(Redazione) - Poesie di Fornaretto Vieri tratte da "A carbon bianco" (Betti ed., 2025) - con nota critica di Sergio Daniele Donati

 


La poesia di Fornaretto Vieri si muove con una naturalezza complessa tra il quotidiano e il metafisico, tra la precisione del dettaglio e l’apertura vertiginosa del pensiero. È una scrittura che non teme la densità, ma la dosa con un senso innato del ritmo e dell’immagine, così che anche i passaggi più concettuali restano sempre incarnati, sempre aderenti alla materia del mondo. Nei versi di A carbon bianco la realtà non è mai semplice scenario: è un campo di forze, un luogo in cui l’esperienza sensibile si fa continuamente domanda, indizio, soglia.
In Cucinando l’atto domestico diventa un laboratorio percettivo. I “fumi picareschi del tegame” e la cipolla che “scompagina / le geometrie dei veli” non sono soltanto immagini culinarie: sono figure di un pensiero che si apre, che si lascia disturbare, che avverte “qualcosa dentro” capace di “accendere il fuoco dell’indagine”. L’esitazione finale, quel “né sai se proseguire o voltar pagina…”, è la cifra di una poetica che vive nell’interstizio, nel momento in cui la realtà chiede di essere interrogata ma non garantisce risposte.
In L’equivoco la scena amorosa si riduce a un gesto di negazione: il dolore non è riconosciuto, l’amore è liquidato come “un gioco d’affebbrata fantasia”. La leggerezza dell’altro diventa una forma di crudeltà involontaria, e la poesia registra con esattezza la frattura tra chi sente e chi interpreta, tra chi vive e chi riduce. La ferita è netta, ma espressa con un controllo che la rende ancora più incisiva.
Con Alla maniera di Hopper Vieri raggiunge una delle sue vette: non descrive un quadro, ma entra nella sua logica interna, nella sospensione che lo abita. Le figure sono “come immobili / in un presentimento di durata”, e il tempo stesso sembra essersi coagulato in un “fermo flusso che porta in nessun luogo”. L’oggetto diventa più reale del reale, “saldo in modo surreale”, e la luce — sempre decisiva in Hopper — è qui una forza che immobilizza, che trattiene, che condanna. L’inserimento del “paragnosta” Rol, capace di spostare figure nei dipinti, introduce un’ironia sottile: nemmeno il miracolo può sciogliere l’incantesimo di quell’immobilità. Tutti restano “oppressi immedicabilmente / dallo schiacciante peso di quel vero”, come se la realtà stessa fosse una trappola.
In Res et verba emerge la riflessione più teorica, ma sempre incarnata. Le parole “dividono le cose”, tracciano distanze originarie, e insieme sono attratte da ciò che nominano, come da una “oscura calamita”. Il linguaggio è strumento di conoscenza e di separazione, compasso e rasoio, e la poesia diventa il luogo in cui questa tensione si fa visibile. È una meditazione sulla natura stessa del dire, ma condotta con immagini che mantengono la concretezza del gesto.
Istantanea d’ignoto in attesa sotto la pioggia costruisce un personaggio quasi grottesco, definito da un lessico volutamente eccentrico — “mogio, torvo, balogio”, “allocchito, stranito” — che restituisce una figura sospesa tra comicità e tragedia. L’uomo è fuori posto, fuori tempo, fuori asse, e la chiusa — “e ogni cosa dintorno gli sia vile” — è un ritratto di estraneità radicale, di un’esistenza che non trova appigli.
Con Del cielo la poesia si apre alla cosmologia, alla fisica dei quanti, alla materia oscura. Ma non diventa mai didascalica: la scienza è un linguaggio ulteriore per dire l’instabilità del reale, la sua natura sfuggente. “Tutto è instabile al limite dei quanti”, e ciò che non si spiega — la materia oscura, l’ologramma primordiale — diventa metafora del limite umano, della nostra impossibilità di possedere il mondo. Il finale, “Cantano ancora gli astri in un silenzio / che non ci è dato in fondo decifrare”, è una delle immagini più alte della raccolta: un riconoscimento della bellezza e dell’opacità del cosmo, della nostra posizione marginale e insieme partecipe.

La poesia di Vieri è dunque un luogo di attraversamento: tra il visibile e l’invisibile, tra il quotidiano e il cosmico, tra la parola e la cosa. È una scrittura che non semplifica, che non consola, ma che offre al lettore un’esperienza di precisione e di profondità. Ogni testo è un piccolo sistema complesso, dove la realtà viene osservata con la cura di un artigiano e la lucidità di un pensatore. La sua forza sta proprio in questa doppia natura: concreta e speculativa, sensibile e intellettuale, capace di restare fedele al mondo e insieme di trascenderlo.
La conclusione che se ne trae è che Vieri appartiene a quella linea di poeti che non cercano l’effetto, ma la verità del gesto poetico: una verità che non è mai data, ma continuamente interrogata. La sua poesia non offre risposte, ma apre spazi; non chiude, ma dilata; non rassicura, ma accompagna. È una poesia che chiede attenzione, e che in cambio offre una forma rara di intensità: quella che nasce quando il pensiero incontra la materia, quando la parola si misura con ciò che non può del tutto dire, quando il mondo — anche il più umile — diventa un enigma luminoso.

il caporedattore - Sergio Daniele Donati


POESIE TRATTE DA
"A carbon bianco" (Betti ed., 2025):

Cucinando

I fumi picareschi del tegame
coi tuberi e con l’olio della Tuscia
e la cipolla lenta che scompagina
le geometrie dei veli e il forte aroma,
la luce lungo il vetro in cui balugina
una lamina opaca di vapore,
come un merletto lieve, come un nulla,
mentre qualcosa dentro punge l’anima
e accenderebbe il fuoco dell’indagine
né sai se proseguire o voltar pagina…

L’equivoco

Neppure il beneficio del dolore
da te riconosciuto mi concedi
dicendo che è soltanto questo amore
un gioco d’affebbrata fantasia,
fantasia che è normale nei poeti.
Così tu ti convinci, così credi
e la prendi così, con allegria.

