(Redazione) - A proposito di Terra nullius (Anterem ed., 2026) di Doris Emilia Bragagnini - nota critica di Sergio Daniele Donati
Terra nullius (Anterem ed., 2026) di Doris Emilia Bragagnini si presenta come un territorio poetico da attraversare più che da descrivere, una geografia interiore che non si lascia cartografare, nel perimetrare, ma che si rivela per stratificazioni, per gocciolii, per affioramenti intermittenti.
Siamo più vicini al piano poetico dell’intuizione che della illuminazione totale dell’oggetto, quindi.
La
definizione che accompagna il volume — «Terra nullius: la terra
di nessuno. La terra dell'assenza e del vuoto. Dell'inconscio e
dell'abbandono. E della libertà.» — non costituisce un
semplice apparato paratestuale, ma diviene per il lettore, a ben
vedere, una dichiarazione di poetica che indica che il vuoto non è
privazione, bensì condizione generativa.
Ci
dice anche – e soprattutto – che l’assenza non è mancanza, ma
spazio di possibilità; che la parola, per nascere, deve attraversare
il silenzio.
La
bella nota critica di Laura Caccia che chiude il libro conferma
questa traiettoria: «La parola di Doris Emilia Bragagnini esce
più limpida dai suoi territori carsici per un nuovo, rarefatto,
inizio.»
La
limpidezza della parola, come cercheremo di dimostrare poi, non è in
questa raccolta mera trasparenza, ma risultato di un processo di
pressione, di oscurità, di sedimentazione.
È
la luce che emerge da un sapiente scavo nella penombra, e mai un
fenomeno naturale e spontaneo, quello che qui ci propone la poeta.
La
poesia, in questa silloge, è a nostro avviso un fenomeno carsico;
scende, si perde, si dissolve, e solo dopo un tempo imprecisato
risale, trasformata.
Fin
dall’incipit, la voce poetica mette in scena la propria grammatica
del rischio.
«smessa
la circospezione / il guado tentato d'arraffo leggero / la tela
miniata dal ragno sorpreso / l'attraversamento infantile senza dare
la mano».
Qui
si concentra l’intero programma della raccolta.
L’abbandono
della prudenza, il guado che non garantisce stabilità, la tela
minata dal ragno — figura di un sottosuolo che minaccia e insieme
sostiene — e infine l’attraversamento infantile senza protezione:
tutto indica che la poesia di Bragagnini nasce da un’esposizione
radicale.
La
sintassi sospesa, gli enjambement
che impediscono la chiusura del verso, la tessitura fonica fatta di
sibilanti e occlusive creano un ritmo che simula il passo incerto su
una superficie che può cedere. È un modo di dire che la parola non
si posa, ma
attraversa, rischia, si lascia ferire.
In
questo senso, l’incipit funziona come un prologo iniziatico; la
terra nullius
non è un luogo da conquistare, ma un luogo da attraversare sapendo
che ogni passo può essere un cedimento, è
terra in un certo allergica all’idea stessa di possesso.
Cosa
altro si potrebbe dire di più vicino all’idea della parola poetica
che chi scrive attraversa e, allo stesso tempo, da cui è
attraversato?
Questa
vulnerabilità, questa fragilità fossile, non è debolezza ma, nel
caso della poeta, metodo, pratica, postura.
La
raccolta procede, infatti, per frammenti che non cercano – perché
consapevoli di essenre impossibilitati – di ricomporre un intero,
ma di mostrare le linee di frattura attraverso cui il senso può
filtrare.
In
un testo come «mi nascondo», ad esempio, la voce si ritrae e
si espone nello stesso gesto: «nel buco della notte mi
appallottolo / mi acciambello lapsus di gheriglio primordiale /
sposto la memoria / la tengo esterna, la salvo in distinzione».
La
memoria diventa oggetto manipolabile, qualcosa che si può spostare
fuori da sé per proteggerla o per non esserne travolti.
Lo
underscore di «fisio_logica» rende visibile la scissione tra
corpo e pensiero, tra impulso e riflessione in cui la parola si fa
anatomia, la pagina diventa luogo di cura.
La
prosodia breve, fatta di respiri corti, restituisce la fatica di
questo lavoro interiore, la necessità di misurare ogni gesto per non
perdere l’equilibrio.
