(Redazione) - Dissolvenze - 53 - «DRINK ME, EAT ME»
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| di Arianna Bonino |
I sent for the doctor, and said: "Give me some medicine, for I'm tired."
He said, "Nonsense and stuff! You don't want medicine: go to bed!"
I said, "No; it isn't the sort of tiredness that wants bed. I'm tired in the face."
He said, "Nonsense and stuff! You don't want medicine: go to bed!"
I said, "No; it isn't the sort of tiredness that wants bed. I'm tired in the face."
Lewis Carroll, lettera a Gertrude Chataway, Christ Church, Oxford, 28 Ottobre 1876
Affetta da incontrollabili picchi di febbre crepuscolare e in tali condizioni costretta a letto per alcuni giorni, ho riassaporato il nauseante piacere del tempo indistinto, filtrato da tapparelle a mezz’asta, e quello dei rumori opachi, dei suoni che non si capisce se siano davvero là, in fondo al corridoio, dietro porte chiuse, oppure se si producano qui, tra incudine e martello, in un microscopico e personale labirinto. A tale stato di estasi gratuita partecipano in genere una vaga vertigine e la distorta o monca percezione dei sapori, che collabora al digiuno spontaneo, con ciò via via dilatandosi i tratti martiriali del volto e del corpo.
Ebbene, in tale stato di grazia, invece di consegnarmi inerme alla transeunte beatitudine, ho iniziato un bel dì, forse sulla via della guarigione, a vagheggiare di ghiottonerie e cibi d’ogni genere, tal quale la piccola fiammiferaia di Andersen, seppur scampando alla di lei irreparabile sorte.
E trovandomi sì affamata e allettata, ma altresì da libri circondata (espressione quest’ultima che, d’altronde, in questa dimora si può dire ovunque ci si collochi, su qualunque piastrella s’insista o su qualsiasi pellame giacciano le proprie membra), allungando una mano verso i volumi più prossimi e lasciando fare al caso, ecco che questo mi consegnava un libro che, in effetti, pare anch’esso colpito da febbre, deliri e visioni di sogno. È “Alice nel paese delle meraviglie”.
Ora, è noto quanto l’inesauribile e
rutilante capolavoro di Carroll sia un trappolone irto di simboli in
cui calarsi con tutte le scarpe, proprio come Alice nel pozzo del
racconto. E così, quindi, anch’io ho fatto. Nello specifico,
guidata da fameliche pulsioni, ho sfogliato quelle pagine con precisa
intenzione. E dunque, riemergendo a poco a poco dalle vertigini
febbrili, sono sprofondata nella vertigine della lista, andando alla
ricerca, capitolo per capitolo, pagina per pagina, riga per riga, di
tutti gli alimenti, i piatti, i beveraggi e le pozioni nominati nel
racconto, senza trascurare le divoratrici fauci qua e là descritte,
talvolta per dir tutto fuorché parlar di cibo e sana e robusta
masticazione, dato che il bolo è qui dotato di straordinari poteri e
sempre ben diversi da quelli nutrizionali.
Infatti,
annotando, andavo via via notando che per Alice, così come per i
suoi bizzarri compagni d’avventure, il cibo non è mai un piacere
conviviale, essendo percorsa l’intera narrazione da una pertinace
anedonia: mangiare serve per crescere in altezza o per rimpicciolire,
ma è privo di qualsiasi piacere, è un mangiare senza gusto. Si
tratta, piuttosto, di un atto politico: Alice, a suon di morsi e
deglutizioni, negozia la propria identità (fisica, ma non solo).
Lewis Carroll è, con ciò, un vero anarchico: ribalta la
rassicurante tavola vittoriana e con lei la stabilità sociale che
quella ricca imbandigione rappresenta, trasformando il cibo in
dispositivo di sovversione, di conflitto e di metamorfosi violenta.
