"La bella Otero" - una poesia inedita di Raffaele Floris - nota critica di Sergio Daniele Donati

 

Raffaele Floris

La bella Otero

Tutto ebbe inizio tra i sentieri brulli
di Valga. Lei — soltanto una bambina
costretta a fare i conti con la fame,
la povertà, senza neppure un padre —
era Augustina, violentata quando
aveva dieci anni. Non si perse
per strada, anzi, accese la sua rabbia.
Fuggì con un compagno e nei locali
fumosi dell’Alfama cominciava
la sua seconda vita. Leggendaria,

come Parigi, come l’ossessione
per lei, per le sue curve: Carolina
ballava in décolleté, con l’eleganza
gitana e una cascata gioielli,
le sete da regina e la bellezza
fatale, appassionata. Schiava mai.
L’abbiamo conosciuta in cartolina
sulle specchiere di Villa Amarena,
la Bella Otero: aveva quarant’anni.
Guidogozzano, lui non muore mai.

Poi fu il declino. Al tavolo da gioco
gettò via tutto, uomini, fortune,
tesori sconfinati: non rimase
più niente. In un modesto bilocale
che profumava forse di lisciva
si spense il mito. Lei, con le sue mani
nodose e quello sguardo che sfioriva,
aveva il sangue dell’Andalusia,
il cuore stanco della Belle Époque.
Guidogozzano torna in libreria.

(RAFFAELE FLORIS – INEDITO 2026)

