(Redazione) - René Daumal e la parola come trasformazione - Filosofia, antropologia e risonanze - nota critica di Sergio Daniele Donati
Perché tornare a René Daumal oggi
René Daumal è
una figura che la storia letteraria ha relegato ai margini, non tanto
per insufficienza
dell’opera sua,
ma per la sua radicale inclassificabilità.
La critica del secondo Novecento,
dominata da paradigmi strutturalisti, semiotici e sociologici, certo
di fondamentale importanza, non
aveva forse – o fingeva
di non avere - gli
strumenti ermeneutici ed
interpretativi per
accoglierlo: troppo filosofico per essere letto come semplice poeta,
troppo mistico per essere incluso nelle genealogie dell’avanguardia,
troppo rigoroso per essere assimilato all’esoterismo minore, troppo
discontinuo per essere canonizzato.
In altre parole: troppo
altrove per essere mai del tutto accolto nel presente critico della
sua epoca, senza riserve.
La sua opera è rimasta quindi in
parte sospesa in una zona liminale, come se la sua stessa ricerca —
una ricerca che potremmo definire senza tema di smentita sulla
soglia della coscienza
— avesse contagiato la sua stessa
ricezione da
parte di un mondo che allora viveva di altri schematismi.
Eppure, proprio questa sua
marginalità lo rende oggi un autore sorprendentemente attuale, a
nostro avviso.
La sua esperienza, circoscritta
agli anni Venti e Trenta, si colloca, infatti,
in un momento storico in cui l’Europa s’interroga
sulla
cosiddetta crisi
della percezione,
sulla
dissoluzione delle forme poetiche tradizionali, con
una apertura verso
l’Oriente, stante
la necessità di nuove antropologie
della coscienza.
Sulla coscienza stessa, poi, è
proprio in quegli anni che una moderna questione attorno alla sua
natura viene posta.
In questo contesto, René Daumal
elabora una visione della parola come strumento trasformativo, una
concezione dell’essere umano come campo di lavoro
e una poetica fondata
sull’attenzione e sulla presenza, non
scevra, pertanto, di elementi inerenti alle tecniche meditative
estremo-orientali.
Sono questi
tutti elementi –
concorderete con me – di cui si sente nella contemporaneità
un’enorme impellenza e urgenza, non
foss’altro per l’esigenza di ampliare il perimetro
dell’esperienza poetica a ciò che al poetico è certamente
limitrofo, essendo
connesso al dominio dell’ascolto.
René
Daumal
è un autore, dunque, che anticipa temi ancor’oggi
del tutto centrali:
la fenomenologia dell’esperienza, la mindfulness
– intesa qui come
pratica non solo meditativa–,
la parola come atto volontario,
essenzialmente etico,
la critica dell’automatismo psichico, la ricerca di un linguaggio
che non descriva ma trasformi.
Come potrete intuire, sono temi
dalle immense portate che l’autore sviluppa con un rigore davvero
importante.
Ci sono, in altri termini, almeno
quattro ragioni per cui oggi è urgente tornare a studiare René
Daumal.
Egli,
in un mondo saturo di linguaggio, ci propone una teoria della parola
come forza operativa.
René Daumal ci offre
un’antropologia non psicologica, in cui l’essere umano non è
un’identità facilmente
indentificabile con coordinate statiche,
ma un processo, un
flusso.
In un’epoca di estrema
confusione in merito alla definizione di ciò che sia (se esiste)
identità,
il suo messaggio appare ancora
oggi
tra i più moderni.
Studiare
René Daumal permette un dialogo rigoroso con le tradizioni
orientali senza cadere nell’esotismo, rischio purtroppo assai
presente, in un epoca dalle facili fascinazioni
“new age”.
Tale
studio consente anche
un confronto fertile con
la mistica ebraica, non certo
per genealogia (Daumal
non la conosceva affatto)
ma per risonanza strutturale, soprattutto nella concezione della
parola come energia creativa. E
questo permette di illuminare un dato importante: la
tradizioni si parlano anche se chi le trasmette non conosce le
“sinapsi nascoste” tra pensieri lontani.
