(Redazione) - Anfratti - 15 - Accartocciato
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| A cura di Alessandra Brisotto |
Il sole si sparpaglia sulla superficie del fiume, come il sale nel mare, si mescola ad esso ma non ne modifica il sapore, come fa il sale nel mare, rimbalza dalla superficie frizzante di barche e canoe e mi raggiunge sulla panchina.
Accartocciato.
È
una fresca giornata di marzo, dopo la neve, la pioggia nuvolosa e le
nuvole piovose, dopo il grigiore dell’inverno, che è ancora
inverno, ma travestito da ometto ridanciano e giocherellone, da
stagione buffa che pizzica la pelle con i raggi-stufetta elettrica e
le ombre-termosifoni freddi, in bilico tra la gioia spaventosa e la
tristezza solenne che si addice alle temperature rigide.
Accartocciato.
Alla
mia destra una coppia estrae da un cartoccio due panini lussuriosi.
Lei
indossa calze a pois, una minigonna e un giacchino. Tutto è nero.
Lei
no.
È
bionda e molto truccata.
Il
rossetto è rosso bacino bacetto.
Mi
domando a come riuscirà a ingoiare un tale panino senza sbavarlo o
sporcare la minigonna di maionese e farcitura varia. Indomita,
spalanca la bocca con un movimento tra il professionista e il
maldestro.
Ce
la fa.
Complimenti.
Penso.
Lui
ingoia metà del suo panino in due morsi.
Lei
accavalla le gambe e mi guarda per un istante.
Io
non distolgo lo sguardo da qualcosa che sta accanto alle sue
scarpette con il tacchetto a spillino, le calze con i pallini e la
pettinatura alla Marilyn Monroe, impreziosita da una forcina con
brillantini esageratini.
Accartocciato.
Penso
a Rousseau, alla cura dei sentimenti naturali e non selvaggi, alla
riscoperta di un io interiore che comanda la macchina-corpo, un
cervello che agisce non più da solo, ma accompagnato dalla
coscienza, quel micromovimento interno ignoto ai più, quasi
scomparso dalla faccia della terra in quanto inutile oppure, se
esistente, piuttosto ingombrante, accartocciatino.
Forse
avrei dovuto, e dovrei, ridurre le mie letture.
Penso.
In
ogni caso è troppo tardi.
Accartocciato
È quel cartoccio unto, abbandonato a terra, accanto alla scarpina
birichina, ai pallini e al rossetto che hanno vessato il sole e mi
hanno condotta nuovamente nei meandri della coscienza, della
filosofia e della storia.
È
ora di andarmene. Mi alzo pensierosa, proseguo in direzione opposta
al sole, quella termosifone-freddo. Dopo una ventina di metri mi
volto verso il fiume Meno, adagiato nel proprio splendore quasi
oleoso, sul quale scivola una canoa con cinque rematori armoniosi.
Accartocciati
giacciono il cartoccio vuoto abbandonato a terra, sotto la panchina,
accanto al cestino delle immondizie e il movimento interno di
qualcuno.
Comunque,
grazie per l’ispirazione.
| Frankfurt am Main (A.Brisotto) |

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