(Redazione) - Paul Celan e Mario Luzi: paralleli e divergenze - di Sergio Daniele Donati
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| Foto di Sergio Daniele Donati |
La comparazione tra Paul Celan (Czernowitz; 1920 – Parigi 1970) e Mario Luzi (Firenze; 1914 – 2005) non si fonda su un dialogo diretto né su corrispondenze documentate, ma su un confronto ideale che nasce dalla comune appartenenza alla crisi novecentesca, in particolare sul piano del linguaggio poetico. Non si tratta dunque di un dialogo reale, bensì di una comunicazione implicita tra poetiche distanti e al contempo limitrofe, che trovano nella fragilità della parola e nella sua tensione verso l’oltre un terreno di convergenza inattesa.
Paul Celan, ebreo rumeno di lingua tedesca, sopravvissuto alla persecuzione nazista e segnato dalla Shoah e dalla morte dei genitori, elabora una lirica che interroga il silenzio come condizione originaria del dire dopo Auschwitz.
In questo quadro si possono tracciare linee di approfondimento sulla relazione tra la crisi della parola poetica e l’assenza della parola divina di fronte alla catastrofe, come hanno indagato Hans Jonas e André Neher, giungendo a prospettive differenti ma convergenti nella necessità di ripensare i canoni teologici dopo Auschwitz.
Mario Luzi, grande erede e protagonista allo stesso tempo dell’ermetismo italiano, attraversa una lunga evoluzione che lo conduce da una poesia concentrata e allusiva a una dimensione più dialogica e sapienziale, radicata in una visione cattolica del mondo e nella ricerca di un’armonia possibile tra finito e infinito.
Se Celan procede dalla parola verso il silenzio, Luzi dal silenzio verso la parola: un movimento opposto che rende la comparazione oggetto di questo saggio particolarmente feconda.
Entrambi, infatti, pongono al centro la crisi della parola come problema etico ed esistenziale: per Mario Luzi essa è segno di una consolazione possibile, per Paul Celan diviene sorgente di un auto‑zittimento di fronte all’abisso.
La ricezione tutto sommato entusiasta di Paul Celan in Italia, a partire dagli anni Sessanta, ha creato un terreno critico che consente di leggere echi indiretti e consonanze profonde con la poesia italiana coeva, inclusa quella luziana.
La sua opera – da Mohn und Gedächtnis (1952) a Atemwende (1967) e Fadensonnen (1968) – si configura come un’indagine radicale sul linguaggio come residuo ferito, ciò che resta dopo la frattura della storia.
La celebre formula adorniana sull’“impossibilità della poesia dopo Auschwitz” viene assunta da Paul Celan non come interdizione, ma come sfida: la poesia è ancora possibile, ma solo a condizione di farsi carico della propria insufficienza, del proprio limite, del proprio inciampo strutturale.
È in questo quadro che si colloca il discorso del Premio Büchner, Der Meridian (1960), vero manifesto poetologico di Paul Celan.
Qui il poeta definisce la poesia come un «incontro» con l’Altro, un meridiano che attraversa il mondo e lo trascende, mantenendo tuttavia un legame irriducibile con la concretezza dell’esperienza.
Il Meridiano è un testo di straordinaria densità, che intreccia riflessione teorica, autobiografia implicita e allusione poetica. Paul Celan vi convoca Georg Büchner, in particolare la figura di Lenz, per mostrare come la poesia non sia mai pura astrazione, ma sempre radicata nella sofferenza e nella storia. L’immagine del meridiano non è dunque una semplice metafora geografica: è una linea invisibile che attraversa il mondo, collegando il poeta all’altro, e che indica un orientamento etico più che estetico.
Tre nuclei emergono con forza:
- la poesia come incontro;
- la poesia come testimonianza;
- la poesia come orientamento.
Paul Celan insiste sulla “forte inclinazione al tacere” della poesia contemporanea, ma ribadisce che il poema, pur nato dal silenzio e destinato al silenzio, resta parola.
La poesia «sta al margine di se stessa», tra il rischio di estinguersi e la necessità di dire.
In questo senso, Il Meridiano segna il passaggio dalla poesia come testimonianza traumatica alla poesia come dialogo: un atto di responsabilità verso l’altro, un gesto di resistenza al nulla.
Ed è proprio su questo punto che un raffronto comparatistico tra Paul Celan e Mario Luzi può divenire interessante, quantomeno come linea di sviluppo critico possibile.
Se Paul Celan concepisce il meridiano come linea di incontro fragile e ferito, Mario Luzi, pur in un orizzonte cattolico e sapienziale, sembra formulare un’ipotesi affine quando parla della poesia come «atto di fede nel linguaggio»; affine ma non identica, non coincidente.
In Mario Luzi, in altri termini, la parola poetica è anch’essa un attraversamento, un ponte che cerca l’altro e che si radica nella concretezza del quotidiano.
Il riflesso del Meridiano in Luzi può essere ipotizzato nella sua idea di poesia come ospitalità: un linguaggio che accoglie il mondo e lo trasfigura, senza mai ridurlo a pura astrazione.
Ovviamente siamo in un concetto di ospitalità molto differenze da quello di matrice jabesiana che in questa sede non abbiamo spazio per sviluppare coerentemente, ma che, senza dubbio, potrebbe essere messa in pieno dialogo con le poetiche di Mario Luzi e di Paul Celan.