Oggi, in un’epoca di crisi
ecologica – anche
di crisi di ecologia mentale direi
– e di
sovraccarico sensoriale e, allo stesso tempo, paradossalmente, di
frammentazione percettiva,
i moniti di René Daumal
riecheggiano,
pertanto, nelle riletture che ne fanno precursore di una sorta di
alpinismo metafisico.
Il
“monte daumaliano” non è solo metafora di ascesa personale e
spirituale, ma
archetipo di
riconnessione con un paesaggio interiore minacciato dall’automatismo
moderno, anzi contemporaneo.
Come sottolineato in studi
recenti, l’impresa daumaliana intreccia avventura fisica e
spirituale, offrendo strumenti per attraversare l’opacità
contemporanea.
Questo breve
articolo nasce pertanto da
un’urgenza:
riportare in un certo senso René Daumal al centro di
un discorso non solamente storico sulla parola anche poetica,
attraversando filosofia, antropologia e teoria del linguaggio, per
mostrare come la sua riflessione sulla parola possa dialogare con
alcune dinamiche profonde del pensiero e sia comunque utile a chi
alla struttura della parola dedica i suoi sforzi e studi.
La
domanda sulla parola come trasformazione
E se la parola non fosse catena,
ma chiave?
Che cosa può, allora, in un
mondo dove ogni suono è eco di automatismi?
La domanda che guida questo
percorso è radicale: che cosa può la parola?
Cosa si può senza la parola?
Per René Daumal la parola non è
mai solo un mezzo di comunicazione, né un ornamento estetico, né,
ancor meno, un veicolo di emozioni.
La parola è un atto, uno
strumento che modifica la coscienza di chi la pronuncia e di chi la
riceve.
È un luogo di trasformazione,
non di mera
rappresentazione.
In Poésie
noire, poésie blanche René
Daumal afferma: «La
poésie n’est pas un dire, mais un faire»¹
(«La poesia non è un
dire, ma un fare»),
eliminando ogni dubbio
sulla presunta passività
del soggetto parlante.
Un
pensiero questo che a molti potrebbe quasi sembrare banale ma che, a
ben vedere, racchiude ogni possibile
etica della parola,
proprio perché riporta il parlare nell’alveo di un
“agere”,
di un “ethos”,
ove l’elemento di scelta è sempre rilevante, anzi
direi fondamentale.
La
parola per lo studioso non è mai elemento casuale, né evento
estraneo alla volontà di chi la emette (o scrive),
ma un vero e proprio atto capace di (o “preordinato a”)
modificare chi lo riceve.
Questa intuizione lo colloca in
un territorio in cui poesia, filosofia e antropologia si intrecciano:
un territorio dove diversi
pensieri, dai più antichi a quelli contemporanei, si richiamano e
intrecciano, tutti alla ricerca di ciò che, forse, rende la parola
la caratteristica umana spiritualmente ed eticamente più rilevante.
Ed è proprio questa concezione
della parola come forza operativa che permette un dialogo inatteso
con la tradizione ebraica, ad
esempio, in particolare
con la Qabbalah
e con la riflessione sulla parola come energia creativa.
Biografia
e formazione — Nascita di una coscienza sperimentale
René Daumal nasce nel 1908 a
Boulzicourt, nelle Ardenne francesi.
La sua adolescenza è segnata da
una doppia tensione: da un lato la disciplina scientifica —
matematica, chimica, logica — dall’altro una precoce attrazione
per gli stati liminali della coscienza.
D’altronde sono quelli
gli anni delle grandi
fascinazioni estremo orientali e di una apertura a filosofie sino ad
allora appannaggio di specialisti sparsi e lontani fra loro.
In questi anni sperimenta
tecniche di autoipnosi, respirazione, dissociazione percettiva.
Il binomio disciplina-stati
liminali di coscienza non
deve essere vissuto come paradossale; è bene chiarirlo.
Non
è solo Daumal a sostenere che tali stati non si creino per un
accidente di percorso nel movimento della coscienza, ma che siano
sempre frutto di
un lavoro costante sul sé
profondo.
