(Redazione) - “Approdi” - nota critica a L’Atalante di Stefano Raimondi (Valigerosse Editore, 2024) di Sergio Daniele Donati


L’Atalante di Stefano Raimondi, edito da Valigerosse nel 2024, chiude con la maturità di un approdo necessario la Trilogia dell’abbandono, avviata vent’anni prima e proseguita attraverso Per restare fedeli e Il cane di Giacometti.
Il titolo, tratto dal film di Jean Vigo del 1934, non rappresenta mera citazione ornamentale ma vera e propria bussola lirica: la chiatta sulla Senna, il bacio subacqueo che rivela l’amato, il ritorno promesso eppure sempre differito diventano la grammatica stessa della raccolta.
L’acqua non è sfondo né metafora accessoria; è sostanza, respiro trattenuto, perdono fisico, promessa stretta come salvagente contro la deriva del silenzio.
Fin dal prologo – Anche le parole aprono i loro cerchi per tenere – si annuncia il gesto centrale del libro: le parole non descrivono, tengono, resistono, si fanno corpo contro l’affanno.
Da qui si dipana un discorso che trasforma l’abbandono della trilogia in immersione feconda, in fiducia verso i fondali della vita.
Il lettore entra subito in un paesaggio insieme intimo e cosmico, dove Ci sono sogni che a vederli fanno stare bene, altri per raccontarli, bisogna avere l’acqua intorno.
Il mare penetra i versi come sale, cicatrice, memoria fisica: Lo dicevi saltando, avendo paura, coprendoti gli occhi con il mare. L’abbandono non è più soltanto ferita dell’io, come nelle opere precedenti, ma condizione necessaria per la risalita.
Il perdono pertanto si configura come atto nautico, infantile e abissale insieme: I perdoni si chiamano per nome: / si tengono vicini come le barchette / - inseguite nelle vasche dai bambini - / che si allontanano, si sgridano / che si guardano nei cerchi perdonarsi / come da rotte fuoribordo / scendere, scendere e non sai più / se aspettarle dall’altra parte / o credere ai fondali. La ripetizione scendere, scendere è onomatopeica dell’immersione, del respiro che si trattiene prima di ogni possibile risalita; l’alternativa tra superficie e profondità definisce l’intera poetica.
Il lessico è deliberatamente tattile, corporeo, ancora una volta nautico.
I verbi tenersi, tengono, si tengono ricorrono con insistenza quasi liturgica, configurando amore e perdono come resistenza fisica contro la corrente: Si tengono le parole strette come salvagenti, Si tengono ferme le nostre identiche paure, Teniamoci a forza di tutto / come quando si nuota con il mare intorno, con l’affanno.
È una poesia che si fa con le mani, con il fiato, con il sale sulla pelle. Il campo semantico duale – acqua/sale/respiro da una parte, tenersi/si tengono/si fanno dall’altra – trasforma l’esistenza in ontologia liquida: si esiste solo immergendosi.
L’analisi timbrica e sonora rivela una tessitura straordinariamente calibrata, dove il suono non accompagna ma è il senso.
Le sibilanti /s/ e /ʃ/ dominano con ossessione acquatica – sale, scompare, silenzio, salvagenti, sbandate, fondali – evocando lo sciabordio costante, il sussurro dell’acqua che erode e conserva. Le nasali /m/ e /n/ unite alle liquide /l/ e /r/ creano un effetto di immersione prolungata: fondali nei polmoni, bracciate controcorrente, bolla d’aria.
Le vocali aperte /a/ e /o/ dilatano i momenti di apertura emotiva e di fiducia (come quel bacio d’acqua, bolla d’aria, respiro tolto in più), mentre le chiuse /i/ ed /e/ stringono la tensione del taglio, della cicatrice, del respiro sospeso (taglio della carta, cicatrici, capogiro).
Allitterazioni e assonanze si rincorrono con precisione quasi musicale: la sequenza si tengono genera una litania laica che scandisce l’intero libro, mentre le ripetizioni anaforiche (Ci sono…, Si fanno…, Si tengono…) mimano il moto ondoso, il ritorno ciclico della marea.
Il ritmo è libero eppure profondamente respiratorio: sequenze anapestiche e dattiliche riproducono il rollio delle onde (Si tengono le parole / strette come salvagenti), gli enjambement spezzano il verso proprio mentre il testo parla di respiro tolto, di capogiro, di bracciate controcorrente, creando una prosodia che costringe il lettore a trattenere il fiato insieme al poeta.
Le strofe brevi (spesso quattro-otto versi) funzionano come singole onde: si alzano, si frangono, lasciano un respiro tolto in più, da benedire.
