"Un corpo mitico da abitare" - a proposito di "Gli Atleti" (Interno Libri, 2024) di Vanni Schiavoni - nota critica di Sergio Daniele Donati

 
ph. di Daniele Ferroni

Gli Atleti, Interno Libri 2024 (prefazione di Valerio Grutt) di Vanni Schiavoni, chiude con potenza la Trilogia delle radici (2006-2024): dal territorio salentino di Salentitudine, al sangue familiare di Guscio di noce.
Il tema centrale in questa raccolta non è più indagine privata: è immersione corale nel mito che diventa carne, bronzo, spada.
Grutt lo definisce «libro bianco, di marmo e di sale», mediterraneo, antico e futuro, scritto con «intimo furore epico e abilità metrica».
Ogni verso è, infatti, scolpito, monumentale eppure in movimento perpetuo, come onde che riportano a galla tesori sommersi.
La struttura è una quadriga perfetta: Prologo (primavera 1999, tra regnanti spodestati e orizzonti provvisori), quattro ritratti poetici – L’atleta di Lussino (Apoxyómenos di Lisippo), Il fabbricante di Sicione (Lisippo stesso), Il prodigio di Pella (Alessandro Magno), Il campione di Taranto – e Commiato.
Non una raccolta, quindi, ma un’unica navigazione epica in cui il poeta è insieme sommozzatore, scultore e conquistatore.
I temi mitologici
Il mito nella raccolta non ha funzioni meramente citazionistiche né ornamentali, ma diviene materia viva, corpo smembrato e ricomposto, spada che ancora taglia.
Schiavoni non racconta il mito: lo abita e lo fa quasi sanguinare nel presente.
Nel Prologo appare subito il ciclo argonautico: «Un giovane che all’improvviso risorge modella in due conchiglie di terra rossa e scura / le membra dilaniate da sorella» – è Assirto, fratello di Medea, fatto a pezzi e gettato in mare perché Giasone e Medea possano fuggire.
Il mito della frammentazione diventa chiave dell’intero libro: il corpo antico è sempre a pezzi (bronzo sommerso, membra sparse, statue rotte), e la poesia, come Medea, lo ricompone per salvare il segreto.
Allo stesso tempo, lo si sa bene, tale mito diviene fondamentale per chi, come il poeta, si approccia all’argilla viva della parola che sorge sempre come frammentazione dall’unità del silenzio, specie in poesia.
Ma il salvataggio è tragico: «la durata dei muri non dura», l’amore è «oltre», e gli eroi «arrugginiti» restano «maledettamente ancora vivi».
Il mito in Schiavoni non consola: accusa.
La vendetta del cielo nella raccolta continua nei clacson della periferia, nei turisti, nelle guerre che non finiscono.
Ed è proprio per questo che il mito in questa raccolta manifesta la sua natura più intima ed antica, che è ben scevra da ogni finalità consolatoria ed edulcorante, come è tipico di ogni segno scritto della sacralità antica.
Semmai si potrebbe sostenere una funzione esorcizzante nel mito come lo descrive Schiavoni, come cercheremo di approfondire nella analisi che seguono.
L’ATLETA DI LUSSINO
Ne L’ATLETA DI LUSSINO il mito argonautico si fonde con la storia archeologica della statua di Apoxyómenos (ritrovata nel 1996-99 al largo di Lošinj).
Il bronzo è «figlio di Eeto», sale «come parti del corpo di Assirto / lungo il canale che porta a Lussino».
Il mare quarnerino diventa il mare di Colchide: lo stesso abisso che inghiottì i resti di Assirto ora restituisce il giovane strigile che si deterge.
Il peso che lo condannò («la gola della tempesta dalmata») è lo stesso che condanna ogni corpo. Quando riemerge, il mito si attualizza in modo spietato: il bagnasciuga con «turisti a frotte con prole», l’acqua razionata, la «santa di giustizia» predicata dai preti mentre gli sbirri trattano favori. L’atleta antico guarda il presente e ci riconosce: noi siamo i nuovi Argonauti, ma senza nave, solo con selfie e arsura. Il mito diventa politico: il corpo che resiste alla mercificazione è l’ultimo atto di ribellione.
IL FABBRICANTE DI SICIONE
Ne IL FABBRICANTE DI SICIONE Lisippo parla in prima persona.
Il mito si fa artefice: rompe il canone policleteo per inventare la figura in torsione, rotante. Alessandro (figlio di Zeus-Ammon, nuovo Achille) è forgiato nel marmo: «Ho modellato la sua testa sul profilo dell’energia / e il suo volto troneggiante […] vera fiera come un leone e dio incarnato». Ma Schiavoni lo umanizza fino allo spasimo («la chiazza di pelo rado sopra la fronte arrugata»). Il serpente che si morde la gola è insieme Ouroboros e condanna prometeica: l’artista crea dèi ma resta incatenato. Olimpia, Ade e Persefone, le quadrighe trionfanti entrano nella fucina come materia da sbalzare insieme al «massacro dei pescespada». Il mito classico diventa laboratorio esistenziale: l’arte penetra «una materia fredda» per disvelarne la verità ferina.
Nel Prodigio di Pella Alessandro è il prodigio vivente: nuovo Achille alla stele, ma senza nostos. La guerra è «veemente all’ignoto», i carri falcati, Isso, Granico, Dario, Bucefalo.
Pizia gli dà «l’ala di un falco». Eppure il re resta «quasi pazzo, quasi solo».
Il mito della conquista infinita si rovescia in monito: «non c’è altro da espugnare» se non il vuoto dentro. Il sangue versato è lo stesso che lorda ancora «la terra di Mosul».
In tutto il libro il mito funziona come stratigrafia: strati di tempo che si sovrappongono (Argonauti, Lisippo, Alessandro...noi).
Il corpo mitico è sempre frammento (Assirto, bronzo rotto) che la poesia ricompone per rivelare la nostra frammentazione contemporanea. Non c’è catarsi: solo riconoscimento. Gli atleti sono «frammenti sapienti del tutto», corpi che resistono alla dimenticanza, alla guerra, alla mercificazione. Il mito non ci salva: ci accusa e ci salva insieme.

