(Redazione) - L’infinito al negativo Keats e Leopardi: due traiettorie opposte verso l’assoluto (una nota critica...e un dialogo a tre) - di Sergio Daniele Donati
Nel breve volgere di mesi, tra il 1818 e il 1819, due giovani poeti segnati dalla malattia e dalla consapevolezza precoce della morte scrivono due testi brevi che rappresentano forse il culmine della riflessione romantica sull’infinito.
John Keats compone il sonetto When I have fears that I may cease to be mentre il fratello Tom muore di tubercolosi – la stessa malattia che lo strapperà alla vita a soli venticinque anni nel 1821.
Giacomo
Leopardi, chiuso nella biblioteca paterna di Recanati, scrive
L’infinito, idillio che nasce da un’esperienza reale di
contemplazione su un colle limitato da una siepe.
Entrambi
i testi nascono dalla medesima urgenza esistenziale: il confronto
drammatico tra il desiderio umano di assoluto e la finitezza corporea
e temporale.
Eppure,
proprio da questa prossimità emerge una divergenza radicale che
costituisce il cuore di questo confronto: mentre Leopardi utilizza il
limite fisico come varco per conquistare un infinito fecondo
e consolatorio, Keats proietta un infinito di potenzialità creative
e amorose contro la barriera insormontabile della morte, fino a
vederlo dissolversi in un nulla amaro e solitario.
Si
tratta di una contemplazione positiva dell’infinito
in Leopardi (dal finito all’immensità attraverso l’immaginazione)
contrapposta a una contemplazione negativa in Keats
(dall’immensità potenziale al nulla attraverso il terrore della
finitezza).
Questa
opposizione non è meramente tonale o stilistica. Essa riflette due
anime del Romanticismo europeo: quella leopardiana del vago e
indefinito come fonte di piacere illusorio ma necessario, e
quella keatsiana della Negative Capability che, spinta al
limite estremo, si rovescia in angoscia nichilista.
Nel
contesto storico post-napoleonico – Restaurazione in Italia,
Regency in Inghilterra – entrambi i poeti vivono la stessa
lacerazione tra aspirazione cosmica e coscienza della caducità, ma
la risolvono in direzioni opposte.
L’Infinito
di Leopardi: il limite come soglia dell’immensità
L’Infinito
si apre con un’immagine di straordinaria concretezza domestica:
Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
La
siepe non è per Leopardi un semplice ostacolo visivo: è il
dispositivo poetico centrale.
Come
Leopardi stesso chiarisce ripetutamente nello Zibaldone (in
particolare nei pensieri del 1818-1821, ad esempio il famoso passo
sul «piacere che deriva dal vago e indefinito»), il piacere poetico
più alto nasce dal «vago» e dall’«indefinito».
Quando
la percezione sensibile è limitata, l’immaginazione si libera e
«finge» – cioè crea e proietta – uno spazio interiore
illimitato. Il «guardo esclude» diventa condizione necessaria
perché il pensiero possa dilatarsi:
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura.
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura.
Il
verbo «fingo» è chiave: non si tratta di una mera fantasia, ma di
una creazione attiva del pensiero, quasi una forma di misticismo
laico.
Il
limite fisico attiva il meccanismo dell’immaginazione romantica
leopardiana. Il vento reale che stormisce tra le piante viene
confrontato con l’«infinito silenzio», producendo un
cortocircuito temporale:
e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei.
Il
presente sonoro richiama l’eterno e il ciclo delle stagioni morte.
Il movimento è chiaramente ascendente: dal particolare concreto
(colle, siepe, piante) al cosmico. Il culmine è uno dei versi più
celebri della letteratura italiana:
Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.
Qui
il pensiero non viene distrutto: si annega in un mare che lo
accoglie. Il naufragio è «dolce» perché rappresenta la
dissoluzione volontaria e consolatoria dell’io individuale
nell’immensità. È un’estasi malinconica, una sorta di
misticismo laico in cui l’illusione diventa l’unica forma
possibile di salvezza.
When
I have fears di Keats: l’infinito che si dissolve nel nulla
Il
sonetto di Keats segue una traiettoria esattamente inversa. Nella
traduzione classica di Mario Roffi (Quando ho timore di poter
morire - Einaudi, 1983) leggiamo:
Quando ho timore di poter morire
prima che la mia penna abbia mietuto
il mio cervello fecondo, prima che alti
libri in caratteri tengano come ricchi
granai il grano pienamente maturo;
quando contemplo sul volto stellato
della notte enormi simboli nuvolosi
di un’alta romance, e penso che forse
non vivrò tanto da tracciare con la
magica mano del caso le loro ombre;
e quando sento, creatura bella d’un’ora,
che non ti guarderò mai più, che mai
gusterò il potere fatato
dell’amore senza riflesso – allora sulla
riva del vasto mondo sto solo, e penso
finché amore e fama sprofondano nel nulla.