Chiunque
per Daumal e gran parte delle discipline estremo orientali, può
accedere a quegli stati, a apatto di dedicarsi alla coltivazione di
un terreno fertile e idoneo alla loro manifestazione dentro di sé.
Non si tratta, peraltro,
nel caso Daumal di
curiosità e fascinazione
adolescenziale verso
l’esoterico, ma di un
vero e proprio
laboratorio interiore che
René Daumal, nonostante
la giovane età cerca di
comprendere
nei suoi meccanismi,
nei stati di modificazione
e di eventuale intensificazione.
L’incontro con Roger
Gilbert-Lecomte, poi,
al liceo di Reims è decisivo.
I due condividono una stessa
urgenza: superare la percezione ordinaria, accedere a un livello più
profondo dell’essere, usare la parola come strumento di conoscenza.
Da questa alleanza nasce il
nucleo del futuro Grand
Jeu.
La loro amicizia rappresenta
un patto di ricerca: non un sodalizio estetico, ma un esperimento
antropologico.
Contesto intellettuale:
Gurdjieff, il Surrealismo e la fortuna critica
Gurdjieff e la pratica della presenza.Esprimendoci qui per sommi capi, possiamo dire che sussiste una certa affinità o vicinanza di approccio di René Daumal alle tematica che affronta con Gurdjieff.
Ciò è sicuramente
vero e riguarda
maggiormente il
piano pratico (esercizi per interrompere automatismi) e
l’antropologia dell’Io come lavoro e
flusso.
Entrambi si muovono, prima di
teorizzare, su una linea esperienziale e di ricerca pratica di cui
loro stessi sono il l’oggetto di trasformazione e crescita.
Rapporto con il
Surrealismo.
Le Grand Jeu si pone, almeno in parte, in alternativa al Surrealismo dell’epoca di Daumal.
Dove il Surrealismo valorizza l’automatismo e l’inconscio, il gruppo di René Daumal ricerca, al contrario, la veglia e la costruzione intenzionale dell’Io.
Non è una distanza irrilevante per ciò che attiene le metodologie di approccio.
Questa distanza, tuttavia, non ci dovrebbe permettere di dire che, quanto meno riguardo alla tendenza pratico-sperimentale di entrambi, non ci siano punti di contatto.In fondo l’indagine di territori tutto sommato ancora poco esplorati all’epoca dei due movimenti dovrebbe far riflettere il commentatore contemporaneo su quanto quel passaggio da pratica a teorizzazione sia stato delicato e frutto di sottili equilibri.
L’impressione che se ne ricava è a scuola daumaliana e quella surrealista non condividano certo metodologie ma abbiano la stessa serietà etica e di approccio alla comprensione del medesimo oggetto: la relazione tra parola ,specie se poetica, e stati avanzati di coscienza.
Il Grand Jeu (il grande gioco) — Un’avanguardia spirituale
Tra il 1927 e il 1928, dunque, René Daumal, Gilbert-Lecomte, Vailland e altri giovani fondano Le Grand Jeu (il grande gioco), movimento d’avanguardia che pubblicherà tre numeri della rivista omonima tra il 1928 e il 1932.
Il progetto non è meramente estetico, ma puramente antropologico: esplorare la coscienza attraverso poesia, filosofia, scienza, esoterismo.
E non v’è chi non veda che
valore immenso possa avere collocare la poesia non solo nel
territorio dei risultati
di un lavoro sulla parola,
bensì in quello, ben più ampio, degli strumenti
di
conoscenza in
sé.
Fra l’altro per chi ora vi
scrive questo tema è centrale, così come è centrale la presa di
coscienza di un più che contemporaneo bisogno di ritorno
ad una poesia come forma di pensiero e non solo di mera
manifestazione emotiva.
Proseguendo, il
nome stesso — «il
grande gioco» —
indica un’esperienza totale dell’essere, un rischio, un salto.