Prendiamo per esempio il Tè
del Cappellaio Matto: è un pasto
eterno dove non si mangia nulla, è la negazione stessa del
banchetto. Il tempo è immobile, le tazze sono sporche, pane e burro
sono spettri inquietanti che non riescono a sostanziarsi in quel che
dovrebbero essere, non arrivano mai alle labbra.
La bocca non riesce
a mangiare perché si perde in affabulazioni senza senso. La lingua e
il palato sono dominati da un linguaggio inafferrabile e
assurdo:
“Il Cappellaio
fu il primo a rompere il silenzio. «Che giorno è oggi, del mese?»
chiese, rivolto ad Alice; si era tolto l'orologio di tasca e lo
contemplava perplesso, dandogli una scrollatina di tanto in tanto per
poi portarselo all'orecchio.
Alice
ci pensò un attimo, e poi rispose: «Il quattro»
«È
indietro di due giorni!» sospirò il Cappellaio. «Te l'avevo detto
che il burro non fa bene agli ingranaggi!» aggiunse, guardando in
malo modo il Leprotto Marzolino.
«Era
un burro eccellente!» rispose mite il Leprotto Marzolino.
«Sì,
ma ci sono entrate anche delle briciole» brontolò il Cappellaio;
«non avresti dovuto usare il coltello del pane per spalmare il burro
sull'orologio».
Il
Leprotto Marzolino prese in mano l'orologio e lo guardò mogio: poi
lo tuffò nella tazza del tè e tornò a guardarlo; ma non poté che
confermare quanto aveva detto prima: «Era un burro eccellente».
Alice
aveva sbirciato da sopra la spalla del Leprotto Marzolino con una
certa curiosità. «Che buffo orologio!» osservò. «Dice qual è il
giorno del mese, ma non dice l'ora!»
«Perché
dovrebbe?» brontolò il Cappellaio. «Forse che il tuo orologio ti
dice in che anno siamo?»
«No,
naturalmente» rispose Alice con prontezza; «ma è perché ci sta
tanto a lungo dentro lo stesso anno».
«E
questo è esattamente il caso del mio orologio» disse il Cappellaio.
Alice
era terribilmente perplessa. Non c'era alcun dubbio che il Cappellaio
parlasse la sua stessa lingua, eppure quel discorso non aveva per lei
alcun senso. «Non ti capisco» disse con tutta la gentilezza
possibile.”
Il Cappellaio e i suoi
convitati sono condannati a perpetuare eternamente le 6 del
pomeriggio senza riuscire mai a consumare alcun pasto, ostaggi di
discorsi assurdi quanto rigorosi nella loro folle logica. Disvelano
quel vertiginoso vuoto che è proprio anche dei protagonisti de Il
fascino discreto della borghesia di Buñuel,
cristallizzati anch’essi in un loop grottesco, sempre e solo in
procinto, in un non luogo di parole fatue e astratte, quintessenza di
ciò che rappresentano.
Altrove
Alice mangia e beve senza nemmeno sapere cosa stia inghiottendo,
eppure non esita a farlo. Proprio come è accaduto a me in questi
giorni in cui mi sono state somministrate medicine e alimenti in
ordine indistinto che, altrettanto incoscientemente, in uno
stato di torpore onirico dovuto alla debolezza, ho assunto senza
riserve, incurante del rischio, nella speranza di venirne fuori, ma
anche con la nostalgia di non uscire troppo presto da quella febbre
infantile.
Anche Alice sembra affetta da ipogeusia e
inappetenza: non gusta e non ha fame, nonostante il suo viaggio sia
letteralmente scandito da atti alimentari. Il suo è un mangiare
funzionale alla trasformazione di un corpo incontrollabile, senza
piacere o appagamento, senza appetito e senza sazietà. Alice mangia
e beve sovra e sotto dimensionando il suo corpo. E non scampa con ciò
ad un alessitimico bodyshaming,
tanto più crudele quanto indifferente, quasi fosse piuttosto un
bodygaming,
agito con neutrale freddezza da chi su di lei lo pratica:
“In
quel preciso momento Alice provò una sensazione stranissima che la
sconcertò non poco, fino a che non si rese conto di cos'era: aveva
ricominciato a crescere, e in un primo momento pensò di alzarsi e di
lasciare la corte; ma poi, ripensandoci, decise di restarsene lì,
almeno finché ci fosse stato posto.
