(Redazione) - “Frammenti di Obsolescenza” - per un'esplorazione critica di “Oggetti a valvole” (Edizioni Ensemble, 2025) di Enzo Cannizzo - nota critica di Sergio Daniele Donati
Nella
raccolta Oggetti a
valvole (Edizioni Ensemble, 2025), Enzo
Cannizzo si impone
un’ennesima volta
come una voce singolare nella poesia italiana contemporanea, capace
di intrecciare il relitto tecnologico con il paesaggio siciliano, e
le memorie antiche che esso veicola,
in un tessuto linguistico che evoca un mondo in disfacimento; un
mondo dove l'obsolescenza
non è mera/o
fine ma promessa di muta rigenerativa.
Che
poi questa promessa venga assolta e mantenuta è cosa che la raccolta
appare lasciare nel dubbio del lettore e, forse, proprio in questo
risiede la sua ricchezza.
L'opera
si apre con un frammento fulminante
di Miguel Ángel Cuevas
che introduce un uomo ridotto a “tetro
ingranaggio – esuviale rottame entro fondali a trancia”,
un'immagine che pre-figura il colubro
come simbolo di trasformazione ingannevole, con il suo “rubino
in luogo degli occhi”
che incanta e popola sogni di “scirocco
e carestia”.¹
Già
questo preludio stabilisce
un tono quasi post-umano
– o, in generale,
apocalitticamente
post-esistenziale –
dove il linguaggio di Enzo Cannizzo, sempre
ellittico e visionario, si
dispiega in versi brevi e sincopati, privi di punteggiatura
convenzionale, creando un respiro frammentario e
asmatico che simula
l'ascesa geologica dal sotterraneo al fossile.
Testi
come in “s’impecia
la parola traversa rizomi sentieri trascina d’alghe risale minerale
fiato fossile”²,
ne sono la piena prova.
Qui,
difatti,
il neologismo “s’impecia”
[forse
trattasi di
crasi di “si
impiglia” o “si
impeccia”
o, quanto
meno, derivato da forma popolare/regionale impiciare,
comune in tutto il centro sud
(significa
impigliare, intralciare, ostacolare)]
conferisce al
lessico una viscosità materica, fondendo campi semantici
contrastanti.
Altri
esempi si ricavano dal registro naturale
[vegetale (con termini
come “rizomi”
e “alghe”)
e minerale (“fiato
fossile”, non
sfugga qui al lettore la vibrazione sinestetica o, quantomeno, la
voluta
confusione dei registri relativi agli stati gassoso/solido)]
con
un vocabolario del poeta
sempre ibrido che
privilegia sostantivi concreti e sensoriali [prevalgono
elementi come “notte”,
“vento”
e “luna”
che ricorrono per evocare un ciclo di assenza e rivelazione].
Le
figure retoriche, anzi
l’intero apparato retorico della raccolta, amplificano
questa disgregazione, con enumerazioni caotiche che fungono da
catalogo ipnotico, simili a litanie alchemiche: “seppia
secreto ruggine battigia latte pietriera coltre gerla albume”
e “leccio fungaia
ovile sterminio radura arula beccume sangue limo mula vena”,
nelle quali
l'anafora implicita nel ritmo accumula organico e inorganico,
culminando in ossimori come “nera
primavera di casa in fiamme”
che uniscono rigenerazione e distruzione.³
Le
metafore sinestetiche
dominano, personificando la luce come “carie
erranza” o la
favilla come “incurante
del grano”, mentre
allitterazioni foniche – come il /g/ e /l/ in “giallo
nel giallo nell’incendio”
– mimano il sibilo del vento o il ronzio meccanico, rendendo il
suono uno strumento strutturale per l'entropia.⁴
Questo
approccio lessicale e retorico richiama al
lettore, forse, echi più
sottili con poeti come Salvatore Quasimodo, il cui ermetismo del
celeberrimo verso “ed
è subito sera”
trasforma il paesaggio in metafora esistenziale, con un'aridità
linguisticamente
fertile.