Se per Paul Celan il meridiano è la linea che collega il poeta all’altro da sé nella ferita della storia, per Luzi la poesia è il luogo in cui il finito si apre all’infinito, in cui il quotidiano si fa epifania del divino.
Il nucleo più fecondo della comparazione, quindi, riguarda il rapporto tra parola e silenzio.
Per Paul Celan il silenzio è condizione originaria del dire dopo la catastrofe: la poesia è «erschwiegene Wort», parola vinta e silenziata, che tuttavia insiste e resiste.
Per Mario Luzi, invece, il silenzio è spazio contemplativo, soglia della rivelazione, luogo in cui la parola si prepara a farsi canto.
Se Celan lavora sulla frattura, Luzi lavora sulla ricomposizione; se Celan insiste sull’abisso, Luzi sulla possibilità di una riconciliazione.
Un ulteriore spunto di approfondimento riguarda il ruolo delle rispettive tradizioni religiose.
Paul Celan si muove in una prospettiva ebraico‑secolare, in cui Dio è, tuttavia, dal poeta spesso evocato in forma negativa o rovesciata, come in Tenebrae («Signore, prega per noi»), dove la supplica si capovolge e l’uomo chiede a Dio di pregare per lui.
La sua è una teologia ferita, in cui il divino è spesso chiamato in causa proprio nel momento della sua assenza o, peggio, della sua mancanza volontaria.
Il dialogo col divino per Paul Celan, in piena tradizione ebraica, è dunque un dialogo con un'assenza, o con una presenza quantomeno celata, se voglia ammorbidire il discorso.
Il dio di Paul Celan non è un dio rivelato, ma un silenzio da interrogare all'infinito.
Mario Luzi, al contrario, si colloca in una linea cattolica che, pur attraversata dalla crisi, mantiene una tensione escatologica: il divino è cercato nel mondo, nelle sue epifanie minime, nei paesaggi, nei volti, nelle situazioni quotidiane.
La poesia luziana tende a una parola “salutare”, capace di ricomporre, almeno in parte, il frammento umano‑divino, restituendo un senso pur nella consapevolezza della precarietà.
Lo stesso frammento, mi pare di poter intuire, che Paul Celan si rifiuta di ricomporre proprio perchè è dalla natura frammentaria della parola che sorge il poetico.
Pur provenendo quindi da tradizioni religiose diverse – l’ebraismo ferito (quello di Celan è un ebraismo postraumatico, come quello di tanti autori ebrei del dopoguerra) e il cattolicesimo escatologico – Paul Celan e Mario Luzi condividono una medesima intuizione: la poesia è il luogo in cui l’umano tenta di rispondere a una chiamata che non è più garantita.
O meglio, per entrambi esiste un altro da sé, divino o altro che sia, che ci interroga spesso dal silenzio, e la poesia è la risposta a quel costante questionamento.
Laddove Paul Celan risponde alla mancanza con il tratto di una poesia frammentata ed incerta, Mario Luzi risponde alla chiamata di una presenza ancora non manifesta, in potenza; ma entrambi fanno della parola un atto di responsabilità, un gesto che tiene aperto il rapporto tra uomo e trascendenza.
La comparazione tra Paul Celan e Mario Luzi, la ricerca di un sottile filo di lino tra queste due eccelse figure del Novecento, illumina così la possibilità che la poesia, pur consapevole della propria insufficienza, continui a interrogare il mondo, a custodirne la complessità, a resistere al nichilismo, soprattutto se verbale.
La parola poetica, per entrambi, resta un atto di responsabilità: un gesto fragile e necessario, che tiene aperto lo spazio dell’incontro e della trascendenza.
Ma dobbiamo rimanere cauti: per entrambi sussiste uno iato tra la trascendenza e l'umano, una fenditura crepata, che rende impossibile una completa fusione e mantiene il Poeta sempre legato al suo dato precipuo; saper abitare nella parola il limite del suo essere umano.
Per entrambi i grandi poeti, in fondo, la parola poetica è descrizione di un limite, forse più superabile per Mario Luzi in cui il dato fiduciario è più palpitante, che per Paul Celan, più legato al necessario zittimento post-traumatico.
Ma il punto di partenza per i due maestri appare identico, una domanda, sottesa e inespressa, che mi pare di poter tradurre così: chi si prenderà cura della fragilità della parola?
Per la Redazione de Le parole di Fedro
il caporedattore - Sergio Daniele Donati
BIBLIOGRAFIA BREVE
- Hans Jonas, Il concetto di Dio dopo Auschwitz, Marietti, 1987.
- André Neher, L’exil de la parole, Seuil, 1970.
- Mario Luzi, L’opera poetica, Garzanti, 1998.
- Giuseppe Bevilacqua, Paul Celan in Italia, Mondadori, 2003.
- Theodor W. Adorno, Prismen, Suhrkamp, 1955.
- Paul Celan, Der Meridian, Suhrkamp, 1986.
- Mario Specchio, «La parola e il silenzio», in Paul Celan in Italia, Mondadori, 2003.
- Paul Celan, Poesie, Mondadori, 1998.
- Mario Luzi, Nel magma, Garzanti, 1963.
- Friedrich von Hardenberg (Novalis), Hymnen an die Nacht, 1800.

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