«Mi
stai schiacciando» disse il Ghiro, che era seduto proprio vicino a
lei. «Quasi non respiro più».
«Non
ci posso far niente» gli rispose Alice, dolce dolce.
«Sto
crescendo».
«Non
hai il diritto di crescere, qui» disse il Ghiro.
«Non
dire cretinate» replicò Alice con più energia, «cresci anche tu,
e lo sai!»
«Certo,
ma io cresco in modo ragionevole» rispose il Ghiro «non in questo
modo ridicolo». E, scocciatissimo, si alzò per andare dall’altra
parte della corte.”
Alice
si osserva stupita in un alternarsi di dismorfopsia, micropsia e
macropsia che paiono incuriosirla, più che turbarla:
“Poiché
era inutile aspettare accanto alla porticina, ritornò verso il
tavolino, con la mezza speranza di trovarci un'altra chiave, o
perlomeno un manuale che insegnasse come si fa a riserrare una
persona come un telescopio; questa volta ci trovò una bottiglietta
(«che certamente non era qui, prima», osservò Alice), con
attaccato al collo un cartellino dove c'era scritto BEVIMI in
caratteri di stampa grandi e belli.
Si
fa presto a dire "Bevimi", ma la nostra saggia piccola
Alice non avrebbe fatto una cosa simile alla leggera. «No, prima
devo vedere» obiettò, «se c'è scritto "veleno" oppure
no», perché aveva letto tante storie di bambini che finivano
bruciati, o mangiati dalle bestie feroci, o in altri modi poco
piacevoli […], ma soprattutto lei non aveva mai dimenticato che se
trovi una bottiglia con la scritta "veleno" e te la bevi
tutta o quasi, prima o poi ti senti male.
Comunque,
su questa bottiglia, non c'era scritto "veleno", e Alice si
azzardò a berne un sorso; il sapore era molto buono (era un misto di
torta di ciliegie, crema, ananas, tacchino arrosto, caramella mou e
crostino spalmato col burro) e ben presto se l'ebbe bevuta tutta.
«Che
curiosa sensazione!» osservò Alice. «Di certo mi sto riserrando
come un telescopio!».
[…]
Ma ben presto l'occhio le
cadde su una scatolina di vetro che stava sotto il tavolino, l'apri,
c'era dentro un pasticcino con la parola MANGIAMI formata in chiare
lettere con delle uvette. «D'accordo, lo mangio» disse Alice, «e
se mi fa crescere, potrò prendere la chiave; se mi fa impicciolire,
striscerò sotto la porta; in ogni caso, riuscirò a entrare nel
giardino, e perciò non mi importa niente di quel che può accadere!»
Ne
mangiò un pezzettino, mentre si chiedeva tormentosamente: «Da che
parte? Da che parte? In su o in giù?» e si teneva una mano sopra la
testa per controllare se stesse crescendo. Quale non fu la sua
sorpresa, quando si accorse che continuava a restare della stessa
dimensione! Naturalmente, non succede proprio niente quando si mangia
un pasticcino; ma Alice si era ormai così abituata a non aspettarsi
altro che cose fuori dall'ordinario che le sembrava troppo sciocco e
noioso procedere nel modo solito della vita.
Così
si mise all’opera e ben presto ebbe finito tutto il
pasticcino.”
