(Redazione) - Fisiologia dei significati in poesia - 22 - Verso l’immaginazione

 

di Giansalvo Pio Fortunato

La penultima tappa di questo viaggio entro l’analitica in poesia ha cercato di smontare l’idea di un’universalità assoluta del linguaggio poetico, ricalcando due elementi fondamentali: l’empiricità del soggetto poetante e la conseguente contestualizzazione del senso nell’empiricità del soggetto poetante. Due elementi, questi, che forniscono una critica negativa rispetto a tutto quel pre-impostato costrutto che vorrebbe nel poetico la trascendenza di un senso alienante che si palesa tramite nascondimenti e disvelamenti imprevisti e tramite quello stato di choc, che tanto contribuisce ad irrobustire la sacralità dell’atto poetico. Se non fosse stato chiaro fino ad adesso, è mia ferma convinzione (con tutti i limiti da discutere) che nel poetico e nella poesia non vi sia assolutamente nulla di sacro. A meno che, naturalmente, non si intenda per sacro la multiforme capacità del linguaggio di generare sensi, che non si riconducono alla sola denotazione rappresentazionale, per aprirsi ad una capacità del linguaggio di immaginare mondi o di istituire sensi che assumano significati non nel loro riferimento ma unicamente in se stessi. È sorprendente quanto, a mio parere, sottovalutiamo enormemente la capacità tutta umana di istituire delle percettività di senso. Delle percettività, cioè, che si compongono più che dell’esperienza materica (modo grossolano per indicare la percezione in un contesto reale), dell’esperienza puramente mentale, di una percettività – cioè – diversa dal ricordo e che non coinvolge il corpo o può coinvolgere il corpo senza tuttavia un’effettiva sollecitazione inter-attiva (avendo valicato definitivamente il confine tra interno ed esterno). Perché, ed è questo il tema di sintesi che dal prossimo mese comincerò ad indagare, è tutta una questione di immaginazione: entro il senso stesso ed entro un lavorio immagina-tivo che rende la nitidezza di una visione. Per lungo tempo, infatti, è stata mia ferma convinzione che il senso in poesia eccedesse: che il senso, il percepito, si arrestasse dinanzi alla limitata resa in parola. Una ferma convinzione alla quale, nel dettaglio, riconosco una limitazione sia di esperienza che conoscitiva: ero in quelle circostanze profondamente convinto di una separazione netta tra la pura sensibilità (l’esperienza muta del mondo) e l’esperienza parlata (dunque tarata) del mondo; ero in quelle circostanze convinto che dovesse essere la poeticità / il canone a dare l’attributo poetico all’esperienza, generando così un conflitto tra la generalità del canone e la particolarità dell’esperienza rispetto alla quale la forma poetica era sempre più imbrigliante, sempre più occludente. Poi, naturalmente, la ricerca ha fatto il suo corso e quella virtuosa e vulcanica esperienza muta ha cominciato a parlare più di quanto immaginassi, riconoscendo nella percezione quella mirabile co-azione tra significativo e corporeo. Poi, ho cominciato a vivere la parola, semplicemente. Dando a questo vissuto, la forza, nei limiti che mi sono stati fin ad ora possibili, di essere autosufficiente: capace, cioè, di istituire il senso dall’interno, attraverso i sensi già esistenti e cogliendo in questi ultimi la condizione di rinnovabilità e di ricombinazione tramite una matrice di ricerca e di costruzione che via via mi fosse propria. Così, si può dire che ogni poeta possegga un suo campo semantico. Laddove per campo semantico intendo esattamente un campo di senso. Un campo di senso nel quale si ritrovano non solo i sensi istituiti di volta in volta tramite le poesie già scritte; quanto come approccio di ricerca nella coniugazione di sensi e, quindi, nella generazione di un senso rinnovato e nuovo. Perché c’è un orientamento del tutto personale e caratteristico – direi percettivo – nella costruzione di sensi nuovi ed è proprio questo orientamento a caratterizzare la ricerca di sensi ritenuti esaustivi rispetto all’esperienza di un poeta. Di un’esaustività – è bene precisarlo – che