(Redazione) - “Nella polvere del tempo” - nei dintorni di "Polvere" (Anterem, collana Nuova Limina, 2024) di Francesco Marotta - nota critica di Sergio Daniele Donati
La raccolta Polvere (Anterem, collana Nuova Limina, 2024) di Francesco Marotta costituisce non soltanto l’approdo conclusivo di una lunga e coerente traiettoria poetica, ma un vero e proprio dispositivo ontologico-linguistico attraverso il quale l’autore interroga, con rigore sobrio e implacabile, la precarietà dell’esistenza e del linguaggio stesso.
Marotta,
che per decenni ha affiancato alla scrittura originale un’intensa
attività di traduttore di autori come Paul Celan, Edmond Jabès,
Yves Bonnefoy, René Char, Ingeborg Bachmann e Nelly Sachs,
trasferisce in questa opera la consapevolezza profonda che la parola
poetica è sempre, innanzitutto, una materia residua: polvere di ere,
cenere di memorie, detrito che tuttavia conserva in sé la
possibilità di una ricomposizione provvisoria e fragile.
Il titolo
Polvere
non è quindi una metafora ornamentale, ma la sostanza stessa del
libro: residuo di un tempo masticato nel vuoto, polline sottile che
si deposita sulle cose e sulle parole per rivelarne al contempo la
densità e la dissoluzione.
L’opera
si organizza in cinque sezioni – MINIERA (mini-era), CONTROLUCE
(contro-luce), ALTROQUANDO (altro-quando), OBLIQUAMENTE
(obliqua-mente), NOTTETEMPO (notte-tempo) – ciascuna delle quali
agisce come un apparato di scavo, di visione laterale, di temporalità
alternativa e di immersione notturna.
Il dialogo costante con la
fotografia, siglato dalle dediche a Evgen Bavčar (il fotografo
cieco) e a Mario Giacomelli, non è accessorio: la poesia di Marotta
si configura essa stessa come una presa fotografica contro-luce, che
non cattura l’oggetto ma il suo alone, la sua ombra, la polvere che
resta sospesa tra il visibile e l’invisibile.
Dal
punto di vista contenutistico, Polvere
sviluppa un’indagine serrata e multifocale sulla dialettica tra
presenza e assenza, tra luce e ombra, tra corpo ferito e lingua
franante.
La
polvere diventa principio generativo e al tempo stesso principio di
erosione: lo scavo «palmo a palmo» nella miniera di ere vuote fa
emergere un senso che si annida esclusivamente negli interstizi,
nelle parentesi, nei silenzi tipografici che punteggiano il testo.
Il
corpo è sistematicamente piagato – «ferite», «vene falciate»,
«spina», «piaghe su corpi» – e la bocca stessa «non regge
l’urto», barcolla, si fa «instabile, in–sta/bile, mente,
franosa/franata».
La
lingua si dimena in un pudore di resa, mentre il tempo si configura
come «altroquando», senzatempo delle pupille spente nel quale la
cecità paradossalmente diventa visione privilegiata.
L’illusione
di esistere si specchia in un varco, in un passaggio di cenere; l’io
si riconosce soltanto come «passante / passando / passati».
Non
esiste consolazione: «il conforto che genera sete» è un paradosso
ricorrente, la luce si conosce «in perdita», il mattino «ignora
l’uscita».
In
CONTROLUCE la preda sogna un risveglio desolato; in ALTROQUANDO la
cecità di Bavčar diventa porta verso «quale altra luce» che il
giorno non conosce; in NOTTETEMPO i giorni accadono «provando gesti
senza mani».
È una poesia fenomenologica ed esistenziale insieme,
che interroga con ostinazione il confine tra visibile e invisibile,
tra grido represso e silenzio assordante, tra memoria e oblio,
all’interno di un paesaggio di rovine linguistiche e corporee che
richiama, senza mai imitarlo, il grande tema novecentesco della
«terra desolata».
