(Redazione) - Amerinda - 07 - La guerra? Non finisce mai (Poesia argentina e Malvinas: Un’antologia 1833 – 2022 - Parte Terza)
di Antonio Nazzaro
Per chiudere questo breve viaggio nella poesia argentina, attraverso il libro: Poesía argentina y Malvinas: Una antología (1833-2022), Ediciones de la FaHCE, 2022, dedicata alla poesia scritta sulla guerra delle Malvinas, incontriamo le voci di due poeti di origine mapuche, Viviana Ayilef e Martín Raninqueo.
I due autori
presentano nei loro testi un ponte poetico che unisce fatti storici
diversi e distanti dalla guerra delle Malvinas, ma uniti dal comune
denominatore della violenza che perdura nel tempo e che resta sempre
dentro di chi l’ha vissuta e di chi ne accetta la memoria.
La guerra è un
fatto avvenuto ma è anche un evento che non smette di accadere.
Questo si legge
molto bene nella poesia di Viviana Ayilef che riprende il tema della
maternità: “le madri sono il sostegno e la memoria di quel
figlio morto ma presente all’ora del pranzo: «Un piatto in tavola
/ il bicchiere per l’acqua / il posto vuoto. / Così trascorrono i
loro giorni anche le Madri delle Malvinas». L’ uso della maiuscola
è ora proporzionale a quanto accade con l’uso del diminutivo in
relazione ai soldati: se questo li trasforma in Figli, la maiuscola
le trasforma in Madri, parallelamente alle Madri di Plaza de Mayo. La
serie di poesie del dopoguerra sulle Malvinas rivela così un altro
intreccio e ridefinisce i legami familiari di una ferita sociale nel
contesto della dittatura”.
Il bicchiere di vetro per l’acqua
il posto vuoto.
Così trascorrono i loro giorni anche le Madri delle Malvinas.
Per noi la guerra non è finita
- mi dice una figlia –
noi ogni giorno viviamo le Malvinas
e durerà per sempre.
Così trascorrono i loro giorni anche i Figli delle Malvinas.
Il sogno inquieto di qualcuno che sta ancora nelle trincee
la giornaliera tortura di chi non deve spiegare niente a nessuno
perché il linguaggio Non Dice.
In una scuola un gruppo di uomini va a parlare con i bambini
lì cercano di tradurre una grande calamità in una lingua incerta
i bambini capiscono che loro sono andati in guerra
bambini
che lì non sorgeva il sole
che c’era anche la fame
ma gli uomini non vogliono mettere in parole l’ombra di tutto questo
l’impalamento
la tortura
la continuità che sono state le Malvinas con l’odio
quella Dittatura.
Così trascorrono i loro giorni i sopravvissuti delle Malvinas
altri
non ci sono riusciti.
Nelle Malvinas il numero dei caduti in guerra e quello dei suicidi prematuri è pari.
Così muoiono anche gli uomini delle Malvinas
e noi con loro.
Con loro anche viviamo.
Che la nostra memoria sia sempre quel fiore che tutto il popolo sventola
come la sua bandiera.
Così sia anche per la memoria delle Malvinas.
Così per il Nunca Más (1).
*
Un plato puesto a la mesa de Viviana Ayilef
la copa de vidrio para el agua
el sitio vacío.
Así pasan sus días también las Madres de Malvinas.
Para nosotras la Guerra no terminó
-me dice una hijanosotras vivimos Malvinas cada día
y va a durar para siempre.
Así pasan sus días también los Hijos de Malvinas.
El sueño intranquilo de alguien que aún está en las trincheras
la tortura diaria del que no debe explicar nada nunca a nadie
porque el lenguaje No Dice.
En una escuela un grupo de hombres va a hablar con los niños
están ahí traduciendo tanta tempestad a un idioma impreciso
los niños entienden que ellos fueron a la guerra
niños
que no salía ahí el sol
que también el hambre
pero los hombres no quieren poner en palabras la sombra de todo
el estaqueamiento
la tortura
la continuidad que fue Malvinas con el odio,407
esa Dictadura.
Así pasan sus días también los sobrevivientes de Malvinas
otros
no pudieron.
Malvinas tiene tantos muertos en la guerra como suicidios tempranos.
Así mueren también los hombres de Malvinas
y nosotros con ellos.
Con ellos también vivimos.