Ma lungi
da me sottostimare la gravità del senso di inadeguatezza che Alice
prova per quel corpo in continuo mutamento. Inadeguatezza che potrei
d’altronde aver provato anch’io, se solo mi ricordassi
esattamente cosa sia accaduto in questi ultimi giorni. Che sia stata
colpita, oltre che da qualche violento virus, forse anche dalla
Sindrome che è fatta derivare proprio dalla curiosa sintomatologia
descritta da Carroll? Non mi è stata diagnosticata, ma non posso
escludere una transitoria permanenza nella cosiddetta AIWS (Alice
in Wonderland Syndrome), condizione che così
identificò nel 1955 lo psichiatra britannico John
Todd, notando appunto che
i sintomi dei suoi pazienti ricalcavano perfettamente le esperienze
attribuite da Carroll ad Alice: parti del proprio corpo e oggetti che
appaiono giganti o molto più piccoli del normale, forme che giungono
all’occhio distorte, liquefatte, allungate a dismisura. Per non
parlare delle distanze irreali a cui risultano collocati gli oggetti.
E, in effetti, mi apparivano inarrivabili il termometro, i
fazzoletti, la bottiglia dello sciroppo e persino quel bicchiere in
cui immense bolle galleggiavano in apnea nell’incalcolabile vastità
dell’acqua.
Che
sia stata qualche pillola variopinta, o piuttosto, un incauto
biscottino, burroso quanto un micio del Chesire, a scatenare questi
effetti lisergici, allucinanti come quelli che Alice si procura
addentando uno stravagante fungo, offerto dal bruco fumatore di
narghilè che lo abita?
“Poi
scivolò giù dal fungo e si allontanò strisciando in mezzo
all'erba, dicendo solo: «Un lato ti farà diventare più grande,
l'altro più piccola».
«Un lato di che cosa? L'altro lato di
che cosa?» pensò Alice fra sé e sé.
«Del fungo» rispose il
Bruco, proprio come se lei avesse fatto la domanda a voce alta,"
e in un attimo scomparve alla vista.
Alice contemplò il fungo
pensosamente per un minuto, cercando di indovinare quali fossero i
due lati del fungo, e, siccome era perfettamente rotondo, il problema
non era di facile soluzione. Comunque, alla fine allargò le braccia
e tendendole il più possibile, abbracciò il fungo e ne staccò dal
bordo un pezzettino per parte con ciascuna mano.
«E adesso,
quale pezzetto per quale direzione?» si chiese, e rosicchiò un
angolino del pezzetto che teneva nella destra per provarne
l'effetto.”
E pensare che Carroll, a differenza della sua protagonista che
assaggia tutto ciò che trova senza remore, era noto per il suo
rapporto decisamente poco sereno con il cibo, oltre che per il
terrore dell’eventuale intossicazione e, quindi, tossicità dei
cibi.
Prendendo spunto dai suoi diari, così come dalla
corrispondenza, Morton N. Cohen, forse il più noto biografo
di Carroll, ricorda alcune tra le sue insolite abitudini alimentari,
in primis il fatto che, considerando il pasto e l’alimentarsi come
una perdita di tempo, spesso Carroll mangiava in piedi per non
interrompere il lavoro. Quando poi era costretto dalle convenzioni
sociali ad organizzare un pranzo o una cena, impartiva istruzioni
incredibilmente dettagliate, potremmo dire ossessive, su come gestire
la cucina e le porzioni, per non parlare del suddetto terrore per le
contaminazioni del cibo, che si riflette evidentemente in quello
scrupolo di Alice quando indaga sulla presenza o meno della scritta
“veleno” sulla bottiglietta che le ordina “Bevimi”.
Quanto
al tè, quello del Cappellaio Matto è, per certi versi, l’antitesi
del rituale riservato alla somministrazione della bevanda da parte di
Carroll stesso, che pare infatti facesse oscillare la teiera per un
numero preciso di volte per ottenere un prodotto eccellente, oltre a
cronometrare allo stesso scopo l'infusione delle foglie. Ma in
entrambe le occasioni, quella del racconto e quella della realtà
carrolliana, non si arriva mai a mangiare.
