nella follia (5)
Eravamo ombre di una telenovela, umide come baci,
Erano anni quegli dove gli americani ci consideravano degli eroi - Imagínate!
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NOTE BIOBIBLIOGRAFICHE

Davide Rocco Colacrai - Giurista e Criminologo,(Kilchberg – Zurigo, 1981) partecipa da quindici anni ai Premi Letterari e nel frattempo ha ricevuto oltre mille riconoscimenti.
Tra gli ultimi, ricordiamo due Certificati di Eccellenza per “cultural activities and the promotion of literature in the world” rilasciati dalla Associazione Literary World Art, il Premio alla Carriera nell’ambito del Premio Internazionale “Carità è donarsi”di Massa, il Premio Universum organizzato dalla Universum Academy Switzerland (vinto nuovamente dopo dieci anni), il Premio Firenze Capitale d’Europa per la Sezione Legalità, il Premio alla Carriera nell’ambito del Premio Letterario “Talenti Vesuviani” di Napoli e il IV Premio Mundial A La Excelencia “El Aguila De Oro 2022” nella Sezione Letteratura come rappresentate dell’Italia.
Ė autore di dieci libri di poesia – l’ultimo D come Davide – Storie di plurali al singoloare Le Mezzelane Casa editrice, 2023.

Sue poesie sono state tradotte in inglese, in spagnolo, in francese, in russo, in albanese, in turco, in lingua cinese, in tedesco e in bengali. Nel tempo libero, studia arpa, colleziona 45 giri da tutto il mondo (ne possiede duemila), ama leggere, praticare sport all’aria aperta con il suo cane Mitty e viaggiare.

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NOTE

1 - Fiore di melograno, Mia Martini
2 - Si baceranno domani, Eduardo Santiago, cavallo di ferro, 2008
3 - La prima cosa che una famiglia doveva fare era richiedere un visto d’uscita. Ciò comportava una documentazione complicata che doveva essere supervisionata da un avvocato, o almeno da un notaio. A ciò sarebbe seguito un inventario completo di tutti i loro averi. […] Persino le famiglie con bambini, in cui gli oggetti si rompono e scompaiono di continuo, dovevano fare un resoconto completo prima di avere il permesso di andarsene. La procedura non era solo lunga, ma anche umiliante. La povera Cuca Soto, una casalinga qualunque che prima non aveva mai avuto a che fare con i militari, e mai si sarebbe aspettata di doverci avere a che fare, si era aggirata nervosa aprendo e chiudendo assetti per uomini con stivaloni neri e uniformi verde marcio, uomini che non aveva mai visto prima. Gli aveva mostrato i suoi ripostigli e i suoi armadi, lasciandoli guardare tra le sue cose più intime. […] Perché tutti sapevano che bisognava rendere conto di tutti gli oggetti nell’elenco prima di avere il permesso di lasciare il paese. Una volta fatto l’inventario, tutto ciò che vi era indicato apparteneva allo Stato. […] Venivi scomunicato dal tuo stesso paese. Non eri più un cittadini cubano, eri piuttosto qualcosa che somigliava a un verme viscido che strisciava lento verso l’inferno. Aspettavi il visto cercando di sopravvivere alla meglio. Potevano volerci fino a cinque anni, a volte anche di più, perché arrivasse. Nel frattempo, era praticamente garantito che [Cuca] sarebbe rimasta del tutto senza soldi. […] Una volta che il visto finalmente arrivava, era in forma di telegramma. Non con il solito postino che portava sempre i telegrammi, le lettere, i pacchi, ma attraverso un messo speciale nominato dallo Stato.
4 - La lista di attesa per i “voli della libertà” contava centinaia di migliaia di persone. Così prendemmo la nave di mezzanotte. Praticamente fuggimmo di corsa via da Cuba. […]
5 - Volveremos – gridavano. Torneremo. E le dita si posavano sulle labbra serrate, come a suggerire silenzio: quella era una parola antirivoluzionaria. […] Abajo con Castro! Abbasso Castro! Finalmente potevano urlare quelle parole che per tanto tempo avevano cantato solo nei loro cuori.
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