Que nuestra memoria sea siempre esa flor que levanta todo el pueblo,
su bandera.
Así sigue también la memoria de Malvinas.
Así también Nunca Más. (1)
Un plato puesto a la mesa de Viviana Ayilef
la copa de vidrio para el agua
el sitio vacío.
Así pasan sus días también las Madres de Malvinas.
Para nosotras la Guerra no terminó
-me dice una hijanosotras vivimos Malvinas cada día
y va a durar para siempre.
Así pasan sus días también los Hijos de Malvinas.
El sueño intranquilo de alguien que aún está en las trincheras
la tortura diaria del que no debe explicar nada nunca a nadie
porque el lenguaje No Dice.
En una escuela un grupo de hombres va a hablar con los niños
están ahí traduciendo tanta tempestad a un idioma impreciso
los niños entienden que ellos fueron a la guerra
niños
que no salía ahí el sol
que también el hambre
pero los hombres no quieren poner en palabras la sombra de todo
el estaqueamiento
la tortura
la continuidad que fue Malvinas con el odio,407
esa Dictadura.
Así pasan sus días también los sobrevivientes de Malvinas
otros
no pudieron.
Malvinas tiene tantos muertos en la guerra como suicidios tempranos.
Así mueren también los hombres de Malvinas
y nosotros con ellos.
Con ellos también vivimos.
Que nuestra memoria sea siempre esa flor que levanta todo el pueblo,
su bandera.
Así sigue también la memoria de Malvinas.
Así también Nunca Más. (1)
(1) Nunca
más (in spagnolo "mai più"), è il titolo
del rapporto della Comisión Nacional sobre la Desaparición
de Personas in Argentina del settembre 1984.
_____
C'è un senso della
storia che la poesia rende evidente, come mette in luce il poeta ed
ex combattente di origine mapuche Martín Raninqueo, il quale associa
le Remington della "Campagna del Deserto" — ancora
conservate nel 7° Reggimento di La Plata — al massacro del proprio
popolo. Svela così il carattere ostinato della Storia nel ripetersi
sempre attraverso vie impensate; tuttavia, la poesia lascia
intravedere la fessura del potere, come se l’esperienza consistesse
nell’incontro, prima o poi, con la barbarie al centro della
cultura.
(tre isole - Tres Arroyos)
Non so come scrivere,
Sergente Tantén,
sulle sue Remington Patri modello Argentino,
meticolosamente messe in fila nella sua sala delle armi,
che hanno aperto le loro bocche di pillanes d’acciaio,
vulcani per frenare l’invasione dei bianchi,
il cavalcare del mio prozio
che arrossò il pascolo.
Stava cercando il bestiame,
all’interno della pampa,
quando lo sparo centrò il suo petto
e non ha potuto andarsene nel fumo della mischia.
Suo fratello, mio nonno Ignacio,
potette scappare verso Tres Arroyos
e comprare il suo primo vestito in Casa Mulazzi,
L’ Angolo del Buon Vestire,
e tirarsi su i baffi a mo' di baffi alla italiana
come gli aveva insegnato Don Leopoldo, il suo padrone,
per passare inosservato
come un italiano del Sud.
” Ka mapu iem Ka mapu iem”,
canterebbe mio nonno nell’altra terra
in un Nguillatun?
Indietro sono rimaste Los Toldos e La Verde,
nell’aria ancora volavano le ceneri di un rewe
mentre suo padre, il lonko Ragnin Kewpü,
era battezzato dal lazzarista Birot
a Martín García, l’isola della prigione.
Il mio laku avrebbe avuto il mandato ancestrale
il küme felen
la voce che gli direbbe: “Non abbandonare la tua gente
che verrà a bussare alla tua porta,
per sanare il suo kutran”?
Avrebbe saputo che avrebbe incontrato
la cristiana María Salomé di Subiza,
che chiamarono La Madre Maria?
Mio nonno l’avrebbe curata con le piante,
le avrebbe parlato?
Nemmeno so come scrivere,
Sergente Tantén,
sui suoi pesanti mortai
che nel 1982 affondavano
aspettando nella torba spessa e oleosa
ad ogni sparo
di quei proiettili che ho baciato
prima di lanciarli
contro un altro esercito invasore.