In questo tessuto sonoro il silenzio non è assenza ma sostanza: è il fondo su cui poggia ogni suono, come i fondali in cui si crede.
Nella seconda sezione, Tenersi vicini alle promesse, il discorso si fa più intimo e dialogico. L’amore diventa patto quotidiano, educazione reciproca: Si educano gli amori - mi dicevi - / si educano a resistere / o a guardarsi dalla parte / che non si può mentire. Le mappe di città lasciate con le mani, i tagli della carta che tolgono il nome alla via, diventano metafore di un’esistenza che si orienta solo attraverso l’altro. Il tempo si fa promessa che resiste, tenuta rasenti come il braciere chiuso di notte: Tenersi rasenti alle promesse. / Chiudere il braciere. / Sapere delle ceneri calde. Il buio entra nella gola, le mani si cercano nel vuoto di un abbraccio, trasformando l’assenza in prossimità fisica.
Qui la tessitura sonora si fa più calda, più vocale: le /a/ e /o/ si dilatano nei momenti di confidenza, mentre le sibilanti si attenuano per lasciare spazio a un ritmo più lento, quasi notturno, che accompagna il sì detto di soppiatto: a sangue.
Il culmine lirico arriva nella terza sezione, Il bacio d’acqua, dove la citazione di Vigo – Non sai che sott’acqua si vede la persona che ami? – si fa imperativo erotico e ontologico: Baciami con la bocca esatta / quella nuova dell’acqua, baciami / - mi dici - per trattenermi / come per iniziare.
Il bacio subacqueo fonde arresto e nuovo inizio; i cerchi nell’acqua, i riverberi lenti, i desideri gettati ad occhi serrati diventano linguaggio del desiderio che si rinnova.
La sensualità è concreta, mai astratta: una carnalità acquatica dove il corpo si misura con l’elemento che lo rivela e lo salva.
La sonorità si fa qui più liquida e sensuale, con un aumento delle liquide /l/ e /r/ (riverberi, lenti, lancio, desiderio) che mimano il propagarsi delle onde concentriche.
È nella quarta sezione, È questo il tempo, la mandorla meno buia, che la trilogia trova la sua risoluzione più profonda e commovente. Il tempo non è più soltanto deriva ma attesa generazionale, passaggio dal tu amoroso al lui del figlio. Il poemetto centrale recita: Toglimi questo tempo / e tutta l’età per non restare solo / senza continuare. / Restare qui in attesa di un figlio / di qualcosa che cambi… / Ma una spinta arriva e tutto / si equilibra: le ruote restano diritte / così come la strada e il mondo / sembra un altro.
L’immagine delle rotelle tolte dalla bicicletta è di una precisione straordinaria: il figlio equilibra la deriva, trasforma la paura in spinta, la solitudine in un altro e un altro ancora.
L’acqua, che prima era fondale da credere o bacio da ricevere, diventa fiume che si lascia spostare, che accoglie il cambiamento.
La sezione prosegue con meditazioni sui tempi d’acqua e tempi di grano, sui padri che si spiegano a colpi di figli, di reni, sull’allevare qualcuno che duri, che resti, che faccia / qualcos’altro delle nostre ossa.
Il bambino che guarda verso l’alto: infinito dal bordo dello scivolo senza scale chiude il cerchio con una tenerezza guadagnata attraverso tutto il percorso dell’abbandono.
La sonorità si apre ulteriormente: le vocali aperte si moltiplicano, il ritmo si fa più narrativo e disteso, come un respiro finalmente rilasciato dopo lunga immersione.
Dal punto di vista stilistico Raimondi dialoga con una tradizione illustre senza mai imitarla pedissequamente, e i raffronti mettono in luce sia similitudini sia differenze feconde.
Con Vittorio Sereni – di cui è profondo studioso – condivide la centralità del silenzio e del paesaggio come sguardo estremo, ma mentre Sereni resta più reticente, urbano e segnato dall’ironia del dopoguerra, Raimondi è più corporeo, più mediterraneo, più fiducioso nella possibilità del ritorno e del perdono fisico.
Con Giorgio Caproni ha in comune il gusto per la durezza delle parole che trattiene i muri (È la durezza delle parole, a volte / a trattenere i muri), eppure Caproni è più frammentario e metafisico, incline all’enigma; Raimondi è più narrativo, più dialogico, più radicato nel gesto quotidiano e nel corpo che nuota.