La
memoria, esternalizzata, diventa materia poetica: non più archivio,
ma oggetto da maneggiare, da spostare, da salvare.
Il
silenzio, in questa geografia, non è mai assenza ma materia, argilla
di mandelstamiana memoria in cui la parola si forgia; un silenzio
materico e palpabile.
Lo
si vede in un testo come «shhhh», dove il titolo stesso è
un atto performativo, non un mero invito a tacere, ma la messa in
scena del momento in cui la parola si inceppa e tuttavia continua a
premere.
«poi
una mattina ti accorgi / delle orecchie che sbucano dai capelli /
come quelle parole che non arrivano mai»
L’immagine
è insieme comica e perturbante, e sposta il linguaggio dal piano
astratto a quello corporeo.
Le
parole che non arrivano si materializzano come organi fuori posto,
come se il corpo stesso cercasse di supplire alla mancanza del
linguaggio.
La
sibilanza del titolo, la morbidezza delle vocali, la
semplicità sintattica creano un timbro che è quasi un soffio: il
silenzio diventa un luogo di attesa, una camera di risonanza in cui
la parola si prepara.
Qui
la poesia non è un atto di eloquenza, ma un atto di ascolto:
ascoltare ciò che non arriva, ciò che si sottrae, ciò che resta ai
margini del dicibile.
Questa
attenzione al corpo come superficie di scrittura emerge con forza in
un testo come «dove finisce il derma».
Qui
la pelle è soglia, limite che registra il mondo e insieme lo
respinge.
La
penna, altrove descritta come «liscia fluttuante
accondiscendente», diventa protesi che estende la pelle sulla
pagina: scrivere è un gesto epidermico, un modo di misurare il
confine tra sé e il mondo. La ripetizione del verbo «cercare»
mostra la natura processuale della scrittura: non un atto compiuto,
ma un tentativo continuo di tornare a sé attraverso la parola.
La
pagina diventa pelle estesa, e la scrittura è gesto che tenta di
ricucire il sé.
La
monodia, che dà titolo a uno dei testi più emblematici, è la
figura musicale che meglio descrive il movimento della silloge.
«ho
riposto ogni limite / il (non) cercare adattazione a renderti
sacrario / coltivabile nell'estasi di te sbocconcellato / fattami
d'aria cannibale»
Una
la voce che si muove come una linea unica che si ripete, si varia, si
purifica.
La
ripetizione non è ossessione ma chiarificazione: ripetere per
capire, ripetere per sopravvivere.
Le
parentesi in «(non) cercare» introducono un’ambiguità che
è il cuore della poetica: cercare e non cercare coincidono, la
ricerca è inevitabile anche quando si tenta di evitarla.
La
musicalità del testo — consonanti liquide, vocali aperte —
invita alla lettura ad alta voce, come se la poesia stessa chiedesse
di essere cantata.
Qui
la monodia non è solo figura musicale, ma figura etica: la voce che
si ripete è voce che resiste, che non si lascia cancellare dal
silenzio.
Il
tema della rinascita, che attraversa tutta la raccolta, trova una
delle sue formulazioni più intense in «quando tutto si perde
smarrisce la destinazione».
«dove
si annida la voglia più estrema di un parto di sé / sospeso da
braccia segrete monche alla terra»
Il
parto è qui metafora di un’auto-generazione che avviene nel vuoto,
sostenuta da braccia che proteggono e feriscono.
La
rinascita non è promessa ma possibilità: richiede mutilazione,
sospensione, perdita.
La
prosodia lenta, la morbidezza delle vocali, la costruzione sintattica
che si apre e si richiude come un respiro rendono il testo una sorta
di culla sonora.
La
parola nasce come gesto di cura, come tentativo di dare forma a ciò
che non ha ancora forma.
La
poesia, in questo senso, è un atto di ostinazione: continuare a
nascere anche quando tutto sembra perduto.
La
voce di Bragagnini, pur nella sua originalità, si colloca in una
genealogia che non è imitazione ma risonanza, e che trova due poli
di confronto particolarmente fertili in Antonella Anedda e Amelia
Rosselli.
Non
si tratta di accostamenti superficiali, ma di affinità profonde che
riguardano la concezione stessa della parola poetica, la sua materia
sonora, la sua responsabilità etica e la sua capacità di farsi
corpo.