Come iniziare una poesia
sulla nove millimetri che mi ha dato
per andare nelle isole? “Avrai bisogno
di tanta fortuna con questa” – mi disse -,
Come scrivere sulla
notte delle mie costole
tatuate dai suoi stivali?
Quali versi sul giorno
quando ho lasciato l'Esercito
che finirono con l'arma che ha estratto
nel campo de Gimnasia y Esgrima
dove, finita la guerra,
ci hanno consegnato delle medaglie
che abbiamo gettato al vento
come scarafaggi?
Non so scrivere
senza affondare nella mia lingua castigliana
pietrine del mapudungun,
non per cospirare contro di lei,
nemmeno per non dimenticarlo,
perché l’ho già dimenticato.
Scrivo senza gloria e senza pena
per continuare a domare
i cavalli del mio canto
che rinascono e rastrellano
i sentieri delle mie vene.
Note:
nguillatun: cerimonia spirituale
rewe: spazeio ceremonial
lonko: capo. La massima autorità dell’organizzazione socio-territorale di base mapuche (lof)
laku: nonno paterno
Ragnin Kewpü: in spagnolo diventa Raninqueo e significa “tra le rocce”
küme felen: sistema di vita (letteralmente: “stare bene”)
kutran: malattia
mapudungun: lingua mapuche, il parlare della terra
**
KÜLA HUAPI KÜLA CO
(tres islas - Tres Arroyos)
No sé cómo escribir,
Sargento Tantén,
sobre sus Remington Patria modelo Argentino,
prolijamente enfilados en su sala de armas
que abrieron sus bocas de pillanes de acero,
volcanes para frenar la maloca,
el cabalgar de mi tío abuelo
que enrojeció el pastizal.
Iba en busca de ganado,
pampa adentro,
cuando el disparo dio en el blanco de su pecho
y no pudo irse al humo en el entrevero.
Su hermano, mi abuelo Ignacio,
pudo escapar hacia Tres Arroyos
y comprar su primer traje en Casa Mulazzi,
la Esquina del Buen Vestir,
y alzarse los bigotes a lo mostacho
como le enseñó Don Leopoldo, su dueño,
para pasar desapercibido
como un italiano del sur.
¿”Ka mapu iem Ka mapu iem”,
cantaría mi abuelo en la otra tierra
en un Nguillatun?
Atrás habían quedado Los Toldos y La Verde,
y aun volaban cenizas de un rewe
mientras su padre, el lonko Ragnin Kewpü,
era bautizado por el lazarista Birot
en Martín García, la isla de la prisión.
¿Mi laku tendría el mandato ancestral,
el küme felen,
la voz que le diría: “No abandones a tu gente
que vendrá a tocar tu puerta,
a sanar su kutran”?
¿Sabría que iba a encontrarse
con la cristiana María Salomé de Subiza,
a quien llamarían La Madre María?
¿Mi abuelo curaría con plantas,
les hablaría?
Tampoco sé cómo escribir,
Sargento Tantén,
sobre sus morteros pesados
que en 1982 se hundían
en la espera untuosa de la turba
con cada disparo
de esas balas que besé
antes de ser lanzadas
a otro ejército invasor.
¿Cómo empezar un poema
sobre la nueve milímetros que me entregó
para ir a las islas? “Vas a necesitar
mucha suerte con esta” –me dijo–,
¿Cómo escribir sobre
la noche de mis costillas
tatuadas por sus borcegos?
¿Qué versos sobre el día
de mi partida del Ejército
que finalicen con el arma que desenfundó
en la cancha de Gimnasia y Esgrima
donde, terminada la guerra,
nos dieron medallas
que arrojamos al viento
como cucarachas?
No sé escribir
sin hundir en mi lengua castellana
piedritas del mapudungun,
no para conspirar contra usted,
tampoco para no olvidarlo,
porque ya lo he olvidado.
Escribo sin gloria y sin pena
para seguir domando
los caballos de mi canto
que renacen y rastrillan
los caminos de mis venas.
Notas:
nguillatun: ceremonia espiritual
rewe: espacio ceremonial
lonko: cabeza; autoridad máxima de la organización socio-territorial
básica mapuche (lof)
laku: abuelo paterno
Ragnin Kewpü: su forma en castellano es Raninqueo y significa “en medio del pedernal”
küme felen: sistema de vida (literalmente: “estar bien”)
kutran: enfermedad
mapudungun: lengua mapuche, el habla de la tierra
Sergente Tantén,
sulle sue Remington Patri modello Argentino,
meticolosamente messe in fila nella sua sala delle armi,
che hanno aperto le loro bocche di pillanes d’acciaio,
vulcani per frenare l’invasione dei bianchi,
il cavalcare del mio prozio
che arrossò il pascolo.