L'anedonia
gastronomica che permea il racconto si ritrova, d’altronde,
nelle lettere ove Carroll descrive i suoi pasti frugali: solo un
biscotto e uno sherry, niente da cui riesca a trarre piacere o
godimento. Forse che Carroll abbia voluto in qualche modo esorcizzare
le sue fobie e le privazioni sensoriali che si autoinfliggeva
attraverso il caos alimentare e il nonsense generale che
paradossalmente regolano il regno del sogno di Alice?
Eppure,
anche Alice, come Carroll, in definitiva non gode. Mangia senza fame,
come alla ricerca più che altro di un senso che non trova. Alice
incorpora il mondo per comprenderlo, letteralmente, ma questo le
sfugge. Tenta di dominarlo per non caderne vittima. In un crescendo
di aggressività alimentare, si fa predatrice e addirittura cannibale
per non essere, a sua volta, predata:
«Serpente!»
strillava il Piccione.
«Non sono un Serpente!» esclamò Alice,
sdegnata. «Lasciami stare!»
«Serpente! Serpente!» ripeté il
Piccione, ma con un tono più ammansito, e soggiunse, quasi in un
singhiozzo. «Le ho tentate tutte, ma non si riesce a trovare una
sistemazione che sia conveniente per tutti!»
«Non capisco: di
cosa stai parlando?» domandò Alice.
«Ho provato le radici
degli alberi, ho provato le sponde, ho provato i cespugli»
continuava il Piccione, senza farle caso; «ma quei Serpenti! Non c'è
modo di adattarsi, con quelli!»
Alice era sempre più
perplessa, ma preferì lasciar sfogare il Piccione e non dire
niente.
«Come se non fosse già un problema covare le uova»
diceva il Piccione: «devo anche stare sempre sul chi vive notte e
giorno per paura dei Serpenti! Tre settimane, sono tre settimane che
non chiudo occhio!»
«Mi dispiace per le tue preoccupazioni»
disse Alice, che cominciava a capire.
«E proprio quando mi
prendo l'albero più alto che ci sia nel bosco» continuava il
Piccione, con una voce sempre più strozzata, «proprio quando mi
illudevo di essermene liberato, ecco che questi arrivano strisciando
anche dal cielo! Uhi! Serpente!»
«Ma io non sono un Serpente,
te l'assicuro!» esclamò Alice.
«Io sono – sono una –
».
«Ebbene! Che cosa sei?» disse il Piccione. «Stai cercando
di inventar su qualcosa, eh, lo vedo!»
«Io — io sono una
bambina» rispose Alice, ma aveva un'aria piuttosto dubbiosa, perché
le erano tornati in mente tutti i cambiamenti subiti in quella
giornata.
«Verosimile come storiella, non c'è che dire!»
replicò il Piccione col più profondo disprezzo. «E sì che ne ho
viste tante, ma proprio tante di bambine in vita mia, ma non mi è
mai capitato di vederne una con un collo come quello! No, no! Tu sei
un Serpente; è inutile che ti ostini a negarlo. Immagino che adesso
vorrai farmi credere di non aver mai assaggiato un uovo!»
«Ho
assaggiato delle uova, certamente» rispose Alice, che era una
bambina molto sincera, «ma anche le bambine mangiano le uova, tanto
quanto i serpenti, non lo sapevi?»
«Non ci credo» replicò il
Piccione; «ma se fosse vero, be', allora sono una specie di Serpenti
anche loro: ecco cosa ti dico».”
[NdA:
il tema del cibo e in particolare quello del cannibalismo torna anche
in “Alice attraverso lo specchio”, lo so. Ecco, mi riservo di
esplorare tale racconto in occasione del mio prossimo estasiante
febbrone].