Eugenio Montale fornisce invece al poeta Raimondi gli oggetti – il bicchiere quasi vuoto, le boe girate piano, le carte nella corrente – ma Raimondi li anima di una speranza che Montale raramente concede, sostituendo al pessimismo montaliano una fiducia guadagnata nell’immersione. Si avverte anche un’eco rovesciata di Giovanni Pascoli: il bambino non è più vittima di una ferita irrimediabile ma promessa di continuità, di un altro e un altro ancora.
Con Andrea Zanzotto dialoga nella sensualità del corpo-paesaggio, ma senza la stratificazione dialettale e cosmica; Raimondi resta più terrestre, più intimo, più ancorato al respiro condiviso.
Tra i contemporanei, la precisione del dettaglio e la prosodia respiratoria ricordano Valerio Magrelli, ma mentre Magrelli è più ironico e metapoetico, Raimondi è più lirico e fiducioso nell’atto di tenersi. Internazionalmente il riferimento a Vigo richiama la poesia francese del Novecento (Supervielle, Éluard) e, per la tematica dell’immersione e del perdono, certi testi di Yves Bonnefoy o Philippe Jaccottet; tuttavia Raimondi conserva una carnalità più italiana, più terrestre, meno astratta.
Diversamente da Paul Celan, la cui ferita resta spesso irrimediabile e muta, Raimondi crede ancora nella storia che si avveri e nel perdono come atto possibile, ripetibile, fisico.
La costellazione poetica che si può riferire essere in dialogo con Raimondi – lo vedete bene –è davvero vasta e importante.
ConcludendoL’Atalante, quindi, non è soltanto il culmine di una trilogia: è un libro che interroga con urgenza e rigore la possibilità stessa della poesia oggi. In un panorama italiano spesso tentato dall’astrazione concettuale o dall’autobiografismo esibito, Raimondi offre una voce di grande rigore formale e di profonda umanità. L’acqua non lava i dolori: li rivela. Il perdono non cancella le ferite: le tiene vicine come barchette che si guardano nei cerchi. La promessa non garantisce il ritorno: lo rende possibile attraverso l’immersione. L’abbandono, infine, non è fine ma condizione per continuare, per diventare più grande / e un altro e un altro ancora. La poesia, qui, diventa atto di resistenza tenera e feroce: tenersi vicini alle promesse, credere ai fondali, baciare con la bocca esatta dell’acqua. E continuare.
Leggerlo significa immergersi con il poeta, trattenere il respiro, fidarsi del fondo e risalire con un respiro tolto in più, da benedire. È questa la grazia rara di L’Atalante: una poesia che non consola ma accompagna, che non risolve ma equilibra, che non chiude il cerchio ma lo riapre ogni volta che si torna alla pagina, come si torna alla riva dopo una nuotata lunga, con la consapevolezza che il mare è ancora lì e che vale la pena di entrarci di nuovo. In un’epoca di frammenti e rumori, Stefano Raimondi ci ricorda che la poesia può ancora essere navigazione precisa, preghiera laica, attesa feconda. Opera di alto valore nella poesia italiana contemporanea, destinata a durare.

il caporedattore - Sergio Daniele Donati


NOTIZIE BIOBILIOGRAFICHE TRATTE DAL SITO DELL’EDITORE
Stefano Raimondi (Milano, 1964) è poeta e critico letterario. 
Ha pubblicato Una lettura d’anni, in Poesia Contemporanea. Settimo quaderno italiano (Marcos y Marcos 2001); La città dell’orto (Casagrande, 2002; La vita felice, 2021); Il mare dietro l’autostrada (Lietocolle, 2005); Interni con finestre (La Vita Felice, 2009); Per restare fedeli (Transeuropa, 2013); Soltanto vive. 59 Monologhi (Mimesis, 2016); Il cane di Giacometti (Marcos y Marcos, 2017); Il sogno di Giuseppe (Amos, 2019); Storie per taccuino piccolo piccolo (Scalpendi Editore, 2022); L’Antigone. Recitativo per voce sola (Mimesis, 2023). È inoltre autore di: La “Frontiera”di Vittorio Sereni. Una vicenda poetica (1935-1941) (Unicopli, 2000); Il male del reticolato. Lo sguardo estremo nella poesia di Vittorio Sereni e René Char (Cuem, 2007); Portatori di silenzio (Mimesis, 2012).
Suoi testi sono apparsi su «Nuovi Argomenti» (2000, 2004) e nell’«Almanacco dello Specchio» (Mondadori, 2006).
Curatore del ciclo d’incontri «Parole Urbane», svolge inoltre attività docenza presso la Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari e la Scuola di scrittura Belleville.
È inoltre tra i fondatori dell’Accademia del Silenzio e di LABB – Laboratorio Permanente sui luoghi dell’abbandono (Università degli Studi di Milano).
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