(Redazione) - Una costante follia - 03 - Senza specchi
Senza specchi
“L’altro è la mia domanda.”
— Edmond Jabès
Siamo sempre in mezzo agli altri.
Anche quando si ha l’impressione di essersi allontanati da tutto. Anche quando si cambia cultura, geografia, territorio.
Si cambia luogo, lingua, o soltanto indirizzo e a volte rimangono addosso immagini che non reggono. Volti, strade, frammenti che sembravano pieni e che poco alla volta iniziano lentamente a svuotarsi. Non scompaiono, perdono consistenza come parole consumate dall’uso.
Forse basta questo.
Che l’altro e il luoghi conosciuti non siano più una funzione, né un riflesso, né una conferma.
Solo una presenza. In quello svuotarsi, qualcosa si sposta.
Non il mondo, ma il modo in cui gli altri e gli oggetti appaiono.
All’inizio è quasi impercettibile. Una conversazione qualunque, una presenza familiare, un gesto già visto mille volte. Qualcuno che versa dell’acqua, che appoggia una chiave sul tavolo, che entra in una stanza senza annunciare nulla. Gesti minimi, che prima scorrevano senza attrito e che ora sembrano chiedere di essere colti per quello che sono, senza aggiunte.
Eppure, qualcosa non coincide più. Non perché l’altro sia diverso, ma perché non si riesce più a farlo entrare interamente nell’immagine che lo teneva fermo.
Ci si accorge, quasi con un lieve disagio, di quanto gli altri siano stati — fino a quel momento — necessari per dare forma a ciò che siamo.
Specchi, conferme, opposizioni. Figure attraverso cui orientarsi.
Senza accorgersene, si vive tra versioni.
Versioni degli altri.
Versioni di sé.
Poi, a volte, qualcosa incrina lo specchio.
Ricordo un pomeriggio qualsiasi. Una stanza in cui non accade nulla di rilevante. Una persona parla, ma la sua voce smette di essere catturata dal contenuto delle parole. Resta il suono, il ritmo, la presenza stessa di chi sta parlando. Non ciò che dice, ma il fatto che sia lì, presenza fisica di puro linguaggio, il cui significato non chiede di essere interpretato, perché è fonema che vibra. Corpo sonoro, corpo umano.
E in quello scarto, l’altro smette di essere un ruolo da comprendere attraverso il linguaggio e diventa una presenza.
Non mi completa.
Non mi corregge.
Non mi restituisce un’immagine.
È semplicemente lì. Corpo umano. Indefinibile.
Ed è in quel momento — breve, instabile — che accade qualcosa di inatteso: l’altro non mi determina più, ma nemmeno mi separa. Non è un limite, non è una funzione. Non è più ciò che serve a definire chi sono.
È un’apertura.
Forse è questo che resta, tornando. Comprendo che viaggiare non è altro che spostare l’assicella della percezione, dimenticare il conosciuto, dimenticarsi di sé per imparare la vita senza filtri.
Non ho viaggiato per avere una diversa idea del mondo, ma per tornare nuda, corpo tra i corpi. Esposta in modo imprevedibile a ciò che chiamiamo “gli altri”, che non sono più da interpretare, a cui non chiedo d’interpretarmi. Sono presenze che, a volte, non chiedono nulla e proprio per questo, diventano più difficili da contenere a distanza.
Si è esposti.
E in questa esposizione — che non promette nulla, che non garantisce continuità — si intravede qualcosa che somiglia alla libertà.
Non perché si sia indipendenti dagli altri,
ma perché, per un istante, non si è più costretti a trasformarli in ciò che serviva.
Forse basta questo.
Che l’altro non sia più una funzione, né un riflesso, né una conferma.
Solo una presenza. “Io vedo il tuo volto” scriveva Paul Celan.
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