In
Anedda il silenzio non è un vuoto da colmare ma una sostanza da
attraversare: la parola nasce da una pressione interna, da un ascolto
che precede il dire.
In
Rosselli la frammentazione dell’io non è un espediente formale ma
una condizione ontologica: la lingua è corpo ferito, e il corpo è
grammatica che si spezza.
Bragagnini
sembra muoversi tra questi due poli, raccogliendo da entrambi una
tensione che però rielabora in una forma personale, più carsica,
più sotterranea, più legata alla gestazione che all’esplosione.
In
Anedda, la parola è spesso un taglio netto, una fenditura che apre
il reale e lo lascia sanguinare. Basti pensare a un verso come «la
parola si spacca come legno», citato in apertura del volume.
È
un’immagine che Bragagnini assume come chiave di lettura, come se
la frattura fosse la condizione necessaria per far emergere il senso.
La
poesia di Anedda lavora per sottrazione, per rarefazione, per
incisione: ogni parola è scelta con cura chirurgica, ogni immagine è
un frammento di mondo che si offre nella sua crudezza. Bragagnini
eredita questa precisione, ma la declina in una forma più fluida,
più gocciolante, più legata al movimento carsico che alla
fenditura.
Se
Anedda incide, Bragagnini scava; se Anedda taglia, Bragagnini erode;
se Anedda illumina con un lampo, Bragagnini fa filtrare la luce
attraverso strati di silenzio. La differenza è timbrica: Anedda ha
un timbro secco, tagliente, mentre Bragagnini predilige un timbro
sussurrato, un suono che si forma nel passaggio tra aria e corpo.
Eppure,
entrambe condividono la convinzione che la parola debba nascere da un
ascolto radicale, da una disponibilità a lasciarsi attraversare dal
mondo.
In
Rosselli, invece, la lingua è un campo di battaglia: la sintassi si
frantuma, il ritmo si spezza, il verso si contorce.
La
sua poesia è un corpo che non trova pace, un corpo che si muove per
scarti, per balzi, per improvvise accelerazioni. Bragagnini non
adotta la stessa violenza sintattica, ma condivide con Rosselli la
percezione che l’io sia un’entità instabile, un luogo di
passaggio più che un centro.
In
un testo come «mi nascondo», la voce si ritrae e si espone
nello stesso gesto, come accade spesso nella poesia rosselliana, dove
il soggetto è sempre in fuga da se stesso.
La
differenza sta nel ritmo: Rosselli procede per accumulo, per
sovrapposizione, per stratificazione; Bragagnini procede per
sottrazione, per evaporazione, per gocciolio.
Ma
entrambe condividono l’idea che la lingua sia un corpo vivo, che la
parola sia un atto fisico, che la poesia sia un luogo di resistenza.
Un
confronto più serrato emerge se si osservano le scelte metriche e
timbriche. Rosselli lavora su un ritmo spezzato, sincopato, dove il
verso è spesso lungo, irregolare, attraversato da scarti improvvisi.
Bragagnini,
al contrario, predilige versi brevi, sospesi, che si interrompono
prima di completare il pensiero.
Ma
questa brevità non è minimalismo: è tensione, è trattenimento, è
respiro corto. In un verso come «sposto la memoria / la tengo
esterna, la salvo in distinzione», la pausa tra i due versi è
un gesto corporeo: la memoria viene spostata, fisicamente, da un
luogo all’altro.
In
Rosselli, un gesto simile sarebbe espresso con una sintassi più
convulsa, più franta; in Bragagnini, la frattura è silenziosa,
quasi impercettibile, ma non meno intensa.
Anche
sul piano lessicale emergono affinità e differenze.
Anedda
lavora spesso con un lessico concreto, quotidiano, che però assume
una densità simbolica attraverso il contesto.
Bragagnini
fa lo stesso: la penna, il vetro, la pelle, l’olio sono oggetti
quotidiani che diventano simboli di stati interiori.
Ma
mentre Anedda tende a isolare l’immagine, a metterla sotto una luce
cruda, Bragagnini la lascia emergere dal buio, come se fosse una
forma che si rivela solo per un attimo.
Rosselli,
invece, usa un lessico più tecnico, più astratto, più legato alla
percezione del corpo come macchina. Bragagnini non segue questa
strada, ma condivide con Rosselli la percezione che il corpo sia un
luogo di scrittura, che la pelle sia una pagina, che la parola sia un
gesto fisico.
