(Redazione) - Poesie inedite di Annalisa Barletta - con nota di lettura di Sergio Daniele Donati


Le poesie di Annalisa Barletta si muovono in una zona di confine tra confessione e visione, tra corpo e astrazione, tra memoria e desiderio. La sua lingua è tesa, spesso ellittica, nutrita di immagini che non cercano la metafora come ornamento, ma come forma necessaria del pensiero. Ogni testo sembra nascere da un’urgenza intima, ma si apre subito a una dimensione più ampia, quasi archetipica, dove il privato diventa figura, gesto, destino.
Di seguito, una lettura di ciascuna poesia.

1. Non dirsi niente
Questa poesia inaugura subito il tono dell’intera raccolta: un dettato breve, spezzato, che procede per sottrazione. Il titolo — Non dirsi niente — è già un programma poetico: il silenzio come condizione del gesto, come luogo in cui la parola può finalmente accadere.
L’incipit, «svellere il gesto», introduce un movimento di strappo, di sradicamento: il gesto non è compiuto, ma tolto, come se la poesia nascesse da ciò che manca. L’immagine della «foglia / che nidifica l’ombra» è una delle più felici: la foglia, fragile e leggera, diventa nido, luogo di accoglienza dell’ombra, cioè del non detto, del rimosso, del lato oscuro dell’esperienza.
La nuvola che «scorna la carne ai giorni» introduce un elemento di violenza lieve ma inesorabile: il tempo che ferisce, che punge, che irride al destino. E tuttavia, l’ultima immagine — «l’ora salva / solo a perdersi» — rovescia tutto: la salvezza non è nel trattenere, ma nel perdersi. È una poesia sulla resa come forma di conoscenza.

2. Il figlio che non ho avuto
È il testo più narrativo e più emotivamente espanso del gruppo. Qui Barletta affronta un tema delicatissimo — la maternità mancata — senza cadere nel patetico, ma costruendo una figura immaginaria che è insieme reale e simbolica.
Il figlio immaginato è un essere di pura possibilità: «non ha un nome, ma un amore». La poesia lavora per accumulo, per enumerazione affettiva: l’alba che non verrà, gli aghi che cuciono gli aquiloni, la tempesta per capello. Sono immagini che oscillano tra l’infanzia e il mito, tra la tenerezza e la ferita.
La seconda strofa amplia il respiro: il figlio diventa «del grembo di tutte le attese», figura collettiva, quasi un archetipo della possibilità non realizzata. La poesia non è un lamento, ma una meditazione sulla potenza del desiderio, sulla sua capacità di generare forme anche nella mancanza.
La chiusa è splendida: «sa che è nel disegno / del silenzio la vita dei desideri». Il silenzio torna come luogo generativo, come matrice. E aprile che «non vuole più morire» è un’immagine di rinascita che non cancella il dolore, ma lo trasfigura.

3. Di fine estate
Qui il tono cambia: la lingua si fa più franta, più nervosa, più allusiva. L’estate che finisce è un tempo di scuciture, di «sussulti improvvisi», di rimorsi che cercano acqua per consacrare il perdono. La poesia è costruita come un movimento di risacca: avanza e si ritrae, accumula e disperde.
L’immagine centrale è quella della «fibra d’ossessi», che accoglie e crede: un corpo attraversato da presenze, da memorie, da ossessioni. L’ultima notizia dell’amato è «un trafiletto di giambi»: la poesia stessa diventa residuo, frammento, indizio.
La chiusa — «l’incerto procedere / che hanno gli amanti / quando disorientano i corpi» — è una delle più riuscite: l’amore come smarrimento, come perdita dell’orientamento, come gesto che non trova più la sua direzione.

4. Ti penso come il giorno
È una poesia di attesa e di soglia. Il giorno che «conta le sue luci» è un’immagine di bilancio, di fine, di resa. Il pensiero dell’altro coincide con il morire della luce, con l’ingresso nel silenzio.
La seconda parte introduce il sogno come luogo di fede: «alla fede delle notti». Qui Barletta lavora su un registro quasi mistico: le acque che scorrono a delta, il tempo che trascende, l’attesa come forma di trascendenza.
È una poesia sospesa, che vive di un ritmo lento, di un respiro trattenuto. L’amore è un movimento che non si compie, ma che continua a tendere.

5. La mia carta d’identità
È il testo più esplicitamente autobiografico e insieme il più politico, nel senso profondo del termine: la riflessione sul ruolo, sull’identità sociale, sulla libertà.
La carta d’identità «inchioda» ai ruoli: la parola è forte, quasi violenta. Ma la poesia non si ferma alla denuncia: entra nel territorio del desiderio, della nostalgia, della giovinezza come luogo di libertà.
La figura del padre introduce una dimensione quasi liturgica: il pane quotidiano, la scranna, la fame e la sete. Ma la voce poetica rifiuta questa eredità: non cerca nutrimento, ma «un digiuno di nostalgie».
La seconda parte è un piccolo racconto di formazione: la ragazza che accende una sigaretta nell’edicola di un libro è un’immagine potentissima, che unisce trasgressione e cultura, desiderio e conoscenza. La chiusa — «tua come un’infedele» — è un ossimoro che racchiude tutta la tensione del testo: appartenenza e fuga, fedeltà e tradimento.