Sul
piano lessicale, Marotta opera una sistematica decomposizione
morfologica e semantica che costituisce uno degli aspetti più
radicali e originali della raccolta.
Le parole si spezzano in
prefissi, suffissi e frammenti («posa-/la», «e-rosa/è rosa»,
«in–sta/bile», «franosa/franata», «obliando/obliato»,
«dis–simile/dis-simula»), le parentesi aprono biforcazioni di
senso che moltiplicano il dubbio («(un silenzio)», «(posa-la
cenere)», «(sopra- tutto)»), neologismi e giochi etimologici
(«di-verso il verso», «risciacqui», «altroquando», «mini-era»)
rivelano la lingua come un terreno franoso da coltivare e da
interrogare incessantemente.
Il
lessico attinge con coerenza dal concreto minerario e tellurico –
palmo, scavo, fornaci, resina, cenere, grani, spighe, falce, siepi,
balsamo – per innestarlo su un piano filosofico-esistenziale
(memoria, soglia, varco, crinale, enigma, senzatempo).
Ogni
termine vibra di polisemia densa: la «polvere» è detrito abissale
e balsamo insieme, ferita e cura, materia di grida e materia di
silenzio; il «grido» è allo stesso tempo urlo e traccia visibile;
l’«ombra» è al contempo minaccia e luogo di pensiero.
Questa
operazione lessicale non è ludica ma etica: dimostra che solo
attraverso la frantumazione della parola è possibile abitare
l’assenza senza tradirla.
Metricamente,
il verso è rigorosamente libero, irregolare, privo di qualsiasi
schema strofico tradizionale. I versi brevi, spesso monometrici o
tronchi, si alternano a enjambement radicali che spezzano unità
sintattiche e respiratorie, obbligando il lettore a un atto di
ricostruzione analogo allo scavo poetico compiuto dall’autore.
La
disposizione tipografica – spazi bianchi generosi, rientri
improvvisi, maiuscole isolate, parentesi che interrompono il flusso –
crea una partitura visiva che è parte integrante del significato: il
bianco non è vuoto, ma pausa significante, respiro trattenuto,
polvere che si deposita tra le righe.
Il ritmo non ricerca armonia
classica bensì mima il movimento incerto dell’esitazione, della
frana, dello scivolamento: una dissonanza controllata, ansimante, che
riproduce sul piano formale l’instabilità tematica del corpo e
della mente franosa.
Timbricamente
e sonoramente, la scrittura si presenta come un tessuto denso e
stratificato di sussurri, fruscii, echi e urli repressi.
Le
sibilanti (s, sc, z, c) dominano con insistenza, evocando il fruscio
continuo della polvere che si deposita e il silenzio che si insinua
(«scavando», «insetti», «silenzio», «scivola», «cede»,
«risciacqui»).
Le
liquide (r, l) suggeriscono flusso, scivolamento, frana
(«rosa-cenere», «resina», «franosa», «franata», «riluce tra
i solchi», «rivoli d’erbe»). Assonanze e allitterazioni interne
generano risonanze sotterranee («posa/la», «rosa-cenere»,
«e-rosa/è rosa», «obliando/obliato»), mentre le vocali aperte
(a, e, o) dilatano lo spazio sonoro in una vastità desolata e
minerale.
Il
suono non è mai puramente ornamentale, ma strutturale e semantico: è
«suono (un silenzio) di voci (da ciechi)», mormorio che può
trasformarsi in grido represso, eco che si spegne lentamente nella
cenere. Questa tessitura sonora conferisce alla pagina una dimensione
quasi tattile: il lettore sente la polvere sotto le dita, il fruscio
della frana, il respiro trattenuto.
Un
aspetto centrale della poetica di Marotta, che illumina ulteriormente
Polvere,
è il suo rapporto con Paul Celan, di cui è stato traduttore
raffinato.