Nel primo numero della rivista si
legge: «Nous voulons
une expérience totale de l’être»²
(«Vogliamo
un’esperienza totale dell’essere»).
René
Daumal
è sicuramente il
teorico più rigoroso del gruppo. Nei suoi testi la poesia diventa un
mestiere interiore, un esercizio di presenza. La parola non è mai
un mezzo, ma un campo di forze da
indagare e conoscere...da esplorare con la cautela di chi si addentra
in un territorio in gran parte ancora sconosciuto.
E questo rigore, questa ricerca
di arroccio quasi- scientifico, ci permette oggi, a un secolo di
distanza, di apprezzarne ancora gli esiti che,
appunto, non sono il frutto del delirio intuitivo di una mente
isolata, ma di una metodologia precisa che René
Daumal
teorizza appieno.
Le Grand Jeu, dunque,
è un laboratorio in cui la parola viene usata per spingere la
coscienza oltre i suoi limiti ordinari.
Il movimento si distingue dal
Surrealismo per la sua radicalità: non cerca l’inconscio, ma la
veglia; non cerca l’automatismo, ma la presenza; non cerca la
dissoluzione dell’io, ma la sua costruzione.
È un’avanguardia spirituale,
non estetica. Tuttavia con
il surrealismo condivide la serietà dell’approccio e la pulsione a
indagare il non ordinario, lo stato avanzato di coscienza e
conoscenza.
GLI
Studi
orientali e LA
maturità — La poesia come pratica
Negli anni Trenta René Daumal
approfondisce il sanscrito e le filosofie indiane.
Traduce la Bhagavadgītā,
studia il buddhismo e il Vedānta,
assimila concetti come māyā
(illusione), viveka
(discernimento), sādhanā
(pratica).
Questa matrice orientale non è
decorativa: diventa la struttura stessa della sua poetica.
Eppure, in una lettura critica
postcoloniale, il «dialogo
rigoroso» di René
Daumal con l’Oriente si distanzia dall’esotismo orientalista,
offrendo un approccio sincretico
che anticipa riflessioni su ibridità
culturale,
così un po’ come
si potrebbe dire di
Cuocere il mondo
di Roberto Calasso, ove l’Oriente è incontrato come struttura
interiore, non esotica.
In Le
Contre-Ciel scrive:
«Je cherche une langue
qui me transforme»³
(«Cerco una lingua che
mi trasformi»).
La poesia, dunque,
non è un linguaggio che descrive il mondo, ma un linguaggio che
trasforma chi lo pronuncia.
La parola è un esercizio, uno
strumento che richiede vigilanza, lucidità, presenza.
Antropologia
di René Daumal — L’uomo come essere incompiuto
L’antropologia implicita di
René Daumal è profondamente segnata dall’incontro con Gurdjieff.
L’essere umano per loro non è
un’unità, ma una molteplicità di impulsi, automatismi, frammenti.
La coscienza ordinaria è un
sonno o, meglio, il sonno della coscienza è ciò che chiamiamo
normalità.
L’Io non è dato, ma deve
essere costruito attraverso un lavoro su di sé, quindi è sempre
solo flusso, dinamica.
La distinzione daumaliana tra
«poesia nera»
e «poesia bianca»
nasce da questa antropologia.
La poesia nera sarebbe la parola
che si produce da sola, senza presenza.
Sarebbe, in altri termini, quel
tipo di scrittura che si manifesta sotto una sorta di dettatura da
voci altrui (daimon,
musa, divinità, natura).
La poesia bianca al contrario
sarebbe la parola che nasce da un atto di attenzione, strutturato,
e attento.
Questa distinzione ha riflessi
nella teoria analitica di Carl Gustav Jung che parlerà di
estroversione e introversione nella produzione poetica, in seguito.
René
Daumal,
dunque,
scrive: «Le noir est
l’automatisme, le blanc est la veille»⁴
(«Il nero è
l’automatismo, il bianco è la veglia»).
La poesia bianca, ad esempio, è
il bianco della pagina prima della parola, lo spazio dove
l’attenzione si fa carne – un ritmo che incarna il processo
antropologico: l’uomo incompiuto non è solo frammento, ma
vibrazione ritmica da armonizzare.