6. Ci si sedeva alle ore stemperate
È il testo più narrativo, quasi una prosa poetica in versi. Qui Barletta costruisce una scena: una piazza, un inverno, un’attesa. La lingua è più distesa, più descrittiva, ma conserva la sua densità metaforica.
Il «meccano del cuore» è un’immagine che unisce infanzia e dolore, gioco e meccanica del sentimento. La piazza è un luogo di passaggio, di ritorno, di riconoscimento.
La poesia lavora molto sulla luce: «la luce dei silenzi aggrottata sui tetti» è un’immagine che sembra uscita da un quadro di Hopper, ma con una tonalità mediterranea.
La scena dell’incontro è costruita con grande delicatezza: l’uomo che attende, il vento che porta un’estate nuova, le braccia che fanno rinascere. La chiusa — «le lettere del nome / tornate finalmente all’odore di casa» — è una delle più belle dell’intero corpus: il nome come luogo, come identità ritrovata, come appartenenza.

Per la Redazione de Le parole di Fedro
il caporedattore - Sergio Daniele Donati
______

Non dirsi niente
svellere il gesto
essere foglia
che nidifica l’ombra

una nuvola scorna la carne ai giorni
irride al destino
l’ora salva
solo a perdersi.

***
Il figlio che non ho avuto
non ha un nome, ma un amore
per tutta l’alba che non verrà
e il rosso fiume degli aghi

che cuciono al volo gli aquiloni;
ha una tempesta per capello
e gli traversa il cuore
come una freccia a manovella
costruita per cercare
scoprire, navigare, baciare
un sogno di ragazza
la tenerezza di una nonna
le spalle che hanno gli abbracci
quando restano i padri.

Il figlio che non ho avuto
è del grembo di tutte le attese
di tutte le lotte, di tutto
lo splendore delle sconfitte
le malinconie degli occhi
quando aprono alla luce
la vertigine degli strazi.

Il figlio che non ho avuto
sa che è nel disegno
del silenzio la vita dei desideri
quando la stagione fiorisce
e aprile non vuole più morire.

***
Di fine estate

È un bianconero di scuciti,
sussulti improvvisi
aperti a pioggia di espedienti;
si tenta il rimorso e l’acqua
che consacri la cavità ai perdoni

Ad accoglierti, fibra d’ossessi,
a credere se ancora ingravida i tempi
la vita che esonda,
l’ultima notizia che ho di te:
un trafiletto di giambi,
l’incerto procedere
che hanno gli amanti
quando disorientano i corpi.

***
Ti penso come il giorno
che conta le sue luci
e s’appressa a morire
nel ventre dei silenzi.

Ti sogno ancora,
perché alla fede delle notti
tutte le acque ti scorrano a delta
in questo vizio del tempo
che mi trascendi in attesa.

***
La mia carta d’identità
mi inchioda alla vita dei ruoli
ma ho rinunciato al pane quotidiano,
padre mio, non ho la fame né la sete
della tua scranna
ma un digiuno di nostalgie
verdi prossime alle ossa.

Oggi ad esempio
volevo starmene tra i banchi
sotto cattedra,
rivendicare una libertà,
un sorriso, il silenzio,
la mitezza cruda che hanno
i giovani quando sanno il vento
e lo attraversano nudi;

essere la ragazza che accende
una sigaretta
nell’edicola di un libro,
piccola come una febbre
e tua come un’infedele.

**
Ci si sedeva alle ore stemperate
Nei rintocchi di cielo quando la fame
Sale agli occhi e cercare è una finestra spalancata sull’inverno. Dal lastricato
Umido del giorno esalava la piazza
Con tutto il suo affanno; il meccano
Del cuore doveva essere passato
Da lì per risuonare il nome di lui
Dalle contrade lontane forse
Di fabbrica o di gravine lente ai boschi.

***
Dai margini della città l’aria brucava
L’ustione del verde e correva
Come una pazza che gioca ai prati
Come un’amante con le sue labbra.
S’era fermata nell’ora della piazza
Quando le ragazze tornano alle case
Con una distrazione in tasca;
la luce dei silenzi aggrottata sui tetti,
pensosa per una nostalgia di nuvole
brune che fanno i desideri quando il guazzabuglio è bruma d’ubbia.
S’era accorta che anche lui
Era ancora lì con la discrezione
Dei suoi sogni in un caffè del centro
E il sale dei capelli per un vento
nuovo d’estate, ad attenderla:

erano braccia d’uomo che a stringerti
ti sentivi rinata con le lettere del nome
tornate finalmente all’odore di casa.
______
NOTE BIOBIBLIOGRAFICHE

Laureata in lettere presso l’Università di Roma La Sapienza, abilitata all’insegnamento di discipline storico-letterarie, insegna come docente di ruolo di italiano e latino presso il Liceo ‘Moscati’ di Grottaglie in provincia di Taranto. Lettrice di prosa e versi, letteratura e saggistica di argomenti vari, talora scrive recensioni o ‘nugae’ e pubblica su blog e riviste online.
stampa la pagina

Commenti