Alla maniera di Hopper*

Le cose e le persone come immobili
in un presentimento di durata,
lucida, laccata, interminabile,
fermo flusso che porta in nessun luogo,
calamitato moto dentro l’attimo,
nella luce incipiente e già in declino,
in un’alba bloccata o pomeriggio
straniante, indifferente, o in una sera,
in una notte chiusa, un’ora fonda,
che una compatta luce contraddice,
dentro un bar, un ufficio o in una camera,
una persa stazione ferroviaria,
dove i treni si scordan di arrivare
e se arrivati forse non ripartono,
che non porta segnata alcuna carta,
di una provincia estrema, liminare,
afasica, sperduta, minimale,
stretta alla norma eppure singolare,
dentro la più spettrale concretezza,
gli oggetti saldi in modo surreale
sì che da loro nulla si diparta.
Chi osserva il quadro resta risucchiato,
com’è dell’astronave che un pianeta
in campo afferra gravitazionale.
Sì che neppure forse il paragnosta
potrebbe in quelle tele far spostare
i soggetti che strega l’incantesimo,
e, muti, non si scambiano parole,
ma in solo assorti gesti si esauriscono,
imprigionati, attoniti, evasivi,
tutti in fondo perduti, tutti assenti
a sé stessi ed agli altri e di sé privi,
tutti come facessero qualcosa
che li tiene occupati senza posa,
gli occhi intenti che guardano vicino,
in ostaggio tenuti da un pensiero,
tutti oppressi immedicabilmente
dallo schiacciante peso di quel vero.

*Il «paragnosta» del v. 25 è riferimento al sensitivo italiano Gustavo Adolfo Rol, che pare riuscisse a far trasmigrare le figure dei dipinti da un punto all’altro del quadro.

Res et verba

Le parole dividono le cose
e le une dalle altre le separa
una distanza fino dalle origini
con spazi che attraversano i pensieri
su rotte che perseguono destini.
Sono sempre attirate le parole
dalle cose, l’oscura calamita:
sono compasso e lama di rasoio,
che scontorna, dirime, che si spinge
confusamente a un dove che tracima
ben oltre l’orizzonte degli eventi,
che è cupo specchio in chiave di mistero.
Le sospinge la cote che le lima.

Istantanea d’ignoto in attesa sotto la pioggia

Mogio, torvo, balogio, sotto l’acqua
al ridotto riparo di una frasca,
malinconico in veste di atrabile,
temendo quel che scorre e quel che casca,
allocchito, stranito, in tetro stile,
frugandosi nervoso nella tasca
con lo sguardo di sbieco e come lasca
fisso attonito in nota di vinile,
risolto a non andar per il sottile,
non sai se si è confuso o se si ammasca
e par che tutto il mondo gli sia ostile
in quest’ora del giorno che si intasca
e ogni cosa dintorno gli sia vile.

Del cielo

Il calcolo dei numeri talvolta
disegna panorami non reali,
smottano le ipotesi, divergono
frastornate per ottiche illusioni,
suggestioni che infine custodiscono
l’intima radice del mistero.
Tutto è instabile al limite dei quanti,
di infinitesimali fluttuazioni,
di indeterminazioni tremolanti
in fitte vacillanti vibrazioni,
movenze impercettibili che attengono
alla testura spaziotemporale.
Per olometri attenti che sorvegliano
vi si cerca una chiave per spiegare
l’orizzonte perfino degli eventi
e la conferma a un pristino ologramma
del remoto universo primordiale.
Ma si sottrae la chiave delle stelle
e non si spiega la materia oscura
che il computo invita a postulare,
rimane inaccessibile quel tanto
che vieta se ne affermi l’esistenza
coi vincoli che unito l’universo
potrebbero altrimenti mantenere.
Cantano ancora gli astri in un silenzio
che non ci è dato in fondo decifrare.

Nota biobibliografica
Fornaretto Vieri, figlio del giornalista e poeta Agostino Vieri e del soprano lirico Giuliana Fontanelli, è nato nel 1952 a Firenze, dove, dopo gli studi classici, si è laureato in lettere con Lanfranco Caretti e dove ha insegnato italiano, storia e geografia nelle scuole superiori. Ha pubblicato le raccolte di versi Tartaria (Firenze, Polistampa, 1999), L’oltranza del vero (Firenze, Polistampa, 2003), Teologia familiare e altre poesie (a cura di Alessandro Fo, Brindisi, Interno Poesia, 2019), Trasalimenti e sogni (con introduzione di Alessandro Fo, Siena, Betti, 2021), A carbon bianco (con introduzione Di Alessandro Fo e uno scritto di Elisabetta Olobardi, Siena, Betti, 2025), il saggio Intorno alle Fiale. Incunaboli del proto novecento govoniano (Firenze, Le Lettere, 2001) e Gli anni della storia. Un’antologia di date da Abramo alla caduta del muro di Berlino (Firenze, Libri Liberi, 2003, con sue illustrazioni). Le sue poesie sono comparse su riviste e antologie e in testi per la scuola. Si occupa di letteratura e arti figurative, di teologia e filosofia, di didattica della storia e delle discipline umanistiche, collaborando a vari periodici.

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