(Redazione) - Metricamente (Prontuario di sopravvivenza metrica) - 06 - Le donne, i cavallier, l’arme e l’ottave…
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| Di Ester Guglielmino |
1
Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,
le cortesie, l’audaci imprese io canto,
che furo al tempo che passaro i Mori
d’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto,
seguendo l’ire e i giovenil furori
d’Agramante lor re, che si diè vanto
di vendicar la morte di Troiano
sopra re Carlo imperator romano.
2
Dirò d’Orlando in un medesmo tratto
cosa non detta in prosa mai, né in rima:
che per amor venne in furore e matto,
d’uom che sì saggio era stimato prima;
se da colei che tal quasi m’ha fatto,
che ‘l poco ingegno ad or ad or mi lima,
me ne sarà però tanto concesso,
che mi basti a finir quanto ho promesso.
Ludovico Ariosto, Orlando furioso, I
Ed
ebbe certo a finir
quanto
promesso
Ludovico Ariosto se ancora oggi, a più di cinquecento anni di
distanza, il proemio dell’Orlando
Furioso
continua a essere non solo uno degli incipit
più famosi della letteratura italiana ma anche uno dei più
rappresentativi nel mostrare come un’opera possa, fin da subito,
dichiarare le proprie intenzioni di contenuto e stile. E per
comprovare la veridicità di tale affermazione basta partire da una
rapida analisi di queste due ottave. Nella prima, il “canto”
iniziale si configura come termine tecnico della tradizione epica
colta - dal “cantami,
o dea”
dei poemi omerici al “cano”
latino che apre l’Eneide virgiliana (“arma
virumque cano”)
- e allinea questi primi versi a uno stile volutamente alto e
solenne, dilatandone la magnificenza grazie col ricorso agli
enjambement e a una dotta, pur non notissima, citazione dantesca (“le
donne e’ cavalier, li affanni e li agi/ che ne ‘nvogliava
amore
e cortesia”
recitano i vv.109-110, nel XIV del Purgatorio). Nella seconda ottava,
invece, assistiamo a un tanto meditato quanto significativo
cambiamento di stile: sul piano sintattico il tono si abbassa,
creando una sostanziale coincidenza tra lunghezza metrica e
periodare, mentre sul piano lessicale quel “matto”
suona chiaramente di uso colloquiale e quell’ “or
ad or mi lima”
serve a imprimere un’improvvisa sferzata ironica all’atmosfera
generale. Insomma, forse Ariosto ci vuol dire che il suo poema
impiegherà l’ottava in maniera assai diversa da quanti l’avevano
utilizzata prima; una dichiarazione programmatica, questa, mantenuta
fin dalla prima rima.
Appare
necessario, quindi, procedere a ritroso per tentare di ricostruire,
in breve, quale fosse stata fino ad allora l’evoluzione dell’ottava
in qualità di schema metrico abituale della poesia narrativa, in
generale, e del genere romanzesco-cavalleresco, in particolare.
Intanto,
iniziamo col dire che, nella poesia italiana, l’ottava
è una strofa composta da otto endecasillabi e che essa, assieme alla
terzina, è la forma metrica fondamentale cui si appoggia la
tradizione narrativa in versi. Ne esistono due varianti principali:
se gli endecasillabi formano quattro coppie a rima alternata, secondo
lo schema AB.AB.AB.AB.,
si parla di ottava
siciliana,
schema usato prevalentemente in ambito lirico; se, invece, gli
endecasillabi sono disposti in tre coppie con rima alternata e una
finale a rima baciata, secondo lo schema AB.AB.AB.CC.,
si parla di ottava
toscana
o ottava
rima
o semplicemente stanza.
Tra
le due varianti, quella siciliana viene concordemente considerata la
più antica. È assai probabile che essa si sia sviluppata da una
originaria strofa
tetrastica monorima con rimalmezzo,
una tipologia di struttura assai diffusa nella tradizione popolare
del Sud Italia. Di tradizione più colta sarebbe al contrario la
seconda, che si ritiene sia stata un’evoluzione dello schema AAAB,
tipico dell’antica poesia destinata alla danza.
Secondo
un’idea assai diffusa l’ottava sarebbe stata un’invenzione di
Boccaccio, poi rapidamente passata a un largo uso popolare; tuttavia,
resta abbastanza probabile anche il contrario ossia che Boccaccio sia
solo stato il primo a portarla in letteratura, derivandola egli
stesso dall’uso popolare. A ogni modo, le prime attestazioni
dell’ottava toscana risalgono al secondo quarto del Trecento sia in
alcuni cantari anonimi sia, più o meno contemporaneamente, nelle
opere boccacciane giovanili come il Filostrato,
il Teseida,
il Ninfale
fiesolano.
