(Redazione) - "Bub von Knabensdorf - Nullus" - 01 - a cura di Alessandra Brisotto
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| a cura di Alessandra Brisotto |
Bub
von Knabensdorf nasce nel secolo scorso, la data esatta risulta
incerta, in una cittadina della Turingia da una nobile famiglia
tedesca decaduta.
In seguito al suo atteggiamento scontroso, diretto
e non raramente offensivo, perde un posto di lavoro dopo l’altro,
cade in disgrazia e si ritrova a vivere sulla strada. Le
avventure di Nullus, appellativo che gli viene attribuito fin
dalla nascita, le scrive egli stesso in un taccuino alquanto consunto
che reca sempre con sé. “Il mio tesoro inestimabile”, lo
definisce.
Alcuni capitoli, tradotti dal tedesco all’italiano ne
narrano le vicende in ordine sparso, non cronologico.
Il
signor von Knabensdorf vive a Francoforte sul Meno, ora qui ora là,
a seconda delle stagioni.
Il
più delle volte si può incontrare nel quartiere di Sachsenhausen.
(la curatrice - Alessandra Brisotto)
CAPITOLO
I
Come
le persone normali
Fa
freddo.
Se
non sedessi qui, con le gambe incrociate, le braccia abbracciate ad
esse e a me stesso, con un berretto di plastica riciclata tirato fino
alle ciglia, affinché non si gelino gli occhi e il mondo con essi,
non me ne accorgerei, forse.
Se
non sedessi qui, su questi gradini di pietra gelida, accanto alla
farmacia che dà sulla Schweizerplatz, sarei seduto o disteso
tranquillo in un divano caldo a leggermi un buon libro o a non far
nulla, a godermi il tepore dei termosifoni, con una tazza di caffè
caldo o qualcos’altro, non mi interessa affatto il contenuto di
quella maledetta tazza che non ho, non mi interessa neppure il colore
del divano, la marca o il materiale di cui è fatto, non me ne frega
niente della grandezza e della forma di quella maledetta tazza che
non esiste se non nella mia fantasia adesso, oppure nel ricordo di
una simile goduria che non stringo tra le mani.
Francoforte
sul Meno - 23
novembre.
La temperatura è scesa fino ai 5 ° sotto zero.
Le
mie mani stanno gelando, anche se nascoste dentro una specie di paio
di guanti neri, così non si nota lo sporco, di plastica riciclata
che si stanno sfaldando sulle punte e ciò mi innervosisce. Temo il
momento in cui le mie unghie spunteranno dalle maglie spaccate della
plastica riciclata aprendo una porticina al grande freddo.
Ciò
che mi tranquillizza, se così posso definire quello stato di
intontimento emotivo che mi permette di continuare a vivere, è
l’idea della primavera, la tiepida fantasia, che mi catapulta nel
futuro con il corpo del presente, nel passato, con il corpo del
presente. Così il gelo pungente, che mi accoltella ferendomi per
tutto l’arco della giornata fino alla notte, me lo immagino in modo
diverso, sublimato nelle amabili zampette di decine di pettirossi,
posatisi ovunque sulle mie membra a riposare.
Mi
chiamo Nullus.
Sono un senzatetto,
ho fame e freddo. Di queste idee così romantiche
me ne sbatto letteralmente in questo momento perché ho una fame
mostruosa.
Guarda
quei ragazzi come ridono. Mi osservano sghignazzando dall’alto al
basso, con quella specie di elefanti di stoffa e il cavallo troppo
basso dei pantaloni.
Ma
dove vanno a parare? Quasi gli si vedono le mutande.
Le
mie sono pulite, le lavo ogni due giorni nella toilette della metro.
Il sapone l’ho comprato due anni fa, quello da bucato, qualità
tedesca, duro e forte. Mi ci lavo pure i capelli, quei cespuglietti
che mi restano sulla crapa e che non mi fanno dannare solo in
inverno, nascosti sotto la plastica riciclata.
Poi
ci lavo le mutande, la canottiera o maglia della salute, senza la
quale non potrei certo sopravvivere, i miei genitali, il viso, i
piedi e tutto il resto. Un sapone veramente speciale. Lo stesso vale
per il mio asciugamano.
Quei
ragazzi ridono di me, ma non sanno chi sono, chi ero e chi sarò.
Pure io potrei ridere di loro, prenderli in giro, dirgliene quattro e
spiaccicargli un ceffone, tanto per dimostrare la mia superiorità.
Ma non lo faccio, perché sono un signore, un gentiluomo d’altri
tempi.
Una
moneta da due Euro barcolla all’improvviso nel misero mucchietto.
"Grazie
signora."
"Grazie
a Lei!"
"Grazie
a me?"
E
perché? Che strana, la signora. È molto elegante e cammina
velocemente in una qualche direzione che non conosco. Dovrà andare a
casa a preparare il pranzo? No, una donna così non cucina, si lascia
servire da qualcuno più umile di lei. Giunta a casa si toglierà gli
stivaletti in pelle rovesciata, indosserà delle elegantissime
ciabattine, si accomoderà nella sua poltrona preferita, con una
tazza di tè in mano e un libro, forse un romanzo criminale o una
raccolta di poesie, oppure chiacchiererà al telefono con un’amica
di vecchia data, si metterà d’accordo con lei per incontrarsi nel
pomeriggio in centro, andare a vedere un film d’autore al “Cinéma”…
Con
gli altri quattro Euro, possiedo in tutto sei Euro, quindi posso
comprarmi un panino, bere una bevanda bollente e sedere al caldo per
qualche minuto, al caffè.
Come
le persone normali.
La
mia valigiona-casa la posso assicurare al passamano della farmacia e
godermi il tutto, ma non troppo a lungo, perché fino a stasera devo
raggiungere la somma di dieci Euro per pagarmi un posto letto al
dormitorio.
Entro
nel panificio, ordino un panino al formaggio e verdure e un caffè.
Il cappuccino è troppo caro, tanto ci posso versare molte pannette.
Un
uomo snello, ben vestito, con i capelli tagliati perfettamente e un
cappotto morbidissimo, di sartoria si fa largo nel negozio,
risucchiandosi tutta l’aria respirabile in un attimo di silenzio.
Due
tranci di torta alle ciliegie.
La
commessa comincia a tagliare due fette.
L’uomo
perfetto la interrompe subito.
Non
così. Le tagli nell’altra direzione.
Sgarbato.
La
commessa ci riprova, per compiacere il cliente.
Non
così! Non è possibile! È così difficile tagliare una fetta di
torta?! Robe da non crederci!
Mi
sento sprofondare nella sedia, fino al pavimento e oltre, fino
all’altra parte dell’universo. Ma resto lì, impietrito.
La
commessa sorride, indulgente. Ci riprova.
Ecco,
finalmente! Era così difficile?!
No.
Risponde.
Mi
guarda.
L’uomo
perfetto paga ed esce dal locale, accartocciandosi nella sua aria.
A
dire il vero sarebbe bastato allungare leggermente la gamba per
fargli lo sgambetto e vederlo piombare a terra con tutte le sue
perfezioni e i tranci di torta spalmati su quella sua faccia di
pietra levigata. Ma me lo immagino soltanto, perché sono un signore,
io, un vero gentiluomo d’altri tempi. Inoltre preferisco farmi gli
affari miei.
Mi
alzo dalla sedia, porto il vassoietto con la tazza vuota e il
piattino completamente privo di briciole, ci mancherebbe, al banco,
ringrazio e ritorno alla mia postazione.
(Nullus)

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