A nostro avviso cuore pulsante dell’opera, entrambe chiudono in modo esemplare la Trilogia delle radici.
In L’ATLETA DI LUSSINO il corpo antico riemerge dal mare e diventa specchio del nostro presente mercificato; ne IL FABBRICANTE DI SICIONE il gesto dello scultore diventa metafora dell’intera poetica: rompere il canone classico per trovare una visione rotante, viva, capace di «penetrare profondamente una materia fredda». 
Insieme incarnano il progetto ventennale: dal territorio al sangue alla radice culturale magna-greca. Il mito non è citato: è del tutto abitato; il corpo non è simbolo: è resistenza.
Le comparazioni qui si fanno stringenti.
Come Eugenio Montale nel Mediterraneo il mare è memoria salvifica, ma Schiavoni aggiunge il corpo concreto, il bronzo che respira e ci guarda.
Con Cesare Pavese dei Dialoghi con Leucò condivide la rivisitazione mitica esistenziale, eppure mentre Pavese dialoga Schiavoni incarna: il mito diventa statua, statua diventa noi.
L’epica controllata e sensuale richiama il D’Annunzio di Alcyone, ma depurata da ogni retorica: il «furore» è intimo, il trionfo sempre amaro.
La stratificazione linguistica e il radicamento tellurico evocano a tratti anche Andrea Zanzotto, ma con chiarezza epica che ricorda Mario Luzi negli ultimi libri, dove tempo storico e tempo mitico si sovrappongono in un’unica onda.
E con lo stesso Schiavoni delle opere precedenti il dialogo è organico: la terra rossa del Salento è la stessa che modella le conchiglie del Prologo, la fatica contadina è la stessa fibra di bronzo e di spada.
In un’epoca di corpi ridotti a mercanzia e di guerre che non finiscono mai, Gli Atleti ci ricorda che «quello che conquistiamo è solo superficie».
Il canto di Schiavoni, scolpito e ondoso, ci restituisce il battito vero: quello di chi, come l’Apoxyómenos o Lisippo, esce dall’abisso o dal marmo per dirci che la vittoria, la sconfitta, la fatica, l’attesa sono sempre le stesse, da millenni.
Non un libro da leggere, dunque, ma un mito da abitare; come il mare, come il mito, come la poesia quando torna, finalmente, a essere vita.

Per la Redazione de Le parole di Fedro
il caporedattore - Sergio Daniele Donati

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