Tra queste la testimonianza più antica sarebbe ravvisabile nel
Filostrato,
risalente al 1336; parallelamente, il cantare più antico a
contendergli il primato nell’uso di questo metro sarebbe quello
famoso di Fiorio
e Biancifiore,
il cui primo manoscritto disponibile risale al 1343, ma che non
sembra improbabile sia stato ricopiato da un manoscritto anteriore
ormai andato perduto. In ogni caso, l’ottava pur recente di
Boccaccio appare, nella sua levigatezza formale, già come esito di
una lunga gestazione:
Tu donna se’ la luce chiara e bella,
per cui nel tenebroso mondo accorto
vivo; tu se’ la tramontana stella
la qual’io seguo per venire al porto;
ancora di salute tu se’ quella
che se’ tutto il mio bene e ’l mio conforto;
tu mi se’ Giove, tu mi sei Apollo,
tu se’ mia musa, io l’ho provato e sollo.
per cui nel tenebroso mondo accorto
vivo; tu se’ la tramontana stella
la qual’io seguo per venire al porto;
ancora di salute tu se’ quella
che se’ tutto il mio bene e ’l mio conforto;
tu mi se’ Giove, tu mi sei Apollo,
tu se’ mia musa, io l’ho provato e sollo.
Boccaccio, Filostrato, I, 2
E
per inseguire ancora tale gestazione - alla stregua d’un novello
Sacripante la bella Angelica impaurita - dobbiamo arretrare d’un
passo ulteriore fino a toccare le origini stesse della letteratura
europea occidentale. Le tradizioni carolingia e bretone o, per dirla
in soldoni, le avventure di Carlo Magno e di re Artù avevano
spopolato dal XII secolo in poi nell’area franco-occitanica e non
solo, ma quando a partire dalla fine del tredicesimo secolo
valicarono le Alpi si trovarono di necessità a rimodulare lingua e
ambientazione, dando vita in pieno Trecento alla cosiddetta
letteratura franco-veneta che, pur mantenendo in buona sostanza le
leggende carolingie e bretoni inalterate, le cantava in una nuova
lingua volgare a metà fra il francese e gli idiomi veneto-padani. Da
questi luoghi la produzione cavalleresca sarebbe ben presto scesa in
Toscana, assumendone il volgare autoctono come ulteriore idioma e la
prosa come modalità di espressione. Ed è proprio nell’anello
successivo di questa catena che subentrerà, inaspettata, l’ottava.
Il merito va certamente attribuito alla fascinazione della materia
cavalleresca, presto divenuta oggetto, a livello sia colto che
popolare, di fortunate e richiestissime recitazioni pubbliche che
assunsero il nome di cantari.
Il canterino
o cantimpanca
(ossia il cantore posto dritto su una panca) metteva in rima e
decantava a voce le stesse storie che avevano trovato nei romanzi
cavallereschi un’espressione scritta. Ad esempio, Andrea da
Barberino, che era stato il più famoso e prolifico scrittore di
romanzi in prosa, si reinventò pure come cantore girovago,
trasponendo in ottave recitate quanto aveva già affidato alla
scrittura. I cantori erano veri e propri performers
o, se preferite, solo discendenti dei molto più antichi aedi
e rapsodi,
che, in un mondo privo di mezzi di comunicazione e con livelli di
alfabetizzazione pressoché inesistenti, svolgevano con successo
un’operazione di divulgazione culturale di portata fondamentale.
Perciò si può immaginare che la grande fortuna dell’opera di
Boccaccio da un lato e la sempre più capillare diffusione dei
cantari di piazza dall’altro decretarono congiuntamente la fortuna
dell’ottava come strumento di espressione della poesia narrativa
italiana, tanto che nel corso del Quattrocento l’ottava si diffuse
in gran parte dello stivale, sostituendo gradualmente le forme
metriche concorrenti. Alla fine del secolo l’ottava era non meno
necessaria al genere cavalleresco di quanto non lo fossero i
cavalieri, le spade e le tenzoni. Sarà questa stessa materia e
quest’atmosfera a informare di sé i poemi letterari di Luigi Pulci
e di Matteo Maria Boiardo, immediati precursori dell’Ariosto. Il
Morgante
e l’Orlando
innamorato
sanciscono definitivamente il prestigio dell’ottava toscana come
metro di diffusione dei contenuti epico-cavallereschi.
112
Giunto Morgante un dì in su ’n un crocicchio,
uscito d’una valle in un gran bosco,
vide venir di lungi, per ispicchio,
un uom che in volto parea tutto fosco.
Dètte del capo del battaglio un picchio
in terra, e disse: «Costui non conosco»;
e posesi a sedere in su ’n un sasso,
tanto che questo capitòe al passo.
Luigi Pulci, Morgante, XVIII, 112
I
Signori e cavallier che ve adunati
Per odir cose dilettose e nove,
Stati attenti e quïeti, ed ascoltati
La bella istoria che ’l mio canto muove;
E vedereti i gesti smisurati,
L’alta fatica e le mirabil prove
Che fece il franco Orlando per amore
Nel tempo del re Carlo imperatore.
Matteo Maria Boiardo, Orlando innamorato, I
112
Giunto Morgante un dì in su ’n un crocicchio,
uscito d’una valle in un gran bosco,
vide venir di lungi, per ispicchio,
un uom che in volto parea tutto fosco.
Dètte del capo del battaglio un picchio
in terra, e disse: «Costui non conosco»;
e posesi a sedere in su ’n un sasso,
tanto che questo capitòe al passo.
