(Redazione) - "Il nero alchemico" - a proposito di "Maniere nere" di Isabella Leardini (Mondadori ed., collana Lo Specchio, 2025) - Nota critica di Sergio Daniele Donati
Maniere nere (Mondadori ed., collana Lo Specchio, 2025) di Isabella Leardini si configura come uno dei libri più intensi e coesi dell'attuale creazione poetica contemporanea: un organismo compatto, quasi un lungo poema in sezioni, che ruota intorno a un unico nucleo ossessivo – la presenza spettrale, eppure pienamente vitale, di ciò che non ha potuto realizzarsi nella vita.
Il
titolo stesso è un ossimoro perfetto: “maniere” come gesti
rituali, educati, quasi cortesi del lutto; “nere” come sostanza
alchemica, abisso marino, materia oscura in cui si dissolve e si
conserva ogni forma perduta.
L’epigrafe
di Margherita Guidacci – «Il
mio cuore appartiene / a coloro che lo divoreranno, / e so che stanno
venendo» – funziona
da vera e propria soglia iniziatica: il soggetto lirico si consegna
consapevolmente a una devorazione che è al tempo stesso atto d’amore
e riconoscimento dell’alterità assoluta dei morti.
La
prima sequenza, imperniata sull’albero
dei morti bambini,
costituisce il cuore mitico e domestico del libro. I bambini morti
prima di vivere non sono assenti: fioriscono «ogni mese» su un
albero che è al contempo genealogico e aereo, «germogliare ostinato
dell’amore».
Sono
«spietata infanzia dei non vissuti» che abitano gli spazi liminari
della casa – dietro gli stipiti, appesi alle tende come pipistrelli
educati, sospesi a rami che ridono quando ridono le case vive.
Qui
Leardini costruisce un mito personale eppure universale che si
inserisce in una linea di influenze poetiche femminili italiane e
internazionali di straordinaria profondità: l’epigrafe di
Margherita Guidacci (la cui poesia elegiaca e visionaria sul lutto e
sull’aldilà è qui citata come fondamento etico) dialoga con la
fase più domestica e visionaria di Alda Merini, con la fenomenologia
del lutto infantile di Vivian Lamarque, con la sacralizzazione
dell’oggetto umile di Mariangela Gualtieri e con la radicalità
liminare di Antonella Anedda.
In
chiave internazionale, il motivo dei “non vissuti” richiama la
maternità tragica e la presenza degli assenti in Sylvia Plath
(Ariel)
e in Virginia Woolf, autrici che Leardini evoca esplicitamente nella
sezione conclusiva.
Questa
rete di influenze femminili non è citazionale ma strutturale:
Leardini riprende la capacità di Guidacci e Merini di rendere
concreto l’invisibile, la tenerezza lancinante di Lamarque, la
ritualità quotidiana di Gualtieri e l’abisso domestico di Anedda,
piegandole però a una voce originalissima, più aerea e marina
insieme.
Un
esempio integrale di questa sequenza è la poesia d’apertura
dell’albero:
L’albero
dei morti bambini / più splendente fiorisce ogni mese / frutto di
interminabile sete / germogliare ostinato dell’amore. / Gioco che
gira incantato / dove la vita sconosciuta esiste / spietata infanzia
dei non vissuti / che guardano stupiti i non più vivi. / A un
battito dalle mani / che non arrivano a toccare le mani / a un passo
dalla polvere dei piedi / che battono lo spazio delle stanze / dietro
gli stipiti aperti delle porte / indisturbati si stendono i rami.
L’analisi
di questo testo rivela una densità semantica, ritmica e simbolica
eccezionale. Il titolo-incipit “L’albero dei morti bambini”
instaura subito un ossimoro fondativo: l’albero (archetipo di vita,
crescita, genealogia) è paradossalmente “dei morti”, eppure “più
splendente fiorisce ogni mese”, trasformando la morte in ciclo
perpetuo e luminoso.