Stava cercando il bestiame,
all’interno della pampa,
quando lo sparo centrò il suo petto
e non ha potuto andarsene nel fumo della mischia.
Suo fratello, mio nonno Ignacio,
potette scappare verso Tres Arroyos
e comprare il suo primo vestito in Casa Mulazzi,
L’ Angolo del Buon Vestire,
e tirarsi su i baffi a mo' di baffi alla italiana
come gli aveva insegnato Don Leopoldo, il suo padrone,
per passare inosservato
come un italiano del Sud.
” Ka mapu iem Ka mapu iem”,
canterebbe mio nonno nell’altra terra
in un Nguillatun?
Indietro sono rimaste Los Toldos e La Verde,
nell’aria ancora volavano le ceneri di un rewe
mentre suo padre, il lonko Ragnin Kewpü,
era battezzato dal lazzarista Birot
a Martín García, l’isola della prigione.
Il mio laku avrebbe avuto il mandato ancestrale
il küme felen
la voce che gli direbbe: “Non abbandonare la tua gente
che verrà a bussare alla tua porta,
per sanare il suo kutran”?
Avrebbe saputo che avrebbe incontrato
la cristiana María Salomé di Subiza,
che chiamarono La Madre Maria?
Mio nonno l’avrebbe curata con le piante,
le avrebbe parlato?
Nemmeno so come scrivere,
Sergente Tantén,
sui suoi pesanti mortai
che nel 1982 affondavano
aspettando nella torba spessa e oleosa
ad ogni sparo
di quei proiettili che ho baciato
prima di lanciarli
contro un altro esercito invasore.
Come iniziare una poesia
sulla nove millimetri che mi ha dato
per andare nelle isole? “Avrai bisogno
di tanta fortuna con questa” – mi disse -,
Come scrivere sulla
notte delle mie costole
tatuate dai suoi stivali?
Quali versi sul giorno
quando ho lasciato l'Esercito
che finirono con l'arma che ha estratto
nel campo de Gimnasia y Esgrima
dove, finita la guerra,
ci hanno consegnato delle medaglie
che abbiamo gettato al vento
come scarafaggi?
Non so scrivere
senza affondare nella mia lingua castigliana
pietrine del mapudungun,
non per cospirare contro di lei,
nemmeno per non dimenticarlo,
perché l’ho già dimenticato.
Scrivo senza gloria e senza pena
per continuare a domare
i cavalli del mio canto
che rinascono e rastrellano
i sentieri delle mie vene.
Note:
nguillatun: cerimonia spirituale
rewe: spazeio ceremonial
lonko: capo. La massima autorità dell’organizzazione socio-territorale di base mapuche (lof)
laku: nonno paterno
Ragnin Kewpü: in spagnolo diventa Raninqueo e significa “tra le rocce”
küme felen: sistema di vita (letteralmente: “stare bene”)
kutran: malattia
mapudungun: lingua mapuche, il parlare della terra
**
KÜLA HUAPI KÜLA CO
(tres islas - Tres Arroyos)
No sé cómo escribir,
Sargento Tantén,
sobre sus Remington Patria modelo Argentino,
prolijamente enfilados en su sala de armas
que abrieron sus bocas de pillanes de acero,
volcanes para frenar la maloca,
el cabalgar de mi tío abuelo
que enrojeció el pastizal.
Iba en busca de ganado,
pampa adentro,
cuando el disparo dio en el blanco de su pecho
y no pudo irse al humo en el entrevero.
Su hermano, mi abuelo Ignacio,
pudo escapar hacia Tres Arroyos
y comprar su primer traje en Casa Mulazzi,
la Esquina del Buen Vestir,
y alzarse los bigotes a lo mostacho
como le enseñó Don Leopoldo, su dueño,
para pasar desapercibido
como un italiano del sur.
¿”Ka mapu iem Ka mapu iem”,
cantaría mi abuelo en la otra tierra
en un Nguillatun?