L’essere umano è quindi
una soglia, un
respiro, un luogo e
un tempo in cui la
coscienza può trasformarsi.
FilosofiE
implicitE
— Fenomenologia, attenzione, presenza
René
Daumal
non è certo un filosofo sistematico nel
senso che ordinariamente si dà al termine;
la sua opera, tuttavia,
dialoga con alcune correnti filosofiche del Novecento, senza dubbio
alcuno.
Con Husserl, ad
esempio, condivide l’idea
di sospendere l’automatismo percettivo per tornare all’esperienza
immediata.
In Méditations
cartésiennes, Husserl
scrive: «La conscience
n’est jamais simple présence, mais acte intentionnel»⁵
(«La coscienza non è
mai semplice presenza, ma atto intenzionale»).
Questa frase, a ben pensarci,
potrebbe essere posta in epigrafe a Poésie
noire, poésie blanche e
alla teoria della parola poetica daumaliana.
Con Simone Weil René
Daumal condivide
la concezione dell’attenzione come forma di ascesi, ambito
tra l’altro condiviso con molte delle filosofie estremo-orientali.
Con Bergson condivide l’idea
della necessità di
intensificare la percezione.
Con Blanchot condivide una
visione della parola come rischio e apertura.
Ovviamente le distanze con questi
autori sono altrettanto ponderanti ma, non è questa la sede per una
comparazione stretta tra il pensiero daumaliano e le filosofie sopra
citate.
Qui premeva semplicemente
delineare l’esistenza di un humus
comune
e fertile.
Come il Mont
Analogue è soglia tra
mondi, così questa fenomenologia dell’attenzione prelude alla sua
visione linguistica, come vedremo in seguito.
Teoria
del linguaggio — La parola come atto
In Poésie
noire, poésie blanche René
Daumal formula la sua teoria più radicale: la
parola non rappresenta, ma opera.
La poesia non è un discorso sul mondo, ma uno strumento che modifica
la coscienza. La parola è un atto di presenza.
La parola come ritorno
all’esperienza.
Qui, la parola daumaliana
sospende il «sonno»
percettivo, ma lo fa attraverso un ritmo che incarna il processo
antropologico.
Come in Husserl, ma con un’eco
performativa: nel testo poetico del 1943, «Je
suis mort parce que je n’ai pas de désir, / Je n’ai pas de désir
parce que je crois posséder, / Je crois posséder parce que je
n’essaie pas de donner. / En essayant de donner, tu vois que tu
n’as rien, / Voyant que tu n’as rien, tu essaies de te donner, /
Essayant de te donner, tu vois que tu n’es rien, / Voyant que tu
n’es rien, tu désires devenir, / Désirant devenir, tu vis.»
(«Sono morto perché
non ho desiderio... Desiderando diventare, tu vivi.»)
la struttura versale simula la trasformazione da morte automatica
(nera) a veglia (bianca).
Nel Mont
Analogue la parola
diventa strumento di ascesa: nominare significa salire, trasformarsi,
vedere.
La parola, quindi, sarebbe una
soglia tra mondi da varcare dopo una lavorio incessante della
coscienza.
Questo si collega a una
letteratura performativa, dove la parola è «sovrumana»
contro l’illusione subumana, come in riflessioni che ispirano
poesie elogio della parola.
ALCUNE
Letture
ravvicinate
dispositivi
testuali e pratica della veglia
René Daumal costruisce la trasformazione della coscienza come pratica testuale: la forma del verso è per lui, come si accennava sopra, sempre esercizio di attenzione. Qui, a mero titolo esemplificativo, si propongono delle letture ravvicinate, con i frammenti daumaliani in originale e la traduzione italiana, da noi stessi svolta, seguite da un cenno di analisi.
PRIMO
FRAMMENTO:
La poésie n’est
pas un dire, mais un faire.
(trad. La
poesia non è un dire, ma un fare).
SECONDO
FRAMMENTO:Le
noir est l’automatisme, le blanc est la veille.