Il
confronto con altri traduttori italiani di Celan – in particolare
Moshe Kahn, Giuseppe Bevilacqua, Michele Ranchetti, Dario Borso ed
Elisa Biagini – permette di cogliere con maggiore precisione la
specificità della voce di Marotta. Moshe Kahn, scelto direttamente
da Celan come suo traduttore, opta per una resa fortemente mimetica,
fedele alla sintassi frantumata e al respiro spezzato dell’originale,
ma talvolta a scapito della musicalità italiana.
Giuseppe
Bevilacqua, autore del Meridiano Mondadori del 1998 (l’edizione più
ampia e influente), inserisce Celan nel solco della grande tradizione
poetica italiana, privilegiando una fluidità e una nobiltà
lessicale che rendono il testo più accessibile ma che, secondo
alcuni, attenuano la ferita linguistica originaria. Michele
Ranchetti, con Jutta Leskien, si concentra sulle poesie postume
(Sotto il tiro di
presagi), puntando su
un rigore filologico estremo e su una fedeltà quasi letterale. Dario
Borso (2020) e Elisa Biagini privilegiano invece un registro medio,
più contemporaneo, con attenzione alla precisione semantica ma con
soluzioni talvolta meno radicali nella frammentazione. Marotta,
poeta-traduttore egli stesso, si colloca in una posizione originale:
la sua traduzione di Celan non è solo resa ma vera e propria
co-creazione poetica.
Egli
accentua la dimensione di «polvere» e di «cenere» del linguaggio
celaniano, lavorando sulla decomposizione morfologica e sul silenzio
significante in modo ancora più radicale di Bevilacqua e più
musicale di Kahn. In Polvere
questa esperienza traduttiva si trasfonde direttamente: la lingua
franante, le parentesi biforcanti, il «grido» che si fa «stella di
sassi e spighe» sono il frutto di un corpo-a-corpo con Celan che non
imita ma rinnova.
Mentre
Bevilacqua «italianizza» Celan per renderlo fruibile nella
tradizione lirica nazionale, Marotta lo «polverizza», facendone
emergere la materia residua che abita anche la sua scrittura
originale. È come se Marotta traducesse Celan non solo in italiano
ma nella propria lingua minerale, trasformando la ferita celaniana in
una poetica della frana e della ricomposizione provvisoria.
Per
esemplificare con la massima concretezza l’intreccio di questi
piani e dimostrare la fondatezza dell’analisi generale, riportiamo
integralmente, senza errori e con i versi separati da barre, quattro
testi emblematici (due già presenti in analisi precedenti e due
nuovi), ai quali faremo seguire un’analisi dettagliata e
ravvicinata di ciascuno.
Prima
poesia (da MINIERA):
scavando
/ palmo a palmo (palmi, sono, / scavi) / esitano incerti (insetti /
nel grigio), inserti (in- / serti) / di polvere / e resina, masticano
/ ere nel vuoto, tra / fiere, fornaci, un suono / (un silenzio) / di
voci (da ciechi) / non regge l’urto la bocca / (sopra- tutto),
barcolla, è / instabile, in –(sta / bile), mente, franosa /
franata: annusa l’aria / tra bende e memoria, in / un gelo
incrinato / (un crinale) / poi / scivola, cede / (ignora l’uscita)
– mattino
Questa
poesia, posta all’inizio della sezione MINIERA, funziona come una
sorta di manifesto operativo dell’intera raccolta. L’azione dello
«scavando» è immediatamente duplicata e messa in crisi dalle
parentesi («palmi, sono, / scavi»), che trasformano il gesto fisico
in un atto mentale incerto. Gli «insetti / nel grigio» diventano
«inserti (in- / serti) / di polvere / e resina»: un gioco lessicale
perfetto che fonde l’animale con l’azione dell’inserire,
mostrando come la polvere stessa sia materia viva e al tempo stesso