Atrás habían quedado Los Toldos y La Verde,
y aun volaban cenizas de un rewe
mientras su padre, el lonko Ragnin Kewpü,
era bautizado por el lazarista Birot
en Martín García, la isla de la prisión.
¿Mi laku tendría el mandato ancestral,
el küme felen,
la voz que le diría: “No abandones a tu gente
que vendrá a tocar tu puerta,
a sanar su kutran”?
¿Sabría que iba a encontrarse
con la cristiana María Salomé de Subiza,
a quien llamarían La Madre María?
¿Mi abuelo curaría con plantas,
les hablaría?
Tampoco sé cómo escribir,
Sargento Tantén,
sobre sus morteros pesados
que en 1982 se hundían
en la espera untuosa de la turba
con cada disparo
de esas balas que besé
antes de ser lanzadas
a otro ejército invasor.
¿Cómo empezar un poema
sobre la nueve milímetros que me entregó
para ir a las islas? “Vas a necesitar
mucha suerte con esta” –me dijo–,
¿Cómo escribir sobre
la noche de mis costillas
tatuadas por sus borcegos?
¿Qué versos sobre el día
de mi partida del Ejército
que finalicen con el arma que desenfundó
en la cancha de Gimnasia y Esgrima
donde, terminada la guerra,
nos dieron medallas
que arrojamos al viento
como cucarachas?
No sé escribir
sin hundir en mi lengua castellana
piedritas del mapudungun,
no para conspirar contra usted,
tampoco para no olvidarlo,
porque ya lo he olvidado.
Escribo sin gloria y sin pena
para seguir domando
los caballos de mi canto
que renacen y rastrillan
los caminos de mis venas.
Notas:
nguillatun: ceremonia espiritual
rewe: espacio ceremonial
lonko: cabeza; autoridad máxima de la organización socio-territorial
básica mapuche (lof)
laku: abuelo paterno
Ragnin Kewpü: su forma en castellano es Raninqueo y significa “en medio del pedernal”
küme felen: sistema de vida (literalmente: “estar bien”)
kutran: enfermedad
mapudungun: lengua mapuche, el habla de la tierra
Martín Raninqueo
continua a elaborare il proprio vissuto, collegando il genocidio del
XIX secolo alla propria esperienza personale. In questa serie del
dopoguerra, lo sterminio perpetrato dai militari viene messo in
parallelo al genocidio degli indigeni compiuto da Alejo Julio
Argentino Roca — militare e presidente dell’Argentina,
responsabile dello sterminio dei Popoli Originari — la cui figura
emerge prepotentemente nella poesia.
I versi diventano
così una ricostruzione ragionata delle verità storiche, messe a
confronto, da un lato, con i documenti e gli archivi e, dall’altro,
con la parola del poeta che è, al contempo, la parola del maestro.
L’ultima lettera di Martín Raninqueo
Qui non ci sono pioppi
né luna, caro Pablo
qui non c’è la luna.
Di notte
Soltanto pende dal tetto del cielo
(nostro gioco di protezione allucinata)
una radio portatile
regalo della prozia
che a volte assapora “Era in aprile”
di qualcuno di chi adesso non ricordo
il nome.
Ho tanti silenzi da dirti
e, nonostante ciò
la prima cosa che mi passa per la testa
è questo: il non sapere
come devo uccidere
le pecore che mi guardano:
prendo la mira
mi carico d’acciaio
e abbasso il fucile
mentre aspetto impaziente
il momento di puntare al Nord.
Ma le navi non si vedono mai.
Sarà per questo che tiro
con infuocata furia le sigarette di te
tra i denti dell’aria,
forse come tiri di prova
o per un infantile autodifesa.
Inoltre ho finito per capire
che il vento
fa piovere carnefici
che consuma la pietra
y ci provoca dolore.
Adesso devo lasciarti, caro Pablo…
… uscirò a marcare
con bava e veleno
un pezzo di terra
che farò mio
e nel momento crudo della paura
alla polvere chiederò
Un fiume di sangue selvaggio nelle vene
o di farmi fuoco
sotto le ali di Calfucurá:*
“Non consegnare Carhué al winca”, **
ripetette nella sua agonia
per poi morire.
Ma devo uscire
bisogna a vendicare Juárez,
quello della brina nel sorriso
quello a cui ieri un uccello rosso
gli ha aperto la fronte
nel centro freddo
della sua solitudine.
Infine. ogni carillon
che suona nel mondo
non farlo finire,
È la tua responsabilità.