Carroll
trasforma quindi il pasto in un atto di aggressione, quasi a dar
corpo alla paura del sopravvento degli istinti animali sulla logica e
sulla forma, un ribaltamento e una perdita di controllo pur sempre
però da confinare in un mondo immaginario, in un banchetto terribile
e fantastico, entro un perimetro su cui mantenere il controllo, vale
a dire il perimetro delle parole, cosa che lui sapeva gestire
benissimo, a differenza di alcuni dei suoi personaggi. Basti pensare
al monito dell’Aquilotto, che, infatti, redarguendo il Dodo,
esclama:
«Parla come
mangi! […] Non so cosa vogliano dire almeno la metà di quei
paroloni, e quel che è peggio, sono sicuro che non lo sai nemmeno
tu!»
Se
invece, come è accaduto a me, vi vien voglia di sconfinare e di
immergervi di fatto nelle ricette carrolliane, sappiate che questo
tipo di esperienza si può fare almeno in due modi: il primo è
prender parte ad una Alice Dinner,
il che comporta la necessità di organizzare un viaggio a Oxford o,
naturalmente, a Londra. Il menù degustazione segue l'ordine del
libro e, per coerenza con la vera storia fantastica di Alice, la
vorace Regina di Cuori e il Coniglio Marzolino vi serviranno
antipasti minuscoli seguiti da portate enormi in piattoni smisurati,
da gustare – immagino – con forchette grandi come rastrelli e
cucchiai in cui potreste fare un bagno.
Per
il secondo modo, tenente presente che è tassativo prendersi un bel
raffreddore, ma molto forte, e aspettare poi che la febbre sfiori
gradazioni visionarie. Una volta giunti in tale auspicato stato, e in
previsione di cimentarsi nella preparazione di queste stramberie
molto poco culinarie, aprite il famoso libro e iniziate ad annotare,
in ordine di apparizione:
marmellata
di arance
latte a merenda
topi
pipistrelli
bottiglietta
con attaccato al collo il cartellino “BEVIMI”
sapore misto
di torta di ciliegie, crema, ananas, tacchino arrosto, caramella mou
e crostino spalmato con burro
pasticcino con la parola
“MANGIAMI” formata a chiare lettere con delle uvette
pesci
nelle fauci gentili del coccodrillo accolte
scatola di canditi
uccelli
cetrioli
mele
brandy
sassolini che si trasformano in pasticcini
calde minestrelle
oca
sassi
fungo
uova
calderone pieno di minestra
pepe
tè
vino
burro
briciole
melassasassolini che si trasformano in pasticcini
calde minestrelle
oca
sassi
fungo
uova
calderone pieno di minestra
pepe
tè
vino
burro
briciole
fette di pane
bricco del latte
mollica di pane
cipolle
bulbi di tulipano
aceto
camomilla
dolci
senape
aragosta
foche
tartarughe
salmoni
meduse
nasello
lumaca
marsuino
pan grattato
pesce ago
squalo
pantera
gufo
stufato
sugo
carne
patatine
zuppa di tartaruga
cacciagione
torte
frittelle
Lo so, c’è una grande, grandissima confusione in tutto ciò. Ma è questo il bello.
In fondo, per uscirne basterà fare come Alice: buttarsi e, soprattutto, stare a vedere l’effetto che fa.
Riferimenti bibliografici, cinematografici e iconografici:
Lewis
Carrol, Alice nel paese delle
meraviglie, Vallardi, 1996
Morton
N. Cohen, Lewis Carroll: A Biography,
Macmillan, 2015
The
Selected Letters of Lewis Carroll: Anniversary Edition,
edited by Morton N. Cohen, Palgrave
Macmillan, 1989
The
Diaries of Lewis Carroll, edited by
Roger Lancelyn Green, Cassell
& Company, 1953
Le charme
discret de la bourgeoisie,
regia di Luis Buñuel, 1972
Immagini: opere
pittoriche di Till Rabus


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