detrito. Il verbo «masticano / ere nel vuoto» è di una densità
straordinaria: le ere vengono letteralmente masticate, ridotte a
poltiglia temporale, mentre il «suono / (un silenzio) / di voci (da
ciechi)» introduce il paradosso centrale della raccolta – la voce
che esiste solo come silenzio, la visione che esiste solo come
cecità. La bocca, organo per eccellenza della parola, «non regge
l’urto», barcolla; l’aggettivo «franosa / franata» è ripetuto
con effetto di frana fonica e semantica, mentre l’aria viene
«annusata / tra bende e memoria» in un «gelo incrinato / (un
crinale)». Il movimento finale – «poi / scivola, cede / (ignora
l’uscita) – mattino» – chiude il testo su un’alba che non
porta salvezza ma ignoranza dell’uscita. Metricamente gli
enjambement estremi («in- / serti», «in –(sta / bile)»)
replicano l’instabilità del terreno e della mente; sonoramente le
sibilanti e le liquide creano un fruscio continuo di polvere in
movimento. Il testo è dunque un microcosmo perfetto della poetica di
Marotta: scavo come metodo, frana come destino, silenzio come unica
voce possibile. Qui si avverte con forza l’eco celaniana filtrata
attraverso la traduzione di Marotta: la lingua non comunica ma si
frantuma, come in Celan, ma con una musicalità italiana più liquida
e tellurica rispetto alla durezza di Kahn o alla classicità di
Bevilacqua.
Seconda
poesia (da CONTROLUCE):
la
luce – tu la conosci in perdita / la (ri)conosci che emerge / dal
sogno desolato della preda / e torna dove fa pensiero / il corso
delle ombre –dove / lo sguardo inciampa / nel conforto che genera
sete
Questo
testo brevissimo condensa in sette versi l’intera dialettica
luce-ombra della raccolta.
La luce non è mai data in pienezza: «tu
la conosci in perdita» e la «(ri)conosci», dove il prefisso tra
parentesi segnala la ripetizione ciclica e dolorosa del
riconoscimento.
Emerge «dal sogno desolato della preda», immagine
potentissima che rovescia il topos classico della luce come salvezza:
qui la luce nasce dal trauma della preda, dal suo sogno di fuga
fallita.
Torna «dove fa pensiero / il corso delle ombre», cioè nel
luogo in cui l’ombra non è negazione della luce ma condizione del
pensiero stesso. Lo sguardo «inciampa» – verbo fisico e
metaforico – «nel conforto che genera sete»: il conforto, lungi
dal placare, genera nuova sete, nuovo desiderio insaziabile.
Contenutisticamente il testo è una fenomenologia della visione
mancata; lessicalmente il «(ri)conosci» e il doppio «dove» creano
un effetto di eco e di inciampo; metricamente i versi brevi e gli
enjambement («dove fa pensiero / il corso delle ombre –dove»)
obbligano lo sguardo del lettore a inciampare esattamente come quello
del soggetto lirico; sonoramente le vocali aperte e le gutturali
sottolineano l’attrito. Il testo dimostra con evidenza cristallina
come Marotta trasformi la precarietà della luce in una forma di
conoscenza più alta e dolorosa, in perfetta sintonia con la
traduzione celaniana di Marotta, dove la luce è sempre «in perdita»
come nella Mohn und
Gedächtnis
celaniana.
Terza
poesia (da ALTROQUANDO, dedicata a Evgen Bavčar):
quale
altra luce – Evgen / nel senzatempo del / le pupille spente, quale
/ l’origine, il suono, la voce / l’alfabeto – quale il nome /
segreto delle rondini / che liberi dal sogno / per scardinare il
portale / delle ombre – quale / altra luce, quale altro nome sai /
che il giorno non conosce?
Questa
poesia, che apre la sezione ALTROQUANDO, è dedicata al fotografo
cieco Evgen Bavčar e rappresenta uno dei vertici della raccolta.