La mia gola, caro Pablo,
resta nella tua gola.
Quando il filo spinato della notte
cingono gli occhi, il sangue nero
riempie le caverne del mio corpo.
Un tremore di foglie cadute
da inizio al naufragio
nei giardini del R.E.M.
terrore che non sorga l’alba
o di credere che io sia già sorto.
I cristalli bianchi
taglienti
non mi permettono
lo specchio della lucidità.
Appena scopro i palli di bagliori
delle mie voci affogate
che mi costa riconoscere,
mi nascondo.
Non ho mai saputo
affondare le mani
in questo sudiciume.
Ma ci sono giorni
in cui vorrei
macellarmi come una pecora
e vedere il mio cuore
su un tavolo anatomico,
lì solo,
battendo
chiedendo sangue
a squarciagola
ed io
potermi negare
sia anche
una volta sola.
Il manto notturno
ricamato con le voci
dei morti
scioglibili nell’opacità
della memoria
arde nel fuoco
con i rametti secchi
della mia felicità.
Per questo festeggio
incosciente
la luce dell’oblio
o canto.
Com’è che dico
no all’oblio
quando c’è un cielo
che ho bisogno di dimenticare.
* Juan Calfucurá fu un capo tribù mapuche del versante occidentale della Cordigliera delle Ande nel XIX secolo, ma la cui attività militare e politica si svolse principalmente nell'odierna Argentina e nelle aree controllate dalle popolazioni indigene della regione della Pampa e della Patagonia orientale.
** Huinca (o wingka) è un termine della lingua mapudungún utilizzato dal popolo mapuche per indicare una persona che non appartiene alla propria etnia; originariamente era usato per indicare i conquistatori spagnoli, per poi essere esteso ai creoli, ai bianchi o ai cileni/argentini non mapuche.
*
Ultima Carta de Martín Raninqueo
Aquí no hay álamos
ni luna, querido Pablo
aquí no hay luna.
Por las noches
Sólo cuelga del cielotecho
(nuestro juego de alucinada protección)
una radio portátil
obsequio de tía abuela
que a veces cata Era en abril
de alguien de quién no recuerdo
su nombre.
Tengo tantos silencios por decirte
y, sin embargo,
lo primero que viene a mi cabeza
es esto de no saber
cómo debo matar
a las ovejas que me miran:
apunto
me cargo de acero
y bajo el fusil
mientras espero impaciente
el momento de apuntar al Norte.
Pero los barcos nunca se ven.
Será por eso que arrojo
con furia encendida cigarros de té
en los dientes del aire,
quizás como tiros de reglaje
o en infantil defensa propia.
Además he terminado por comprender
que el viento anda lloviendo verdugos,
que come la piedra
y nos causa dolor.
Ahora debo dejarte, querido Pablo
…saldré a marcar
con baba y veneno
un pedazo de tierra
que haré mío
y en el instante crudo del miedo
al polvo le pediré
un río de sangre salvaje en las venas
o hacerme fuego
bajo las alas de Cafulcurá:
“No entregar Carhué al winca”,
repitió en su agonía
para después morir.
Pero debo salir,
hay que vengarlo a Juárez,
el de la escarcha en la risa
al que ayer un pájaro rojo
le abrió la frente
en el centro frío
de su soledad.
Por último,
toda caja de música
que suene en el mundo
no la dejes apagar.
Es tu responsabilidad.
Mi garganta, querido Pablo,
en tu garganta queda.
Cuando los alambres de la noche
cercan los ojos, la sangre negra
llena las cavernas de mi cuerpo.
Un temblor de hojas caídas
da comienzo al naufragio
en los jardines R.E.M.
terror a no amanecer
o creerme amanecido.
Los cristales blancos
filosos
no me habilitan
el espejo de la lucidez.
Apenas descubro
los pálidos destellos
de mis voces ahogadas
que me cuesta reconocer,
me escondo.
Nunca supe
meter mano
en esta mugre.
Pero existen días
en los que quisiera
carnearme como una oveja
y ver mi corazón
sobre una mesa de disección,
ahí solo,
palpitando
pidiendo sangre
a gritos
y yo
poder negarme
aunque sea
una vez.
El manto nocturno
bordado con las voces
de los muertos
solubles en la opacidad
de la memoria
arde en el fuego
con ramitas secas
de mi alegría.