(trad.
Il nero è
l’automatismo, il bianco è la veglia).
TERZO
FRAMMENTO:
Je suis mort parce que je n’ai pas de désir,Je n’ai pas de désir parce que je crois posséder,
Je crois posséder parce que je n’essaie pas de donner.
En essayant de donner, tu vois que tu n’as rien,
Voyant que tu n’as rien, tu essaies de te donner,
Essayant de te donner, tu vois que tu n’es rien,
Voyant que tu n’es rien, tu désires devenir,
Désirant devenir, tu vis.
(Traduzione:
Sono morto perché non ho desiderio,
Non ho desiderio perché credo di possedere,
Credo di possedere perché non cerco di donare.
Cercando di donare, vedi che non hai nulla,
Vedendo che non hai nulla, cerchi di donarti,
Cercando di donarti, vedi che non sei nulla,
Vedendo che non sei nulla, desideri diventare,
Desiderando diventare, vivi.)
Sono morto perché non ho desiderio,
Non ho desiderio perché credo di possedere,
Credo di possedere perché non cerco di donare.
Cercando di donare, vedi che non hai nulla,
Vedendo che non hai nulla, cerchi di donarti,
Cercando di donarti, vedi che non sei nulla,
Vedendo che non sei nulla, desideri diventare,
Desiderando diventare, vivi.)
Svolgendo un cenno, certo non esaustivo di analisi potremmo dire che:
Aforisma e antitesi (frammenti primo e secondo).
Aforisma e antitesi (frammenti primo e secondo).
L’enunciato «la poesia non è un dire, ma un fare» sposta la funzione della parola dal rappresentare al trasformare: la forma diventa, dunque, pratica. L’antitesi noir/ blanc agisce come dispositivo ritmico: la ripetizione e la disposizione spaziale della pagina (pause, bianchi) interrompono il flusso automatico della lettura e impongono vigilanza. Questo procedimento è parallelo alla sospensione dell’automatismo percettivo descritta da certa fenomenologia.
Terzo Frammento (in
versi)
Righe 1–3: la catena causale («Je… parce que…») costruisce un ritmo circolare che immobilizza il soggetto; la regolarità ritmica simula e richiama lo stato di morte automatica.
Riga 4: la locuzione introduttiva «En essayant de donner» segna una certa svolta; la grammatica diventa qui protocollo pratico, intenzione.
La cesura prima di «En essayant» delimita lo spazio di decisione, una pausa che funziona come dispositivo di esercizio ma ha anche funzione enunciativa e, per chi la riceve, di ascolto.
Righe 4–6: la ripetizione di essayer (cercare, provare) e la progressione osservare → tentare → vedere costituiscono un piccolo laboratorio pratico: provare, osservare, correggere. L’enjambement, poi, prolunga la tensione e impedisce la chiusura semantica immediata, costringendo ad una veglia alquanto prolungata.
In altri termini quello qui sopra commentato non è un passaggio facile da abbandonare.
Righe 7–8: la chiusa ascensionale («désirer devenir… tu vis» - desiderare divenire...tu vivi) apre il ritmo ma anche il senso e trasforma la sintassi in atto vitale; la parola produce cambiamento prende forma.
Potremmo
quindi forse dire che
«poesia bianca» è per
l’autore pratica
testuale nella quale la
forma (pause, anafora, enjambement) diviene
strumento che agisce sul lettore e sul parlante.
Per questo la lettura deve
considerare non solo il significato del
testo ma la scansione, la
pagina e la respirazione del verso.
Risonanze
con il pensiero ebraico — Convergenze strutturali
René
Daumal
non studia la Qabbalah,
non cita testi ebraici, non si confronta con la tradizione
chassidica.
Non ci sono tracce di scambi
epistolari tra René
Daumal
e pensatori ebrei a lui contemporanei.
Eppure alcune strutture profonde
del suo pensiero presentano risonanze davvero
sorprendenti con la
mistica ebraica.