Qui
Enzo Cannizzo ne amplifica
la sensazione in
“fiore di greto
l’ora ti consuma giallo nel giallo nell’incendio della vite”,
dove la canicola diventa assedio alchemico, non mera descrizione
lirica.⁵
Eppure,
Enzo Cannizzo appare
andare oltre (non
è certo un giudizio di valore ma di moto!)
Salvatore Quasimodo,
in una direzione che
ibrida il rurale con
l'urbano non priva
di evocazioni della poetica di
Pier Paolo Pasolini, specialmente ne Le
ceneri di Gramsci,
dove l'alienazione periferica si fa crepa sociale.
Similmente
Enzo Cannizzo,
in “più cara ti è
la sera il turbinare a morte dei rotori tra i fendenti delle insegne
morenti”, cattura
un certo
disorientamento moderno, con “uno
zingaro ti chiama per nome con mani di polvere e denti cavi”.
Non
è questa un'immagine che
fonde nomadismo e decadenza urbana in un coro dove “ognuno
canta mentre tutto brucia”⁶?
L'iconografia
visiva della raccolta, con la fotografia interna di un accumulo
caotico di oggetti dismessi – bambole decapitate, giocattoli rotti
e scatole in bianco e nero – estende questa poetica oltre il verbo,
mimando l'enumerazione dei versi in “bruciacchiati
oggetti superstiti orfani di cosce in bianco e nero bionde peroni
calendari profumati da barbiere”.
È propio in questo che i
relitti diventano una
sorta di talismani di
un'era analogica esausta e
sfinita, con
“vite di bachelite
cuori di tungsteno città di acetilene”
che ronzano rassicuranti nella “notte
più scura”.⁷
Questa
immagine non è mera illustrazione, ma amplificazione metaforica del
“decay”
(decadimento),
dove il caos accumulato riflette la “muta”
del colubro che ospita “villaggi
città labirinti sparizioni”,
un ciclo di sparizione e riemersione che lega il visivo al tematico.
In
questo, Enzo Cannizzo mi è
parso dialogare
con T.S. Eliot in The
Waste Land, e
le sue frammentazioni
culturali che paiono
accatastarsi
in un paesaggio sterile.
Analogamente,
qui appaiono “miceti
galassie apostasie papaveri maggesi vasi sacri riemersi i secoli dai
sudari” e
sono figure che evocano un
catalogo cosmogonico/rurale/sacrale.
Altrove
il poeta si spinge a descrivere un
“muggito di bisonte
rupestre braccato dal ghigno di scimmie danzanti”, immagine
che che
trasforma la memoria in archeologia vivente.
Ma
Enzo Cannizzo infonde a
tutto questo un sapore
meridionale, con versi che
evocano, ad esempio, transumanti
che “svernavano a
valle ombre lungo un cammino di polvere si nutrivano di rovi
cantavano il ferro”,
opponendo una ferinità primordiale al millennio che “ronzava
al modo dei droni”.⁸
Immagini
ed accostamenti che sono la geniale penna visionaria di un autore
come Enzo Cannizzo poteva immaginare di creare.
Quella
di Enzo Cannizzo è, infatti,
una scrittura-memoria
sempre acerba, a tratti acida, un memoria-scrittura
ribelle a sé stessa
e allo stesso tempo scevra da ogni tentativo edulcorante.
Tutto
questo si riverbera negli stilemi, nel lessico, nelle scelte
retoriche e timbriche, che si manifestano come una sorta di chiamata
alle armi,
per il lettore.
Una chiamata
alle armi di chi, in
fondo, sa già che la battaglia è persa? La pongo come una questione aperta.
Il
paesaggio siciliano, tuttavia,
evocato implicitamente
attraverso scirocco, calanchi e fiumare, diventa allegoria di un Sud
fra
tradizione e globalizzazione, con “lemuri
dagli occhi di silicio cuochi dispensieri di mine e cioccolata
pentecosti di polvere da sparo”
che fondono sacro e bellico in un mondo apparecchiato per la
distruzione, culminando nel “cuore
di Sarajevo”
in fiamme.⁹
Questo
contrasto post-umano richiama alla
memoria del lettore Paul
Celan, il cui linguaggio disgregato in Sprachgitter,
ad
esempio, frantuma
la parola per preservare l'indicibile.
