(Redazione) - A proposito di Dove ancora non siamo nati (puntoacapo, 2024) - nota critica di Sergio Daniele Donati

 

Ci sono raccolte che trattengo a lungo per me, prima di percepire di poterne parlare. E sono raccolte le cui linee espressive hanno sempre grandi risonanze nella mia anima di lettore. 
Le tengo per me per una sorta di sobrietà che sorge quando i miei occhi incontrano scritture che secondo me non meritano altro che di essere lette e rilette senza sovrapposizioni tra chi le ha scritte e chi, con inciampi e balbuzie, cerca come me di commentarle.
È certo questo il caso di Dove ancora non siamo nati (puntoacapo editore, 2024) che rappresenta a nostro avviso per Danila Di Croce il culmine di una ricerca poetica che eleva la veglia a metodo conoscitivo supremo, misura la distanza come criterio formale essenziale e trasforma la parola in strumento di cura, rigenerazione e svelamento.
La silloge si configura come un laboratorio alchemico vivente: lessico, scansione metrica e timbro vocale cooperano in sinergia per costruire una grammatica della nascita e dell’emersione dal profondo.
Non si tratta, dunque, di una sequenza lineare di testi, bensì di un organismo unitario che procede per cicli di ritorni, sedimentazioni semantiche e variazioni tematiche.
Questo flusso richiede al lettore un tempo dilatato e un’attenzione quasi ascetica: un invito a sostare nel silenzio e a saper capovolgere le immagini consuete per far riemergere dal buio fertile ciò che chiama vita.
Mi rendo conto, mentre scrivo l'esordio di questa nota critica, di far uso di un linguaggio che potrebbe prima facie risultare quantomeno criptico, tuttavia ciò sorge dal fatto che paradossalmente non è semplice tradurre in parola ciò che le parole della raccolta creano nella mente del lettore, come sopra si cercava di dire.
Cercherò, pertanto, di meglio delineare questo percorso nel prosieguo.
La nascita, in quest’opera, non appare essere un evento isolato, ma un divenire perpetuo, un esodo dall’io verso l’altro, un’esplorazione dell’origine intesa come approdo dinamico e mai definitivo, dove il dolore transita verso la luce e il canto si fa promessa di elevazione.
Come osserva Ivan Fedeli nella prefazione, l’opera presenta un aspetto mai concluso e accattivante: l’ansia – meglio, la necessità – di elevazione e rarefazione si scontra inevitabilmente con il contingente, fermando a mezza altezza un volo pur spiccato, per paura o vertigine.
La parola, nella sua distanza impotente – quel «grido che mi manca» evocato a pagina 104 – implica un lutto simbolico che conduce alla catarsi, purificando e rigenerando il dire stesso.
La raccolta si articola in tre sezioni che tracciano un percorso progressivo: dalla vigilanza esterna alla gravità interiore, fino all’esilio oltre il confine.
Questo itinerario crea un dialogo continuo tra visione profetica e presenza rassicurante delle cose, con il vento e il fruscio che fungono da leitmotiv e legano veglia, gestazione e risalita in un ciclo elastico di tensione e rilascio.
Danila Di Croce dialoga con la tradizione lirica italiana ed europea reinventandola: assorbe la pazienza contemplativa di Antonia Pozzi, la tensione conoscitiva di Mario Luzi, la profondità penetrante di Rainer Maria Rilke, il fuoco interiore di Emily Dickinson, la densità ermetica di Paul Celan, il divenire infinito di Dante, la serena disperazione quotidiana di Umberto Saba, i relitti significanti di Eugenio Montale.
Eppure in un certo senso li supera (verbo qui da non intendersi in termini qualitativi ma di tragitto/percorso) convertendo la contemplazione in mestiere metodico, la veglia in tecnica rigorosa, la parola in atto etico-relazionale: una voce, quella della poeta, che resta ancorata al contingente eppure protesa verso l’altura, capace di rarefare il verso fino a sfiorare l’indicibile senza perdere il radicamento tellurico.
Per illuminare questa coerenza interna, ho selezionato testi emblematici da ciascuna sezione – veri nodi di condensazione – analizzando lessico, metrica, timbro ed effetti sonori con un apparato retorico ricco di metafore organiche, antitesi dinamiche e amplificazioni ritmiche.
Ogni elemento concorre a una resurrezione lirica, sublimando l’impotenza in luce e il silenzio in cavità feconda.

Primo testo: la vigilanza come disciplina dello sguardo (da Un nuovo turno di veglia)

Dammi il compito della sentinella,
che lavora di sguardo e che lontano
allunga la spinta, ne fa un elastico
teso a tornare, a restituire
l’orizzonte agli occhi.
Certo, quel punto
frustra attese e illusioni, si impianta
sulla retina e rinasce di dentro,
da quel buio che pure chiama vita.
Dammi ancora un nuovo turno di veglia,
perché impari il senso della distanza,
lo zelo che ammaestra l’attenzione,
l’attesa solerte che si fa cura.
E soprattutto il metodo del tempo
che ogni volta impressiona quell’immagine
da capovolgere, da riguardare.

