Un piccolo pensiero

Dice il pensiero ebraico che non c'è peggior peccato che ricordare 
al convertito le sue origini.
La conversione è un mutamento radicale dell'anima.
Ogni volta che ricordiamo a qualcuno ciò che è stato lo condanniamo a una pena infinita.
Allo stesso tempo condanniamo noi stessi a ignorare le nostre stesse potenzialità.
Siamo qui per liberare scintille, negli altri, nel mondo, nel creato: non per mettere l'accento sul fango da cui tutti, chi più chi meno, siamo emersi.
Va di moda dire che il perdono è impossibile perché contiene in sé un senso di superiorità.
Si dice, per non perdonare: chi sono io per perdonare? Cosa ho in più di chi dovrei perdonare per poterlo fare?
L'obiezione non è stupida, ma contiene una trappola. 
Perdonare è accettare non solo il cambiamento dell'altro ma, soprattutto, il nostro.
Invertendo l'ordine di quell'assunto mi chiedo: chi sono io per non perdonare e ergermi a muro contro la forza del cambiamento?
Oggi ho intimamente perdonato una persona, forse quella che più mi ha fatto male; non sento l'esigenza nemmeno di comunicarglielo. Se capitasse l'occasione lo farei, altrimenti il perdono resterà dentro di me.
Oggi c'è vento a Milano, il cielo è terso e io non sono più lo stesso. 
Guardo mio figlio, la mia compagna, il mio corpo (che mi dà delle preoccupazioni) e li vedo diversi, con altri colori. 
I colori del cambiamento, il mio.
Sono scintille, piccole iod silenziose attorno a me e al mondo.
Il resto, ed è un resto grande, non è sotto il mio controllo.


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Commenti

  1. Conosco il vento, il cambiamento e il perdono.
    Con il perdono, la pace. Con essa, io. Bello questo tuo diario minimo, perché dell'attimo.

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