Il
confronto più profondo, tuttavia, riguarda la concezione della voce.
In
Anedda, la voce è spesso una voce che osserva, che registra, che
incide. In Rosselli, la voce è una voce che lotta, che si contorce,
che cerca di emergere dal caos.
In
Bragagnini, la voce è una voce che scava, che si insinua, che risale
dal sottosuolo. È una voce carsica, una voce che si forma nel
silenzio e che risale solo quando è pronta.
È
una voce che non pretende di dire tutto, ma che cerca di dire ciò
che può essere detto. È una voce che non cerca la verità, ma che
cerca una forma di chiarezza, una forma di limpidezza che non è
trasparenza ma resistenza.
In
questo senso, Bragagnini si colloca tra Anedda e Rosselli, ma non
come punto intermedio: come punto di fuga. Da Anedda eredita la
precisione, la cura del dettaglio, la capacità di trasformare il
quotidiano in materia poetica. Da Rosselli eredita la percezione
dell’io come entità instabile, la consapevolezza che la lingua è
un corpo vivo, la tensione verso l’ellissi.
Ma
la sua voce è diversa, più sotterranea, più lenta, più legata al
processo che al risultato.
È
una voce che non incide e non esplode, ma che scava, che erode, che
gocciola. È una voce che non cerca di dominare il silenzio, ma che
lo abita. È una voce che non cerca di sanare il dolore, ma che lo
ascolta. È una voce che non cerca di spiegare il mondo, ma che lo
attraversa.
Concludendo
si può ben dire che Terra Nullius è un libro
che chiede tempo, ascolto, disponibilità a farsi attraversare.
La
pagina va letta come partitura: le pause, i segni, le ripetizioni
sono note che vanno interpretate. Chi accetta questo patto scopre una
poesia che non cerca di spiegare il mondo ma di abitarlo; che non
pretende di sanare il dolore ma di renderlo udibile; che non si
accontenta di immagini facili ma lavora per condensazione, per
gocciolio, per scavo.
La
terra di nessuno, così praticata, si rivela luogo possibile di
ritorno e di rinascita: non un deserto sterile ma un laboratorio di
parola dove il vuoto diventa spazio di nascita.
Per la Redazione de Le parole di Fedro
il caporedattore - Sergio Daniele Donati
NOTIZE BIBIBLIOGRAFICHE TRATTE DAL LIBRO
Doris Emilia Bragagnini nata in provincia di Udine dove tuttora risiede è presente in riviste letterarie cartacee e online, antologie e poemetti collettivi, in numerosi accreditati lit-blog.
Co-curatrice di “Neobar”, redattrice nel “Giardino dei poeti”, sostiene la divulgazione poetica con note di lettura e prefazioni. Suoi testi sono stati tradotti in inglese, spagnolo e rumeno.
Il suo libro d’esordio è “Oltreverso” (Zona ed. 2012) prefazione di Augusto Benemeglio, seguito da “Claustrofonia” (Ladolfi ed. 2018) prefazione di Plinio Perilli, postfazione di Laura Caccia, segnalato al Premio Lorenzo Montano (2019), segnalato al Premio Bologna in Lettere (2019), selezionato tra i finalisti al Premio Pagliarani 2019, segnalato al Premio Umbertide xxv Aprile (2020), nella rosa dei venti finalisti al Premio Rilke 2023.
Finalista con “Terra Nullius” sezione – Una poesia inedita – al Premio Lorenzo Montano 2020. Finalista con “Shhhh” sezione – Una poesia inedita – al Bologna In Lettere 2021. Finalista con la poesia “Apotema di” al Premio Lorenzo Montano 2022.
Segnalazione speciale per la silloge inedita “Terra Nullius” al Premio Lorenzo Montano 2023, seconda classificata al Premio Renato Giorgi 2023. Per Editura Cosmopoli, traduzione in lingua rumena di Alexandru Macadan, esce nel 2023 la plaquette bilingue “Umbra Răsturnată/L’ombra rovesciata”. Finalista con la silloge inedita “Terra Nullius” al Premio Lorenzo Montano 2024. Numerosi gli articoli rintracciabili in rete di autori e critici che si sono occupati della sua poesia.


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