L’enjambement
tra “mese” e “frutto” accelera il respiro, mimando il
germogliare ostinato; l’allitterazione in f
(«fiorisce», «frutto», «fiorire» implicito) e la liquida r
(«germogliare ostinato dell’amore») creano un tremolio vitale,
quasi un solletico aereo che percorre l’intera poesia. Il secondo
verso libero («Gioco che gira incantato») introduce il motivo
ludico-spettrale: i bambini morti giocano in uno spazio incantato
dove «la vita sconosciuta esiste», rovesciando la gerarchia
ontologica – sono loro, i non vissuti, a possedere una forma di
esistenza più pura e spietata («spietata infanzia dei non
vissuti»).
L’aggettivo
«spietata» è cruciale: non crudele, ma priva di pietà
consolatoria, fedele alla verità nuda dell’assenza. La quartina
centrale («che guardano stupiti i non più vivi») opera uno
straordinario ribaltamento prospettico: i morti bambini osservano i
vivi con stupore, come se fossimo noi gli spettri.
Qui
emerge l’influenza plathiana e woolfiana nella capacità di rendere
il punto di vista dell’assente come sguardo più acuto sul reale.
La
sezione finale («A un battito dalle mani / che non arrivano a
toccare le mani») è di una perfezione metrica ipnotica: gli
endecasillabi approssimativi e gli enjambement ripetuti («mani / che
non arrivano», «piedi / che battono») mimano la sospensione, il
quasi-contatto, la prossimità impossibile. Le ripetizioni anaforiche
(«a un battito», «a un passo») e le rime interne imperfette
(«mani / mani», «piedi / stanze») creano una musica di soglia, di
limen domestico.
L’immagine conclusiva («dietro gli stipiti aperti
delle porte / indisturbati si stendono i rami») chiude il cerchio:
l’albero invade lo spazio casalingo senza violenza
(«indisturbati»), radicandosi nei luoghi di passaggio (porte,
stipiti), simbolo di una memoria che non invade ma abita. L’intera
poesia è costruita su un sistema di opposizioni dialettiche
(vita/morte, tocco/non-tocco, visibile/invisibile) risolte in una
sintesi ritmica che è al tempo stesso nenia infantile e canto
elegiaco. Sul piano timbrico, le vocali aperte (a,
o)
dilatano lo spazio cosmico mentre le chiuse (i,
e)
stringono la tensione emotiva; le sibilanti e le nasali evocano il
fruscio di rami e respiro sospeso. Questa poesia non descrive il
lutto: lo incarna, lo rende abitabile, trasformando la casa in
giardino spettrale e il lettore in custode degli assenti.
È
il manifesto poetico dell’intero volume: i morti bambini non sono
perduti, sono rami che si stendono indisturbati, in attesa che
accendiamo le luci.
La
sezione Danza
delle conchiglie che segue
trasla il discorso dal regno aereo a quello marino senza soluzione di
continuità.
Il mare «ruba, svuota, restituisce / la forma esanimata
del restare».
Le
conchiglie sono «collezioni di piccole morti», calchi leggeri di
corpi abitati solo per poco, come cappotti o ombrelli abbandonati. Le
perle – «ostia di madreperla, figlia certa / della luna e di
quelle come lei» – sono figlie infeconde, «lacrime salate del
mare» che gli uomini rotolano tra le dita come chicchi di riso ma
che non fioriranno mai. L’immagine del mare e delle forme residue
rimanda inevitabilmente a Eugenio Montale (Ossi
di seppia, in
particolare i “mottetti” e le poesie marine), ma Leardini lo
piega a una sensibilità più femminile e rituale, più vicina ad
Antonella Anedda o a certi passaggi di Mariangela Gualtieri nella
loro capacità di sacralizzare l’oggetto umile. Emerge una
riflessione profonda sulla sterilità del lutto quando diventa
feticcio: la conchiglia nera raccoglie «il senso del vuoto», ma
anche il rischio di un’innocenza colpevole («L’errore del male
incolpevole / è ritenersi anche innocente»).
