(Redazione) - "Bub von Knabensdorf - Nullus" - 05 - a cura di Alessandra Brisotto

 
A cura di Alessandra Brisotto

Bub von Knabensdorf nasce nel secolo scorso, la data esatta risulta incerta, in una cittadina della Turingia da una nobile famiglia tedesca decaduta. 
In seguito al suo atteggiamento scontroso, diretto e non raramente offensivo, perde un posto di lavoro dopo l’altro, cade in disgrazia e si ritrova a vivere sulla strada. Le avventure di Nullus, appellativo che gli viene attribuito fin dalla nascita, le scrive egli stesso in un taccuino alquanto consunto che reca sempre con sé. “Il mio tesoro inestimabile”, lo definisce. 
Alcuni capitoli, tradotti dal tedesco all’italiano ne narrano le vicende in ordine sparso, non cronologico. 
Il signor von Knabensdorf vive a Francoforte sul Meno, ora qui ora là, a seconda delle stagioni. 
Il più delle volte si può incontrare nel quartiere di Sachsenhausen.

(la curatrice - Alessandra Brisotto)
CAPITOLO V
Eau de Cologne 4771

No.
Non ero solo nella nostra villa di pietra e rovi – così mi appariva all’età di 9 anni – avevo un’amica, una consolatrice, una pseudomamma, una sorella maggiore che molte volte mi salvò la vita, accogliendomi nei momenti più bui, con le sue braccia che, sebbene tornite e forti, esprimevano una femminilità pura, dolce e protettiva. Era la mia balia, la dolcissima Tina (Albertina), l’unica in famiglia a non chiamarmi “Nullus”, a vedere in me la persona in fieri che i miei genitori non avevano mai scorto, essendo completamente assorti in loro stessi, nei loro drammi floreali e beverecci.

Foto K.I. Alexander, Albertina Beding (Tina)


Tina era la mia eroina, la mia donna ideale, con le sue forme soffici e latticine, come un cuscino su cui mi potevo addormentare senza il timore di venire attaccato da qualcuno. Allora aveva 30 anni, profumava di pane ed Eau de Cologne 4711, la fragranza che le aveva regalato mio padre al suo 21° compleanno.
Ne usava una goccia al giorno, solo una, in modo da non sprecarlo. La mattina presto, verso le quattro e mezza, si levava dal letto, si bagnava la faccia con l’acqua fresca già preparata la sera prima nel catino, sopra il comò, si asciugava ben bene, strofinandosi gli occhi e le guance con tanta foga, da renderle rossastre, vivaci e sfacciate, come due pesche maliziose. Svitava il coperchietto dell’acqua di Colonia, appoggiava l’indice della mano destra sulla bocca della boccetta, la capovolgeva velocemente come un’acrobata circense, per poi ribaltarla subito dopo, come se ogni secondo valesse 100 Marchi o la sua vita. Con la punta del dito indice profumato e umido, tamponava i due lati del collo, appena sotto e dietro le orecchie, annusava inebriata ciò che restava tra il polpastrello e l’unghia pulita, poi richiudeva la boccetta con cura, controllando due o tre volte di averla serrata bene.
Come lo so?
Non sono certo uno spione, tantomeno un guardone. In fin dei conti avevo nove anni e lei trenta.
Una sera mio padre si era comportato molto stranamente, più del solito intendo. Era apparso all’improvviso nel salone in cui ci recavamo dopo cena, per leggere un libro o guardare il fuoco scoppiettare nel caminetto. Il suo volto era sfigurato, tanto che a stento l’avevo riconosciuto. Era completamente fradicio, i suoi abiti gocciolavano quasi a indicarne la provenienza; infatti, la scia d’acqua lo aveva seguito dallo stagno di fronte alla villa fino a noi. Mia madre, Adelheid aveva smesso di leggere e lo aveva scrutato, con un’espressione in bilico tra l’incredulità e il disgusto, dalla testa ai piedi e dai piedi alla testa.
Io invece avevo fissato soltanto i suoi capelli unti e grondanti di qualcosa, stampato sul viso, sugli occhiali e sui miei ricordi fino ad ora.
– Sono caduto nello stagno – aveva sussurrato – ma non è colpa mia. Qualcuno mi ci ha spinto dentro. Non so chi, dato che è giunto di spalle. Per fortuna mi sono potuto aggrappare alle erbacce e uscire dall’acqua, altrimenti sarei affogato.
Mia madre non aveva proferito parola.
Io non avevo proferito parola.
Tina, che era entrata in quell’istante per portarci una tazza di cioccolata calda, si era catapultata su di lui, quasi urlando 
Oh, mio Dio, ma si busca una broncopolmonite! Per carità, venga subito a cambiarsi! Le preparo un bagno caldo e il fuoco nel caminetto.
Venga, venga, l’aiuto io!
Fino ad oggi mi domando perché mia madre non gli sia corsa incontro per aiutarlo, preoccupata per la sua salute, per il suo amore. Inoltre, perché io stesso non abbia detto nulla e me ne sia stato seduto ad osservare la scena senza muovere un dito.
Per vigliaccheria?
Ero un pusillanime? Un ranocchietto con le guance paffute pronto a scappare dalle situazioni difficili?
Dunque, mia madre non amava mio padre e, fatto ancor più terribile, sorgente dei miei eterni sensi di colpa, nemmeno io lo amavo.
Avevo imparato dai miei precettori che un figlio dovrebbe onorare e amare i propri genitori. Perché a me questo amore non fuoriusciva se non con le pinzette, in determinate situazioni e modalità che somigliavano più alla riconoscenza spicciola, dopo un regalo o un buffetto sulla guancia?
E Tina?
Lei amava mio padre?
Quella sera ero andato a letto presto, o meglio, ero stato mandato a letto presto. L’incidente di mio padre mi aveva traumatizzato, cosparso i mobili della mia stanza con paure, flutti d’acqua acquitrinosa, alghe, pesci malvagi e carnivori, vortici omicidi… Tutto ciò turbinava attorno al mio letto.
Non ero riuscito a chiudere occhio, per cui la mattina presto mi ero alzato stanchissimo, avevo aperto la porta della mia camera, con l’intenzione di controllare se mio padre fosse ancora vivo oppure non fosse sopravvissuto al tragico tuffo, e mi ero incamminato nella direzione della sua stanza. La porta era chiusa. L’aprii con tutta la delicatezza che avevo accumulato dalla nascita, concentratasi in quegli istanti sulla punta delle mie piccole dita, per non svegliarlo o disturbarlo. Mi avvicinai al bordo del letto, lo sentii respirare a fatica, emettendo una specie di rantolo stanco, di sbuffi umidi e irregolari. La sua fronte era caldissima e sudata.
Sporgendomi leggermente al di sopra della massa di coperte, mi accorsi di una seconda massa di coperte, più sottile e leggera, rispetto a quella di mio padre.
Qualcosa si mosse all’improvviso, per cui mi gettai sotto il letto, disteso, per il momento in salvo. 
Il secondo mucchietto si era afflosciato, aveva partorito due piedi e due gambe ben tornite, che si erano allontanate dal letto zampillando con leggerezza gentile e rispettosa. I due piedi scalzi si erano avvicinati al mucchio rimasto, li avevo sentiti domandare – Stai meglio? – ed erano usciti silenziosamente.
Dato che mio padre non aveva risposto, capii che stava ancora dormendo. Seguii i due piedi scalzi fino alla loro stanza.
Dal buco della serratura vidi Tina lavarsi il viso e profumarsi il collo con l’Eau de Cologne 4711.
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