NOTA CRITICA
La Bella Otero di Raffaele Floris si impone subito come un omaggio vibrante e insieme una rilettura critica della figura di Carolina Otero, la cortigiana galiziana che divenne icona sensuale della Belle Époque parigina. Il poeta non si limita a ripercorrere la biografia romanzata di Augustina Otero Iglesias: la trasforma in una parabola esistenziale di riscatto feroce, di splendore abbagliante e di inevitabile rovina, filtrata attraverso una sensibilità crepuscolare e profondamente gozzaniana che rende il testo un piccolo, densissimo capolavoro di poesia memoriale e civile.
Fin dall’inizio il verso si piega a un endecasillabo duttile, spesso sciolto o appena ipermetro, che scorre con una naturalezza quasi prosastica eppure mai casuale: gli enjambement netti («Non si perse / per strada», «cominciava / la sua seconda vita», «non rimase / più niente») creano una sospensione drammatica che mima la traiettoria stessa della protagonista, un continuo cadere e rialzarsi, una caduta finale che sembra già annunciata nella musica del testo. Le tre strofe irregolari – nascita e ribellione, apogeo mitico, declino – disegnano una struttura ternaria che non è mai rigida, ma respira come un racconto orale, con cesure interne sapienti e rime interne sporadiche («brulli / bambina», «rabbia / Alfama», «gitana / regina») che danno al ritmo un’eco quasi ballata, un’andatura narrativo-musicale tipica del crepuscolarismo più maturo.
La tessitura sonora è altrettanto calcolata e profonda. Nella prima parte dominano vocali cupe e consonanti aspre («brulli», «fame», «povertà», «Alfama», «rabbia») che restituiscono la durezza della Galizia rurale e la violenza subita; nella sezione centrale esplodono fricative e sibilanti («cascata gioielli», «sere da regina», «fatale, appassionata») a evocare il fruscio di seta, il luccichio di pietre preziose, il lusso seducente della Parigi fin de siècle; nel finale tornano liquide e nasali («bilocale», «lisciva», «nodose», «sfioriva», «Andalusia») che suggeriscono consunzione, sfaldamento, un lento spegnersi del mito. L’allitterazione insistita in «s» («sulle specchiere», «si spense il mito», «sangue», «stanco») funziona come un sibilo che accompagna l’intera parabola dal trionfo al crepuscolo, creando un effetto di continuità sonora che lega indissolubilmente ascesa e caduta.
Sul piano lessicale Floris opera una mescolanza raffinatissima tra registro alto e quotidiano: termini popolari o dialettali («brulli», «lisciva») convivono con francesismi di lusso («décolleté», «Belle Époque») e con una sintassi sentenziosa («Schiava mai») dal sapore oraziano. La scelta di «Valga» e «Alfama» è precisa, documentata, eppure mai pedante; l’attribuzione del «sangue dell’Andalusia» è una licenza poetica che nobilita la gitana con un topos antico, mentre il lessico del declino diventa volutamente dimesso, casalingo («modesto bilocale», «profumava forse di lisciva», «mani nodose») per generare un contrasto lacerante con l’opulenza precedente. È la stessa tecnica gozzaniana del “ridicolo sublime” portata a un grado di intensità maggiore, dove il kitsch della cartolina diventa epifania tragica.
Al centro del testo c’è la dialettica tra violenza originaria e riscatto attraverso la bellezza e l’arte: la bambina violentata a dieci anni non si perde, ma «accese la sua rabbia» e diventa la donna fatale che non è mai «schiava», padrona assoluta del proprio corpo e del proprio mito. Floris sottolinea con forza l’autodeterminazione femminile contro ogni lettura vittimistica, trasformando la storia personale di Otero in metafora del Novecento stesso: ogni Belle Époque consuma i suoi idoli, li getta al tavolo da gioco e li riduce a cartoline ingiallite su specchiere di provincia. E qui entra in scena Guido Gozzano, citato due volte, quasi come un ritornello magico: «Guidogozzano, lui non muore mai» e «Guidogozzano torna in libreria». Non si tratta di un semplice omaggio, ma del cuore pulsante del componimento. Gozzano aveva immortalato la Bella Otero proprio attraverso quelle cartoline di Villa Amarena; Floris lo fa rivivere, lo riporta in libreria come se la poesia contemporanea potesse ancora resuscitare il crepuscolarismo e usarlo come lente lucidissima per rileggere il nostro presente di decadenza consumistica e di miti effimeri.
In questo senso il dialogo con Gozzano è totale: stessa tonalità ironico-nostalgica, stesso uso del «noi» collettivo («L’abbiamo conosciuta»), stessa capacità di trasformare il kitsch in rivelazione. Ma Floris aggiunge un’eco pascoliana nella tenerezza per l’infanzia violata, un’ombra dannunziana nella sensualità decadente delle sete e dei gioielli, e una lontana consonanza montaliana nella figura della donna-mito che si consuma sotto i nostri occhi. Il risultato è una poesia matura, densa, che maneggia la tradizione novecentesca senza epigonismo e la piega a un’indagine sul presente: una parabola che, come il Gozzano che la abita, non muore mai e continua a tornare, più viva e necessaria che mai.

Per la Redazione de Le parole di Fedro
il caporedattore - Sergio Daniele Donati
NOTE BIOBIBLIOGRAFICHE
Raffaele Floris (Pontecurone,1962) è incluso nell’Antologia della poesia in Piemonte e Valle d’Aosta (puntoacapo 2012) e nell’Antologia della poesia in provincia di Alessandria (ivi 2014), nell’Antologia di micronarrativa In poche parole (ivi 2023 e 2025) e in vari blog e riviste letterarie online.
Pubblicazioni di poesia: Il tempo è slavina (Lo Faro 1991); L’ultima chiusa (Joker 2007); Mattoni a vista (puntoacapo 2017); Senza margini d’azzurro (ivi 2019); La macchina del tempo, (ivi 2022); Pansele în păhar - Viole nel bicchiere, quindici poesie tradotte in lingua rumena (Cosmopoli ed. 2023). Quando Pippo volava (ivi 2025).
Narrativa: La croce di Malta (romanzo breve, puntoacapo 2013). L’òm, l’aşi e ‘r pulóu (detti, proverbi e filastrocche in dialetto pontecuronese, con cenni di grammatica), PiM 2016.




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