Questo ci permette di aprire un
piccolo discorso
sul possibile dialogo tra tradizioni distanti tra loro, a prescindere
della conoscenza o meno dei loro esponenti.
Questa
piccola comparazione
va intesa come mero esercizio esemplificativo di un dato: le
diverse tradizioni di pensiero comunicano...anche quando di fatto non
comunicano tra loro.
La parola come forza
operativa.
Nella Qabbalah
e nei testi sacri la
parola è energia creativa. Il
primo atto creativo divino è un dire
(e
sia luce) e questo indica in modo chiaro il legame con la parola da
intendersi come scintilla
di creazione. Scholem
ad esempio scrive:
«La parola non è
simbolo, ma forza»⁶.
Qui forza va inteso come Ghevurà
(potenza ma anche potenzialità)
ovvero come atto dinamico creativo capace di trasformare.
Anche per
René Daumal la parola è strumento trasformativo ed
azione, atto di volontà.
In entrambi i casi, quindi,
la parola è un atto con
enorme valenza trasformativa ed etica.
Per entrambi i
pensieri non si parla mai
a caso, né a caso si
tace, perché si è coscienti che ogni manifestazione verbale
(scritta od orale che sia) modifica l’universo intero.
Attraversare l’opacità
per raggiungere la luce.
Nella Qabbalah
luriana esiste una
dinamica tra qelippot
(opacità) e or
(luce).
E quella stessa dinamica tra poli
opposti è alla base di ogni atto veramente creativo.
In René Daumal esiste una
simile dinamica tra poesia
nera (inerzia) e poesia bianca (presenza).
La logica è molto
affine: la coscienza altro
non è se
non un campo
di lavoro.
Nelle qelippot
luriane, l’opacità è frammento divino da rettificare (Tikkun);
in René
Daumal, la «poesia
nera» è inerzia
psichica da vigilare, eco di un esoterismo ibrido che studi
definiscono «archeologico».
Un parallelo ulteriore emerge con
la «Parola unica e
suprema» cercata da
Daumal, simile al Shem
(nome) qabbalistico come forza creatrice non detta, ma invocata.
Il lavoro su di sé.
Nel pensiero ebraico il Tikkun
è rettificazione dell’essere.
Allo stesso tempo il Tikkun
Olam comporta
la compartecipazione dell’essere umano alla riparazione
dell’intero Creato.
Il creato non ha vita autonoma, necessita di continui interventi
riparatori sia umani che divini che si estrinsecano spesso anche
attraverso la parola.
In René Daumal il lavoro su di
sé è costruzione della presenza dell’uomo,
della coscienza.
In entrambi i casi l’essere
umano è un processo attivo
e necessario all’equilibrio del Cosmo.
Il confronto con la cabala
pratica,
poi,
di Moshe Idel permette di esplorare la parola daumaliana come una
sorta di «permutazione»
linguistica interna, affine alle tecniche meditative chassidiche che
trasformano l’opacità (qelippot)
in luce attraverso l’attenzione vigile.
Questa analogia strutturale,
priva di genealogia diretta, arricchisce una teoria della parola come
atto rettificatore, eco del Tikkun
luriano.
Differenze decisive.
Sin
qui ho sommariamente tracciato alcune linee di possibile dialogo tra
René Daumal e la millenaria tradizione di pensiero ebraica.
E l’ho fatto premettendo che si
tratta di parallelismi non di conoscenza daumuliana della mistica
ebraica. Tuttavia mi pare equilibrato rimarcare anche
distanze e differenze tra tali mondi.
René
Daumal
non ha una teologia della creazione, anzi
raramente rivolge il suo pensiero ad una divinità.
In questo si colloca molto più
vicino a certi esoterismi non-teistici (ma non per questo atei) del
buddismo, ad esempio, estremo-orientale che all’ebraismo, dove
molto poco si può strutturare senza almeno sfiorare il tema di Dio e
delle sue
assenze/presenze al Creato.
Daumal non
ha un’idea di rivelazione, invece
molto presente nella cultura ebraica.
E sopratutto René Daumal non
pone al centro la comunità.