Questa poesia assume una funzione di architrave: la parola si carica di un “compito” che evoca responsabilità etica e artigianato, definendo una disciplina del vedere che irrora l’intera silloge. Il lessico transitivo insistito (dammi, restituire, imparare, ammaestra) costruisce un io lirico relazionale, disposto al servizio dell’altro.
La metafora dell’elastico teso – invenzione figurale di rara potenza – traduce in immagine una dinamica strutturale profonda: l’antitesi tra slancio verso il lontano e ritorno inevitabile diventa principio formale di tensione e rilascio che attraversa l’opera intera. Metricamente, prevalgono endecasillabi spezzati da enjambement audaci (lontano / allunga la spinta) che dilatano il respiro poetico mimando lo sguardo proteso; le cesure interne (teso a tornare) trattengono l’immagine nel punto di massima tensione, riecheggiando il gesto della sentinella.
Il ritmo procede per accensioni improvvise e arresti meditati, imprimendo l’immagine sulla retina del lettore come una fotografia capovolta da riguardare in prospettiva rinnovata.
Il timbro resta contenuto eppure insistente: edifica una ritualità attraverso anafore (dammi), assonanze discrete (vocali aperte in orizzonte/occhi) e consonanze calibrate (teso/tornare), generando un effetto ipnotico che educa l’attenzione prolungata.
Retoricamente, antitesi come frustra attese e illusioni amplificano la sublimazione dell’illusione in vita autentica.
Risuonano echi di Antonia Pozzi nella pazienza contemplativa del guardare e di Mario Luzi nella tensione conoscitiva del verso; la specificità di Di Croce consiste nel convertire la veglia in “metodo del tempo”, una tecnica che sublima la distanza in cura etica, ancorando il contingente a un orizzonte di rinascita.

Secondo testo: la gestazione come tempo interno della parola (da Di un’altra gravità)

Senza nulla togliere e nulla
aggiungere all’accadimento
del vero, al dichiararsi delle prove,
passarti attraverso senza che l’uscio
avverta il peso delle ossa,
l’antinomia dei passi;
tenerti addosso – strazio e amore –
come in una deposizione.
Così cercare solo il lampo
che tutto squarci il velo del mio tempio.

La gestazione poetica emerge qui come passaggio etereo e spoliazione essenziale. Il lessico antitetico (strazio/amore, peso/ossa vs. deposizione) evoca un parto cristologico-laico, ancorando l’astratto al corporeo con termini viscerali che sottolineano l’equilibrio precario tra dolore e rigenerazione.
Il verso compatto e asfittico, dominato da enjambement minimi (accadimento / del vero) e cesure compressive, mima l’incubazione intrauterina e crea una sospensione temporale che riflette il tempo interno della parola. Il timbro sommesso, con assonanze cupe (vocali chiuse in uscio/antinomia) e consonanze liquide (lampo/squarci), genera effetti sonori di uno squarcio epifanico, come un velo biblico lacerato che rivela l’origine. Retoricamente, l’antitesi tra sottrazione e aggiunta amplifica il paradosso dell’equilibrio; riecheggia Emily Dickinson nel fuoco interno dell’introspezione, ma Di Croce arricchisce il testo di una dimensione relazionale: la gestazione non è solipsistica, bensì atto di cura condivisa, un’attesa insperata che capovolge l’origine da statica a dinamica.

Terzo testo: la materia che risale dal fondo (da Di là dal cancello

Non è che dispersione questo inganno
di lago che tracima e annulla gli argini,
è coltre liquida la vastità.
Cercarti a valle, nel patto che salda
l’altezza dei monti; sondare la battigia
perché è il detrito che parla del vento
e vince la spuma: da qui si nasce.

La materia liquida e tracimante risale qui come detrito dalla battigia, simbolo di un’origine tellurica e fluida.
Il lago che tracima annulla gli argini convenzionali, ma non disperde: è un “patto” che salda altezza e profondità, elevando il detrito a voce profetica che “parla del vento” e vince la spuma effimera. Il lessico naturale (lago, battigia, detrito, vento) ancora l’astratto al concreto; l’antitesi dispersione/coesione amplifica la palingenesi.
Metricamente, il ritmo ascendente, con enjambement che mimano il risalire (tracima e annulla / gli argini), genera un flusso ondulatorio.
Il timbro sonoro, ricco di liquide (l, r in coltre liquida, salda) e fricative (spuma), evoca un flusso resistivo.
Da un punto di vista dell'apparato retorico, la metafora del detrito come oracolo sublima l’entropia in resistenza
Si sente riecheggiare Eugenio Montale nei suoi relitti significanti, ma Di Croce supera questa dimensione in una rigenerazione tellurica: “da qui si nasce” trasforma il fondo in culla, chiudendo il ciclo veglia-gestazione-emersione.