In
I subacquei
il fiore – già presente nell’albero dei bambini – si immerge.
È «primo fiore del buio», «densa risposta cresciuta / sul ramo di
chi non sa dire». I subacquei sono i fiori più strani e più
lontani, quelli che nascono «mani di piume, dita di corallo» e
vestono «un vestito di conchiglie vuote» scelte perché restino
intere.
Il «fiore del non lo so» è puro perché appartiene ai
bambini che amano senza sapere; la magnolia rinuncia «a fiorire
prima ancora / di sapere che non si potrà fiorire». Qui la poesia
di Leardini raggiunge una densità quasi metafisica, che ricorda, per
radicalità della rinuncia, certi testi di Giorgio Caproni o di
Amelia Rosselli, ma declinati in una tonalità più luminosa e meno
disperata.
Le
alghe porta il
discorso a un livello di attualizzazione storica e autobiografica
insieme. L’alga orientale degli anni Novanta – quella catena
dell’amicizia in cui l’organismo si moltiplicava nel tè buio –
diventa emblema perfetto della proliferazione del lutto femminile. Le
«ragazze morte per acqua» non si sono buttate con un tuffo; sono
scese «passo passo dall’argine», pietre nelle tasche come
Virginia Woolf, tradendo il buio «un passo dopo l’altro» per
riemergere «potenti, corpo noto / che per pura scienza risorge». Il
refrain «I nostri piedi sono stretti / nelle scarpe che vogliamo» è
di una crudeltà lancinante e richiama, per intensità, la Woolf di
The Waves
o To the Lighthouse,
ma anche la poesia di Sylvia Plath (soprattutto Ariel)
nella sua capacità di trasformare il gesto autodistruttivo in atto
di resistenza e di rinascita.
Dal
punto di vista formale, Maniere
nere è un libro di
verso libero che tuttavia conserva una fortissima struttura ritmica e
timbrica. La metrica è prevalentemente isosillabica con frequenti
echi endecasillabici e settenari, ma è soprattutto la ritmica
a dominare: Leardini usa l’anàfora («Noi…», «Ridono…»,
«Accendete…») e la ripetizione di parole chiave («ridono»,
«fiorire», «conchiglie», «alghe») per creare un effetto
litanico, quasi rituale, che ricorda la liturgia e la nenia
infantile.
L’analisi
timbrica e sonora
rivela una tessitura straordinariamente coerente e ipnotica,
costruita su un sistema di suoni che mimano il respiro sospeso, il
moto ondoso del mare e il fruscio dell’invisibile. Dominano le
liquide (r, l) e le nasali (m, n), che evocano il fluire dell’acqua
e il mormorio dei morti: basti pensare alla sequenza «germogliare
ostinato dell’amore» o «ridono i rami dei bambini / quando
sentono ridere le case», dove la ripetizione della r crea un
tremolio aereo, quasi un solletico elettrico. Le sibilanti (s, sc, z)
e le fricative (f, v) producono un suono di risacca e di vuoto:
«ruba, svuota, restituisce / la forma esanimata del restare»,
«lacrime salate del mare», «ostia di madreperla» – un fruscio
continuo che avvolge il lettore come la schiuma sulla riva. Le vocali
aperte (a, o) e le chiuse (i, e) si alternano con sapienza: le a
dominano nei momenti di apertura cosmica («albero dei morti
bambini», «danza delle conchiglie»), mentre le i acute creano
tensione e sospensione («pipistrelli», «solletico elettrico della
vita», «fiore del non lo so»). Le allitterazioni interne («ridono…
risate… riso», «mare… madreperla… muffa») e le assonanze
imperfette («perla / incerta», «riva / vita») generano una
musicalità sotterranea, quasi subacquea, che non è mai ornamentale
ma funzionale alla fenomenologia del liminare: il suono stesso
diventa il “nero” della maniera, il medium attraverso cui
l’assente si fa udibile. Il risultato è una sonorità ipnagogica,
un canto di sirene al rovescio che attira il lettore nel regno tra
vita e non-vita, dove il respiro del verso si fa identico al respiro
dei morti bambini – breve, interrotto, eppure ostinatamente
presente.