Luigi Pulci, Morgante, XVIII, 112
I
Signori e cavallier che ve adunati
Per odir cose dilettose e nove,
Stati attenti e quïeti, ed ascoltati
La bella istoria che ’l mio canto muove;
E vedereti i gesti smisurati,
L’alta fatica e le mirabil prove
Che fece il franco Orlando per amore
Nel tempo del re Carlo imperatore.
Matteo Maria Boiardo, Orlando innamorato, I
Tuttavia,
è bene ricordare che non solo nel genere romanzesco primeggia
l’ottava, essa è ampiamente attestata anche nella poesia
drammatica, come le sacre rappresentazioni, e nell’Orfeo
di Angelo Poliziano. A decretarne il successo in quest’altro ambito
dovette contribuire molto la musicalità dello schema, che ben si
adattava sia alla recitazione che al canto. Infatti, l’ottava
riscuoterà grande successo, con il nome di strambotto
o rispetto,
nella poesia per musica del Quattrocento, dove verrà usata come
ottava isolata o al massimo organizzata in serie strofiche col nome
di rispetti
continuati,
come la Nencia
da Barberino
di Lorenzo de’ Medici che resta uno degli esempi più famosi:
Non vidi mai fanciulla tanto onesta,né tanto saviamente rilevata;
non vidi mai la più leggiadra testa,
né sì lucente, né sì ben quadrata;
con quelle ciglia che pare una festa,
quand'ella l'alza ched ella me guata;
entro quel mezzo è 'l naso tanto bello,
che par proprio bucato col succhiello.
Lorenzo de’ Medici, Nencia da Barberino, III
Con
l’ingresso del Cinquecento però l’uso dell’ottava verrà
definitivamente condizionato dal modello ariostesco, orientandosi
verso la variante toscana di argomento eroico-cavalleresco. Tuttavia,
l’ottava ariostesca non si limita solo a sancire il trionfo di una
lunga tradizione ma, con la portata delle sue scelte
linguistico-stilistiche, si spinge nell’ambito dell’innovazione
sostanziale. Per Pulci l’ottava era stato uno strumento agile posto
al servizio della sperimentazione linguistica; per Boiardo aveva
costituito una sorta di contenitore, con struttura sintattica in
larga misura autonoma e con ritmo della narrazione indipendente da
quello della strofa. Nel raccogliere e consacrare al meglio questa
tradizione, Ariosto dà vita a quella che concordemente è stata
definita ‘ottava
d’oro’
ossia una struttura basata su una quasi perfetta coincidenza tra
piano metrico e sintattico: la strofa ariostesca coincide di solito
con il periodo e il periodo di solito coincide, sul piano del
contenuto, con un’immagine ben definita o con un concetto ben
individuato. Insomma, nella sua ricerca metrica la struttura cessa di
essere impalcatura esterna e diventa organizzazione formale
funzionale al contenuto. Nell’Orlando
furioso
ogni elemento linguistico e stilistico si lascia felicemente
trascinare nel flusso ininterrotto della quête,
si tinge di suspence
nella sospensione calcolata dell’entrelacement:
l’ottava è lo scalpiccio degli zoccoli in questa corsa, è la
musica infinita della vita in balia del tempo e del destino. Giulio
Ferroni (ma non solo lui!) ha più volte parlato della compresenza,
nel Furioso,
di spinte
centripete
che tendono verso il controllo e la perfezione formale e spinte
centrifughe
che tendono invece verso la dissoluzione degli schemi e la
deformazione ironica. Inutile chiedersi quale delle due tensioni
interne sopravanzi l’altra, perché la formula vincente sta proprio
nell’opera costante e paziente di contemperazione. Dinnanzi a un
mondo che palesa la sua imprevedibile follia, in cui tutto può
accadere e nulla essere previsto per davvero con rigore, la deità
del letterato sta nel dispensare l’equilibrio, nel cristallizzare
sulla pagina la bellezza di una perfezione duratura e superiore. Se
il mondo è caos la forma può diventare sostanza, ricompattare il
disordine, riconciliare gli opposti, levigare con lucida chiarezza la
patina opaca connaturata all’essenza umana della vita. Nelle mani
di Ariosto la confusione diventa calcolo, la fuga diventa staffetta
tra opposti che si tengono, la follia diventa realtà guardata con
ironia lucida e distaccata. E in questa prospettiva il Furioso
ci dice molto anche sul senso della metrica, in particolare sul fatto
che, per assolvere alla sua funzione, essa non deve mai sovrapporsi
né sottostare alle parole come una sorta di prigione quanto
piuttosto fornire al contenuto il suo più consono valore
ritmico-musicale.
Riferimenti
bibliografici essenziali
- Ludovico Ariosto, Orlando furioso a cura di Lanfranco Caretti, Einaudi, 1997
- Roberto Carnero – Giuseppe Iannaccone, Classe di letteratura, dalle origini al Cinquecento, Treccani-Giunti, 2022
- Giulio Ferroni, Storia della letteratura italiana – Dal Cinquecento al Settecento, Elemond, 1991
- Mario Ramous, La Metrica, Garzanti, Milano, 1991.

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