il poeta ha della sua esperienza, certamente non dell’esperienza che il lettore ha del poeta. Quest’ultima, infatti, è una continua scommessa, essendo il campo semantico del poeta un campo semi-sconosciuto: un campo nel quale il senso particolare si genera da parole aventi significati comuni o da parole che, da quel significato comune [1] in co-azione con altre parole con significato comune, generano un senso completamente inusuale o così personale da essere pressocché sfuggente. C’è chi scommetterebbe, dunque, sulla miracolosità dell’atto poetico. Tendo ad essere del versante che non scommette. Del versante che non si pone per il miracolo. Ad emergere, quindi, è tutta una complessa conduzione che tende a spezzettare sia il sistema enunciato, in quanto riconosce al verso uno statuto di proferimento particolare distaccantesi completamente dall’unità rappresentazionale propria di ciascun enunciato (pur reggendosi sul principio di composizionalità), sia la semplice anti-analitica di un versatile motivo di ispirazione che travalica il linguaggio e le sue effettive fattezze strutturali, creative e formative. Perché, se è pur vero che la poesia è misticismo del linguaggio, la poesia si serve di un potere mistico che non plasma il linguaggio: che è in grado, piuttosto, di farsi plasmare essa stessa dal linguaggio, raggiungendo in sé le massime vette di performatività. Si ritorna, quindi, alla massima sfida del linguaggio poetico: rendere la problematicità di un fenomeno tangibile ed indagabile che, tuttavia, non ha ancora completamente eguali nel sistema analitico degli enunciati [2] e che rende, anzi, problematica la stessa uniformazione dell’enunciato col verso. Se si trattasse, infatti, di una nozione classica di enunciato, in cui ad essere decisive sono il riferimento o meno di quell’enunciato a qualcosa di reale (dunque le sue condizioni di verità), potremmo tranquillamente godere del supporto russelliano per cui sarebbe possibile interrogarsi sulle condizioni di verità di quel enunciato (dunque sul suo significato in quanto Bedeutung) anche per ciò che non ha un riferimento reale. Per cui, potremmo dire che un enunciato-verso abbia significato pur essendo formato da parole-termini con significati non riferiti realmente e che, in realtà, pur posseggono delle specifiche condizioni di verità. Eppure, in poesia ci troviamo costantemente dinanzi ad enunciati che mentono: enunciati-verso il cui riferimento non reale è esso stesso falsato (falsato – lo preciso – non falso). Eppure, direbbe qualcuno, affermano comunque qualcosa. Ci fanno pensare comunque a qualcosa. Ci rappresentano e ci suggestionano quella negazione stessa di irrealtà o, peggio ancora, ci inducono in un quantistico stato di verità, in cui il riferimento alle condizioni di verità è ibrido, spurio: sia vero che falso allo stesso tempo. Siamo, in tale circostanza, solo appollaiati sul criterio del significato, del Bedeutung. Se guardassimo al senso – ed è questa la nostra sfida ultima – ci troveremmo dinanzi ad un’indeterminazione ancora più grande. 
Ci troveremmo di fronte:
  1. ad una non univoca rappresentazionalità, determinata da:
  1. quantismo del riferimento di ogni parola

  2. diverso stato di cose a cui essa può condurre contemporaneamente
  1. ad una problematicità di pensiero:

  1. che è pensiero immaginante

  2. che è pensiero percettivo in un ibrido di realtà.

Credo siano questi gli ingredienti che, solo attraverso il linguaggio, rendono forse una sacralità elevatissima della poesia: pur senza alcuna trascendenza.

NOTE
[1] Si intenda per significato comune: significato convenzionale. Dunque: ciò a cui tutti i parlanti di una comunità si riferiscono.
[2] Giudizio, questo, che deve essere adeguatamente contestualizzato. Ci sono dei precedenti per il verso nella dinamica degli enunciati: il lavoro compiuto egregiamente attorno ad una comparazione delle enunciazioni con il verso poetico, grazie alle massime conversazionali. È, tuttavia, esaustivo come lavoro? Ce lo chiederemo. 
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