In
conclusione, Maniere
nere è molto più di
una raccolta elegiaca: è un atto di resistenza ontologica contro la
rimozione contemporanea della morte infantile e femminile, contro la
tendenza a considerare i “non vissuti” come meno reali.
Leardini
non consola, non esorcizza, non pietrifica; ospita, accompagna, danza
con i morti. In un panorama poetico italiano spesso tentato
dall’ironia o dal minimalismo, questo libro si colloca nella grande
tradizione dell’elegia radicale – da Leopardi a Montale, da
Guidacci a Caproni – rinnovandola con una voce femminile
potentissima, capace di trasformare il lutto in forma, il vuoto in
calco perfetto, l’abisso in giardino.
Sul
piano esistenziale, Maniere
nere interroga con
radicalità il senso dell’essere-nel-mondo heideggeriano: il Dasein
non è mai solo, ma sempre “con” i morti che non sono mai stati
pienamente.
I
bambini dell’albero, le conchiglie, i subacquei e le alghe
incarnano l’essere-per-la-morte non come fine ma come condizione
permanente di possibilità: l’esistenza è sempre già abitata
dall’incompiuto, dal “non ancora” e dal “mai più”. Il
soggetto lirico si confronta con l’assurdo camusiano di un universo
che genera vite destinate a non fiorire, eppure risponde con un atto
di rivolta poetica: accendere luci, lasciare porte aperte, nuotare
tra le alghe significa assumersi la responsabilità etica ed
esistenziale di essere custodi dell’assente.
Non
si tratta di nichilismo, ma di un umanesimo tragico e affermativo:
solo riconoscendo la “casa vuota nelle loro vene” possiamo
abitare pienamente la nostra. Il refrain «I nostri piedi sono
stretti / nelle scarpe che vogliamo» diventa allora una
dichiarazione di libertà paradossale: la scelta del fondo (Woolf,
Plath, le ragazze morte per acqua) è l’unico modo per riemergere
“potenti, corpo noto”. In questo senso Leardini ripensa
l’esistenza come danza con l’informe: il nero non è assenza di
luce ma materia fertile in cui germoglia l’ostinato amore per ciò
che non è stato. Maniere
nere non è solo un
libro sulla morte: è un libro sulla vita che continua, ostinata, a
germogliare anche dove non dovrebbe, e sulla responsabilità dei vivi
di tenere accese le luci, di lasciare le porte aperte, di nuotare tra
le alghe e danzare con le conchiglie. Perché solo così il cuore può
davvero appartenere a coloro che stanno venendo – e che, in fondo,
non se ne sono mai andati.
Un’opera
destinata a rimanere tra le più alte della poesia italiana del nuovo
millennio, capace di restituire alla contemporaneità un pensiero
sull’esistenza che è insieme antico e radicalmente nuovo: siamo
tutti, vivi e morti, parte di un unico, interminabile germogliare.
Per la Redazione de Le parole di Fedro
il caporedattore - Sergio Daniele Donati
NOTE
BIOBIBLIOGRAFICHE BREVI
Isabella
Leardini è nata a
Rimini nel 1978. Dalla fine degli anni Novanta collabora con il
Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna, di cui
è oggi direttrice. Ha fondato il festival Parco Poesia e insegna
scrittura creativa all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Ha
pubblicato le raccolte La
coinquilina scalza
(Niebo/La Vita Felice, 2004), Una
stagione d’aria
(Donzelli, 2017) e Maniere
nere (Mondadori,
2025, collana Lo Specchio). È curatrice di antologie poetiche e
autrice di testi sulla didattica della poesia.
Commenti
Posta un commento