Keats
parte dal potenziale infinito già presente dentro di sé: il
«cervello fecondo» (teeming brain), i libri come granai
ricolmi, le visioni cosmiche («enormi simboli nuvolosi / di
un’alta romance»), l’amore puro e immediato («unreflecting
love»).
Tutto
è già grandezza, tutto è già promessa di immortalità poetica e
sentimentale.
Tutto
è già infinito, potremmo dire.
Ma
questo infinito è minacciato dalla morte imminente («cease to be»).
La
struttura del sonetto shakespeariano (tre quartine + distico)
accumula progressivamente la sottrazione: prima la paura di non
completare l’opera, poi quella di non catturare le visioni
notturne, infine quella di perdere l’amore effimero («fair
creature of an hour»).
La
celebre Negative Capability – definita da Keats nella
lettera a George e Tom del dicembre 1817 come la capacità di «stare
nelle incertezze, nei misteri, nei dubbi senza irritante ricerca di
fatti e ragioni» – qui raggiunge il suo limite estremo e si
rovescia in terrore paralizzante.
Il
culmine è devastante: il poeta si trova «sulla riva del vasto
mondo» (shore / Of the wide world), solo, a contemplare il
dissolvimento totale: «finché amore e fama sprofondano nel nulla».
Non c’è dolce naufragio.
C’è
un annientamento amaro e solitario. L’orizzonte immenso non viene
conquistato: diventa testimone dell’impotenza umana.
Due
Romanticismi, due infiniti speculari
La
siepe leopardiana e la riva keatsiana sono due confini che
funzionano, quindi, in senso opposto.
La
prima esclude per aprire l’immaginazione; la
seconda delimita un mondo vasto ma lo rende sterile perché il poeta
sa di non poterlo abitare abbastanza a lungo.
Leopardi
sublima la finitezza in dolcezza cosmica attraverso la poetica del
vago. Keats, con il suo sensualismo e la fede nella bellezza come
verità («Beauty is truth, truth beauty»), vede quella
stessa bellezza minacciata dal tempo in modo irrimediabile.
Entrambi
vivono la malattia e la morte prematura, eppure uno trasforma il
limite in estasi, l’altro in nichilismo anticipato.
Questo
confronto rivela la complessità del Romanticismo europeo: non una
corrente unitaria, ma una tensione irrisolta tra desiderio di fusione
cosmica e terrore della dissoluzione individuale.
La
siepe diventa metafora del Romanticismo italiano idillico-illusorio;
la riva, del Romanticismo inglese sensuale-tragico.
Il
confronto non risolve la tensione: la espone.
Due
poeti, due infiniti opposti, due modi di stare di fronte
all’assoluto.
Uno
naufraga dolcemente nel mare dell’immensità; l’altro sprofonda
amaramente nel nulla della riva.
Entrambi,
però, lasciano aperta la domanda: cosa resta quando l’infinito
sfugge o si dissolve?
Lo
spazio tra siepe e riva è il luogo del pensiero umano – fragile,
sospeso, interrogante.
In
mezzo, o a latere, di questo dialogo per contrasto latente,
tra i due grandi dell’Ottocento europeo, è
forse possibile immaginare una terza voce, del tutto contemporanea,
che faccia da controcanto ad entrambe, e si ponga come tratto
questionante per entrambe le voci, senza, ovviamente, la pretesa di
raggiungere quelle vette poetiche.
A
titolo ti esperimento, e con un grande sorriso, ecco dunque a voi un
dialogo a tre voci, costruito attorno al tremore che l’accostarsi a
due giganti della poesia mondiale necessariamente
dona.
____
Quando
ho timore di poter morire
(J. Keats)
Quando ho timore di poter morire
prima che la mia penna abbia mietuto
il mio cervello fecondo, prima che alti
libri in caratteri tengano come ricchi
granai il grano pienamente maturo;
quando contemplo sul volto stellato
della notte enormi simboli nuvolosi
di un’alta romance, e penso che forse
non vivrò tanto da tracciare con la
magica mano del caso le loro ombre;
e quando sento, creatura bella d’un’ora,
che non ti guarderò mai più, che mai
gusterò il potere fatato
dell’amore senza riflesso – allora sulla
riva del vasto mondo sto solo, e penso
finché amore e fama sprofondano nel nulla.
____
L’infinito
(G. Leopardi)
Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura.
E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei.
Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare.
____
Siedo
(S.D. Donati)
Siedo
dove il colle finisce e il mare
non comincia ancora.
Siedo
sul confine che non esclude
né trattiene, parla la lingua
del popolo della luna.
Là dove nulla
annega e l’ansia trasfigura
in voce divina, io siedo.
Siedo,
e in questo infinito indugiare
all’ascolto di voci bambine
nel parco gioco dell’oblio
io mi spauro e non scelgo.
Tacito l’inno della presenza e della durata,
ché già cantar lodi significa evadere
dalla fragile consistenza dell’attimo.
Commenti
Posta un commento