La sua è una mistica senza Dio,
e senza il collettivo,
plurale, composto che sta alla base dell’identità, secondo il
pensiero ebraico.
Per
René
Daumal,
in altri termini, non sarebbe così centrale ogni discorso in merito
alla relazione con l’altro
da sé,
senza la quale è ben difficile comprendere il centro del pensiero
ebraico.
_____
In conclusione, ma ci sarebbe
davvero ancora tanto da ampliare, tornare
a René Daumal significa ripensare la parola come luogo di
trasformazione; significa,
in altri termini, vedere la poesia come disciplina dell’attenzione.
Nel pensiero di
René Daumal l’essere
umano è un campo di lavoro, un
flusso dinamico, e questo significa
aprire un dialogo con tradizioni che hanno elaborato la stessa
intuizione in forme diverse, come la mistica ebraica.
E non solo: questo comporta anche
interessanti prospettive
interdisciplinari (dalla
letteratura performativa a una antropologia globale della coscienza,
includendo tradizioni indigene per un confronto con lo sciamanesimo).
René
Daumal,
dunque,
non appartiene a quelle
tradizioni,
ma la sua opera permette di coglierne alcune dinamiche profonde.
La parola come forza. La
coscienza come lavoro.
In un’epoca che ha un
bisogno forse
impellente di una nuova
teoria della parola, René Daumal torna a essere un autore centrale.
In un moneto storico saturo di parole
vuote e assetato di presenza, René Daumal non è reliquia del
passato: diviene uno strumento ancora affilato per scalare il nostro
ascolto del mondo, ricordandoci che la vera ascesa inizia da quella
soglia della coscienza che la parola rappresenta.
Per la Redazione de Le parole di Fedro
il caporedattore - Sergio Daniele Donati
il caporedattore - Sergio Daniele Donati
NOTE
- René Daumal, Poésie noire, poésie blanche , Gallimard, p. 23.
- Le Grand Jeu , n. 1, 1928, p. 7.
- René Daumal, Le Contre-Ciel , in Œuvres complètes , Gallimard, p. 112.
- Ivi, p. 115.
- Edmund Husserl, Méditations cartésiennes , Vrin, p. 43.
- Gershom Scholem, Le grandi correnti della mistica ebraica , Einaudi, p. 28.
- Bhagavadgītā: Poema filosofico indiano parte del Mahābhārata, dialogo tra Kṛṣṇa e Arjuna sulla via della liberazione e del dovere.
- Mindfulness: Pratica di attenzione consapevole al momento presente, derivata dal buddhismo ma diffusa in Occidente in forme secolarizzate.
- Māyā: Nel pensiero vedāntico, l’illusione cosmica che vela la vera realtà (Brahman) e fa apparire il mondo come molteplicità separata.
- Or: In ebraico «luce», nella Qabbalah luriana la luce divina primordiale che permea la creazione.
- Qabbalah (o Cabala): Tradizione mistica ebraica che indaga i misteri della creazione, della divinità e dell’anima attraverso simboli, lettere e numeri.
- Quelippot: «Bucce» o «gusci» nella Qabbalah luriana; residui opachi del processo cosmico che imprigionano scintille divine e devono essere rettificati.
- Sādhanā: Pratica spirituale sistematica (meditazione, rituale, disciplina) volta alla realizzazione interiore nelle tradizioni indiane.
- Shem: In ebraico «nome»; nella mistica ebraica il Nome divino (spesso il Tetragramma) come forza creatrice e presenza ontologica.
- Tikkun: «Rettificazione» o «riparazione»; nella Qabbalah luriana il processo cosmico e umano di liberare le scintille divine imprigionate nelle qelippot e restaurare l’unità originaria.
- Vedānta: Uno dei principali sistemi filosofici indù, specialmente l’Advaita Vedānta di Śaṅkara, che insegna l’identità tra l’ātman (sé individuale) e Brahman (realtà assoluta).
- Viveka: Discernimento tra il reale e l’irreale, tra il permanente e l’impermanente; qualità essenziale per la realizzazione spirituale nel Vedānta.
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