L’interrogazione ripetuta («quale altra luce», «quale… quale»)
crea un ritmo litanico che mima l’ansia della ricerca in assenza di
visione.
Il
«sen zatempo del / le pupille spente» è un’immagine di
straordinaria potenza: la cecità non è mancanza ma «sen zatempo»,
un tempo altro in cui si rivela «l’origine, il suono, la voce /
l’alfabeto».
Le
«rondini» che «liberi dal sogno / per scardinare il portale /
delle ombre» introducono un movimento di liberazione e di
scardinamento che è al tempo stesso fisico e metafisico. Il verso
finale – «che il giorno non conosce?» – chiude il testo su un
interrogativo aperto, quasi un’invocazione. Lessicalmente il testo
è denso di neologismi («sen zatempo») e di biforcazioni («quale
altra luce – Evgen»); metricamente i versi brevi e gli enjambement
radicali («del / le pupille») replicano la frammentazione della
visione; sonoramente le liquide («luce», «origine», «rondini»,
«liberi») evocano un volo silenzioso.
Qui
l’eco di Celan (la cecità come visione privilegiata) si fonde con
la traduzione di Marotta: mentre Bevilacqua avrebbe reso più fluido
il testo, Marotta mantiene la ferita, la polvere della domanda
irrisolta.
Quarta
poesia (da OBLIQUAMENTE, dedicata a Mario Giacomelli):
nel
silenzio immobile dell’ombra / riluce tra i solchi l’aspra pietà
/ di un grido – stella di sassi e spighe / visibile tracciato di
figure lingue / alberi tatuati in cromìe di croci / nel sonno
minerale della terra
Questo
testo, collocato in OBLIQUAMENTE e dedicato al fotografo Mario
Giacomelli, è un omaggio alla fotografia come arte dell’ombra e
del solco. Il «silenzio immobile dell’ombra» è il campo in cui
«riluce» una «aspra pietà / di un grido»: il grido celaniano
diventa «stella di sassi e spighe», immagine che richiama
direttamente Todesfuge
ma trasposta in un paesaggio italiano di terra e croci. «Visibile
tracciato di figure lingue / alberi tatuati in cromìe di croci»
evoca la fotografia di Giacomelli, dove le figure umane diventano
segni incisi sulla terra. Il finale – «nel sonno minerale della
terra» – chiude il testo su un’immagine di quiete geologica che
è anche sepoltura e preservazione. Metricamente il verso lungo e
l’enjambement unico creano un effetto di sospensione; sonoramente
le sibilanti («silenzio», «solchi», «aspra», «stella»,
«sassi», «spighe») e le liquide («riluce», «figure»,
«lingue», «alberi», «cromìe», «croci») producono un fruscio
pietroso.
Questa breve analisi
dimostra come Marotta, traducendo Celan, abbia interiorizzato la
«stella di sassi» per farne materia della propria poesia: la
polvere non è solo residuo ma anche «tracciato visibile», segno
che resiste nel «sonno minerale».
Il
raffronto con autori storicizzati colloca Marotta in una linea di
altissima nobiltà novecentesca.
In
ambito italiano, la scomposizione morfologica e l’invenzione
lessicale rimandano direttamente ad Andrea Zanzotto di La
Beltà e Pasque,
dove la lingua è suolo da coltivare e da disseppellire, radice
franosa di senso; tuttavia Marotta spinge questa operazione verso un
radicalismo ancora più minerale, privo della componente dialettale
zanzottiana ma altrettanto radicale nella frantumazione. L’erosione
memoriale e il paesaggio di rovine richiamano Eugenio Montale degli
Ossi di seppia,
ma spinto a un radicalismo post-ermetico: la polvere è qui più che
ossidiana, è materia vivente di grida. Con Giorgio Caproni condivide
il senso di una poesia come diario di perdite e abbandoni, di
«ferite» che diventano «artifici» e «altro».