Raffronti con la tradizione lirica: un dialogo vivo e reinventato

Danila Di Croce innesta la sua voce in un solco millenario reinventandolo: da Dante assorbe il divenire infinito del lirico contrastato dal contingente; da Rilke la pazienza delle cose secolarizzata in metodo etico; da Dickinson l’introspezione visionaria proiettata verso l’altro; da Celan l’ermetismo del velo squarciato orientato a rinascita collettiva; da Saba la disperazione serena attiva come elastico contro l’oblio; da Montale i relitti elevati a ghirlanda luminosa.
Rispetto a Pozzi e Luzi, la contemplazione diventa mestiere metodico e l’impotenza si sublima in luce; rispetto a Saba, l’attesa è cura condivisa.
Questa voce non imita mai: trasfigura.
Forgia un canzoniere unitario in cui il linguaggio altro unisce visione profetica e presenza rassicurante, entropia e meraviglia.

Conclusioni: una poetica della luce, della relazione e della resistenza eterna

Ampliando lo sguardo all’intera silloge, emergono temi trasversali che ne fanno un capolavoro organico: lo stupore come cifra esistenziale, la meraviglia come scavo tra impotenza e catarsi, la palingenesi come riavvolgimento del presente verso un’origine da cercare ancora. Testi come “Vestire il sacco alla parola fiera” rafforzano questa visione, invitando a una “lingua semplice dell’altura” e a una conversazione come viaggio condiviso, dove il silenzio diventa cavità feconda e il dolore transita verso l’altura. Danila Di Croce ci consegna una poesia che, come un elastico teso, ci proietta lontano per restituirci a noi stessi rinnovati, ancorando il volo alla terra e resistendo all’entropia con una luce feconda. In un’epoca di frenesia e frammenti, quest’opera insegna il metodo del tempo: vegliare nel buio, gestare nel silenzio, emergere oltre il cancello, nascere ancora in un dialogo eterno con l’umano.
È un contributo essenziale alla lirica contemporanea: misura e profondità, rarefazione del verso fino a sfiorare l’indicibile senza perdere il contatto con la terra – una promessa di altezze ulteriori, un’attesa solerte che si fa cura perpetua.
In un mondo afflitto da fretta e superficialità, questa poesia resiste come sentinella, insegnando a nascere dal buio, a sublimare il lutto in luce, a restituire l’orizzonte agli occhi – capovolgendo il nostro sguardo sul mondo e elevandoci verso un’origine sempre da cercare, dove la distanza diventa ponte di relazione eterna.

Per la Redazione de Le parole di Fedro
il caporedattore - Sergio Daniele Donati

BIO-BIBLIOGRAFIA DI DANILA DI CROCE (aggiornata al febbraio 2026)

Danila Di Croce è docente di Lettere e vive ad Atessa (CH). Ha pubblicato Punto coronato (ed. Carabba, 2011), Ciò che vedo è la luce (peQuod, 2023, opera vincitrice al Premio InediTO 2022 e nel 2024 ai premi Vito Moretti e Mesagne; premiata anche al Città di Como, al Premio San Domenichino, a Città di Latina, a Europa in Versi, Versante ripido e Gozzano) e Dove ancora non siamo nati (puntoacapo, 2024, vincitrice come silloge inedita ai premi Lago Gerundo e Arturo Giovannitti; nel 2025 Primo premio al Chiaramonte Gulfi e Sant’Anastasia, Premio Speciale al concorso Tra Secchia e Panaro, Menzione speciale al Camaiore – Francesco Belluomini e a Oreste-Pelagatti, segnalato a Europa in versi, finalista a Prato Poesia). Nel 2025 è uscita anche la plaquette bilingue Fulger și voal - Lampo e velo (Rumeno-Italiano), con traduzioni di Eliza Macadan, per Editura Cosmopoli di Bacău.
Numerosi inediti sono stati premiati in diversi concorsi di poesia.
Suoi testi sono presenti su blog e antologie legate a premi letterari e figurano nel Settimo repertorio di poesia italiana contemporanea (AA. VV., Arcipelago Itaca, 2023), su Distanze verticali. Escursioni poetiche sulla montagna (Macabor Editore, 2024, a cura di Irene Sabetta), su Le radici e l’altrove. Sguardi sulla poesia contemporanea abruzzese (Seri editore, 2025, a cura di Loredana Magazzeni) e su La notte (le sinapsi del glomerulo, 2025, a cura di Franca Alaimo).
Danila Di Croce è anche membro di Giuria in alcuni concorsi di poesia.

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