Por eso festejo
inconsciente
la luz del olvido
o canto.
Cómo es que digo
no al olvido
cuando hay un cielo
que necesito olvidar.
È impossibile
chiudere qualsiasi discorso sulla guerra e sulla poesia: entrambe
continuano vive, l’una impegnata a distruggere l’umanità,
l’altra a ricostruirla
Biografie brevi dei
poeti
Ayilef, Viviana
(Trelew, Chubut, 1981)
Poetessa e docente.
Insegnante di Lettere. Fa parte del collettivo artistico e poetico
«Bajo los Huesos». Opere poetiche: Agua
de Otoño/Kelleñü (2009), (2013) e
Meulen (Lo
que puede un cuerpo) (2017). Le sue poesie compaiono nell’antologia
Desorbitados.
Poetas Novísimos del Sur de la
Argentina (2009), Kümedungun/Kümewirin.
Antología poética de mujeres mapuches
(siglos XX-XXI) (2010) e Reuëmn.
Poesía de mujeres mapuche, selknam y
yámanas (2017). Ha anche curato il
libro Malvinas en fragmentos (2012). Ha ottenuto il Premio del
Fondo Editorial Provincial nel 2009.
**
Raninqueo, Martín
(La Plata, Buenos Aires, 1962)
Poeta e musicista.
Le sue poesie sono state pubblicate su riviste nazionali e
internazionali e in antologie come El viento también recuerda
(1996), che raccoglieva testi di ex combattenti delle Falkland.Opera
poetica: Poemas al Flautista y otros poemas y canciones (2003)
e Haikus de la guerra (2011). Ha pubblicato il disco
concettuale Viento, in cui affronta la sua esperienza durante
la guerra delle Malvinas, e Mapucheo, insieme a Diego Rolón.
Biografie Brevi dei
curatori
Enrique Foffani
Professore di
Lettere presso l'Università Nazionale di La Plata. Ha conseguito un
Dottorato in Lettere presso l'Università di Buenos Aires e un
Post-Dottorato presso l'Università Nazionale di Rosario. È
Professore Titolare di Letteratura Latinoamericana del XX e XXI
secolo presso l'Università Nazionale di La Plata e Professore
Associato della stessa materia presso l'Università di Buenos Aires.
Ha pubblicato
numerosi articoli e saggi in patria e all'estero, specializzandosi
nella letteratura latinoamericana. È membro del Comitato Scientifico
e di Ricerca dell'Istituto di Ricerca in Scienze Umane e Sociali
(IdIHCS-CONICET/ UNLP) e Direttore del Progetto Letteratura e
Secolarizzazione in America Latina. Come professore ospite, ha tenuto
seminari di Letteratura Latinoamericana in Messico, Perù, Colombia,
Uruguay, Stati Uniti, Germania, Francia e Spagna. Dirige la casa
editrice Katatay, dedicata alla pubblicazione di opere di critica
sulla letteratura latinoamericana.
Nel 2020 ha vinto il
Premio Alfredo Roggiano per il miglior libro di critica letteraria
latinoamericana 2018-2019, con Vallejo y el dinero. Formas
de subjetividad en la poesía (Lima, editorial Cátedra Vallejo,
2018).
Victoria Torres
Professoressa di
Lettere presso l'Università Nazionale di La Plata. Ha insegnato
presso le Università di Bonn, Colonia e Wuppertal, in Germania, ed è
attualmente docente titolare presso il Seminario di Romanistica
dell'Università di Colonia.
È specializzata
nelle rappresentazioni letterarie delle guerre, in particolare del
conflitto nell'Atlantico meridionale. Ha scritto diversi articoli
sull'argomento, tra cui: Muerte y Malvinas en la argentina pichiciega
de la dictadura militar (2016), Más cerca de cañón que del canon:
Las primeras ficciones de la guerra de Malvinas (2016) e Memoria per
il futuro: gli ex combattenti delle Malvinas nella letteratura per
l'infanzia e la gioventù (2017).
Ha curato e scritto
la prefazione, insieme a Miguel Dalmaroni, di Golpes. Racconti e
memorie della dittatura (2016) e, più recentemente, di La guerra
meno pensata. Racconti e memorie delle Malvinas (2022).
_______
Scelta dei testi,
traduzione e commenti di Antonio Nazzaro
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