Sul
piano internazionale il dialogo più stringente è con Paul Celan
(come visto sopra), Edmond Jabès, Yves Bonnefoy, T.S. Eliot e
Stéphane Mallarmé. L’eco beckettiana è infine evidente
nell’assurdo di un «gesto senza mani».
Polvere
si configura dunque come opera di resistenza poetica nella polvere
del tempo: non lirica consolatoria ma atto di scavo rigoroso, sobrio,
che rinnova la grande tradizione del Novecento italiano ed europeo
spingendola verso un’estrema consapevolezza della precarietà del
dire.
Marotta
ci invita a riconoscere nella frana della lingua la possibilità di
un’altra luce, di un altroquando, dove il grido si fa visibile
tracciato di figure nel sonno minerale della terra.
È
una poesia che, come la polvere stessa, si deposita lentamente e,
depositandosi, rivela la propria densità.
In
questo senso, Polvere
non chiude un percorso ma lo proietta in una dimensione ulteriore, in
cui la parola poetica, consapevole della propria finitezza e della
propria inevitabile erosione, diventa tuttavia lo strumento più
acuto per interrogare l’invisibile, per abitare l’assenza e per
trasformare il disfacimento in una forma di attenzione vigile e
amorosa verso il mondo.
La
raccolta testimonia che la poesia, quando raggiunge questa intensità
di scavo e di ascolto, non redime il tempo ma lo abita fino in fondo,
facendone emergere le ferite, i bagliori, le pause cariche di senso.
In
un’epoca spesso distratta o urlata, la voce di Marotta –
discreta, obliqua, minerale – ricorda che solo attraverso la
polvere del linguaggio e della memoria è possibile intravedere, sia
pure per lampi, un barlume di quell’altra luce che il giorno
ordinario non conosce.
La
poesia di Marotta non offre soluzioni né consolazioni: offre invece
una dimora temporanea nella precarietà, un luogo dove il lettore può
imparare a riconoscere la propria fragilità senza fuggirla.
Polvere
è così molto più di una raccolta: è un’etica della visione
obliqua, un invito a coltivare la polvere come unico terreno
possibile di senso.
Depositandosi
nella mente del lettore, questa polvere non si dissolve; al
contrario, si compatta in una traccia duratura, in una memoria che
continua a scavare anche dopo la lettura.
È
questa la grandezza silenziosa di Marotta: aver trasformato il
residuo in sostanza, la frana in forma, il silenzio in voce.
In
un panorama poetico contemporaneo spesso incline al gesto o alla
citazione facile, Polvere
si staglia come un monolite discreto e densissimo, capace di durare
nel tempo proprio perché fatto della stessa materia effimera di cui
è fatto il tempo – la polvere.
Note
biobibliografiche
Francesco
Marotta è nato a Nocera Inferiore (SA) l’11 marzo 1954. Laureato
in Filosofia e in Lettere Moderne, ha insegnato Storia e Filosofia
nei Licei e ha vissuto in provincia di Milano. Poeta, traduttore e
critico, ha fondato e curato il blog letterario «La dimora del tempo
sospeso». Ha tradotto, tra gli altri, Paul Celan, Edmond Jabès,
Yves Bonnefoy, René Char, Ingeborg Bachmann e Nelly Sachs.
Tra
le sue pubblicazioni principali ricordiamo: Le
Guide del Tramonto
(1986), Memoria delle
Meridiane (1988),
Giorni come pietre
(1989), Alfabeti di
Esilio (1999), Il
Verbo dei Silenzi
(1991), Postludium
(Anterem, 2003 – vincitore della sezione inediti del Premio Lorenzo
Montano), Per soglie
d’increato (2006),
Hairesis
(2007), Impronte
sull’acqua (2008),
Esilio di voce
(2011) e l’antologia Il
poema ininterrotto (a
cura di Marco Ercolani, 2016). Polvere
(Anterem, collana Nuova Limina, 2024) è la sua ultima raccolta
pubblicata.
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