Similmente,
Enzo Cannizzo col verso
“era ogni nome coma
di vento vitreo gorgo ricolmo di silicio ogni retta era abisso nel
reticolo degli astri”
riduce il nome a gorgo vitreo, e
con “fornivano
i quadranti l’alibi e la prova” sviluppa
un'ellissi che interroga l'istante millenario come grazia effimera.¹⁰
Eppure,
la resistenza poetica emerge nell'invocazione a rinominare, come in
“notte ti prego
rinomina gli approdi”,
dove la nominazione combatte l'entropia, trasformando l'inverno –
“viene l’inverno
quando il giorno ha sapore di straccio”
– in crisalide pietrificata, con “la
neve si posa sui gesti nessun fiato scalda i cristalli grumo fonema
crisalide pietra”.¹¹
E
che ogni
atto di
nominazione (di chiamata) assolva
anche ad una funzione anche di
appello
energetica è
idea che affonda le sua radici nelle più antiche filosofie e
pensieri, pensiero che, tra l’altro non esitano a definire la
parola come forma
precipua d’energia.
Le
implicazioni filosofiche di
questa raccolta sembrano richiamare una
sorta esistenzialismo
meridionale (aggettivo
qui inteso come
mediterraneo),
dove l'“abitudine al
respiro” pone le
basi per il disincanto,
evocando alla mia
mente
un “Dasein”,
un
“Esser-ci”,
heideggeriano, in
parte alienato dalla
frantumazione della conoscenza
e della coscienza
(“ciò
è quanto ciascuno conosce l’alba in fiamme sulla pietraia la
goccia che cava il mare la memoria degli orti pochi lemmi un libro i
cani”.¹²)
In
questo, Enzo Cannizzo pare
tendere la mano a Giorgio
Caproni, il cui Il
seme del piangere
eleva l'oggetto quotidiano a reliquia esistenziale, ma qui, per
il poeta siciliano, i
“rassicuranti ronzii
di frigo” diventano
una sorta di unzione
estrema, custodendo segreti in un uomo che “regge
l’ombrello ne trattiene il segreto”.¹³
L'opera,
dunque, unica senza tema
di smentita nel panorama contemporaneo, muta
relitti in oggetti dalle
capacità parzialmente taumaturgiche,
nominando l'assenza per preservarla e
ricavarne valore.
Ma
una domanda rimane sottesa e battente, quasi un tamburo di
annunciazione, ed è una domanda che contiene forse il
distillato poetico di questa immancabile raccolta: in
un'era digitale, asettica
e priva della materialità dell’oggetto, le
“valvole”
di Enzo Cannizzo
ci spingono a rinominare i nostri approdi, o solo a contemplare il
rottame?
NOTE
BIOBIBLIOGRAFICHE RICAVATE
DALLA
QUARTA DI COPERTINA
Enzo
Cannizzo (Catania, 1970) già restauratore di carte antiche e poi
libraio, dal 2010 è impegnato nella gestione di un wine bar
all’interno del quale organizza reading di poesia e rassegne
culturali animate da figure di rilievo, o ancora emergenti, del
panorama artistico e letterario. In poesia ha pubblicato Il
cielo pende dai lampioni (2020),
menzione d’onore Premio Montano, e Avanza
un’ora di luce (2023).
Sue poesie sono state pubblicate su riviste e tradotte in varie
lingue. Zagare
e segreti (2024),
primo libro pubblicato da Ensemble, è stato finalista al premio
Montano 2023 e proposto al Premio Strega Poesia 2025
NOTE
1
- Cuevas, p. 11; Cannizzo, p. 24.
2
- p. 18.
3
- p. 15; p. 24.
4
- p. 17; p. 22; p. 28.
5
- p. 28.
6
- p. 37.
7
- p. 30.
8
- p. 21; p. 26; p. 32.
9
- p. 32.
10
- p. 33.
11
- p. 15; p. 41; p. 42.
12
- p. 24; p. 40.
13
- p. 30.

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