"Là, dove si manifesta il tempo" - a proposito della raccolta Ottave (Puntoacapo ed, 2025) Luigi Cannone - nota di lettura di Sergio Daniele Donati
Con Ottave (Puntoacapo ed, 2025), Luigi Cannone costruisce un universo poetico che si regge su una percezione radicale sia del tempo che di tracce d'esistenza che, in un certo senso, ne sono il perimetro. La forma poetica dell’ottava, con il suo evidente richiamo alla cultura poetica classica, diviene il dispositivo attraverso il quale l’autore organizza un pensiero che procede per immagini nitide, per improvvise illuminazioni, per ritorni che non cercano spiegazioni ma particelle di intensità che dovremmo proprio definire agglomerati di densità.
Ogni strofa appare essere frammento autosufficiente e insieme parte di un movimento più ampio, come se la poesia respirasse con un ritmo che appartiene solo a lei, forse nemmeno al poeta.
Sul piano temporale, quindi, in queste pagine, si avverte non tanto un fluire ma una tendenza a stabilizzarsi a fissarsi, a rendersi istante, e pertanto, tendente all'eternizzazione.
Il che, ovviamente, è un fertile paradosso perchè ogni processo dinamico, ogni tensione verso un divenire eterno porta con sé un ossimoro estremamente creativo.
Eterni o lo si è, oppure si resta nel flusso del tempo.
Tuttavia la parola poetica può far vivere al lettore – e immaginiamo anche all'autore – quanto sia creativo saper sostare e incarnare questo paradosso.
In questo Luigi Cannone manifesta tutta la sua maestria ed abilità non solo espressiva, ma di pensiero
In altri termini, in Ottave, la scrittura di Luigi Cannone si addensa in attimi che trattengono la memoria, la perdita, la percezione del vivere come esperienza fragile e insieme assoluta; trattengono e filtrano, come uns etaccio di un cercatore d'oro d'antan.
Versi come «Fu allora che tutto diventò adesso» mostrano la capacità di Luigi Cannone di trasformare l’istante in un luogo mentale dove passato e presente convivono senza gerarchie.
L’“adesso” non è per Luigi Cannone un punto – né il banale qui ed ora con il quale una imperante lettura troppo semplicistica di profonde filosofie medio/estremo orientali cerca di racchiudere in formule precostituite koan millenari –, ma, al contrario una doppia condizione: un modo di stare nel mondo che accoglie ciò che è stato e ciò che sarà e, allo stesso tempo, la condizione della sua comprensione, della sua decifrazione dell'esistenza.
La natura, ovviamente, è il teatro privilegiato di questa percezione.
Il glicine, le foglie, il vento, il mare, i gerani “rossi di sole” sono elementi che Luigi Cannone osserva con un’attenzione quasi fisica: non sono simboli, ma presenze che rivelano la struttura stessa dell’esistenza. Ogni immagine è concreta, precisa, e proprio per questo capace di aprire una dimensione meditativa. La poesia non cerca l’allegoria: cerca la densità del reale, la sua capacità di parlare attraverso minimi movimenti, variazioni di luce, mutamenti impercettibili.
La morte, poi, tema forse centrale della raccolta, non è un'antagonista.
È, al contrario, una condizione che accompagna la vita, la definisce, la rende leggibile.
Luigi Cannone la osserva come si osserva un fenomeno naturale: con lucidità, con rispetto, con una calma che non è rassegnazione ma consapevolezza. In molti versi la morte appare come una forma di continuità, un modo diverso di appartenere al mondo, una trasformazione che non cancella ma trasforma. L’immagine dei “padri che muoiono daccapo” restituisce questa idea di ciclicità, di ritorno, di permanenza dentro il mutamento.
La lingua e le tracce espressive e poetiche di Luigi Cannone in questa raccolta sono essenziali e luminose.
Il metro in endecasillabi mantiene sempre una tensione interna che sostiene il pensiero e gli dà una direzione. Il lessico è limpido, controllato, capace di evocare senza appesantire.
Le immagini non cercano l’effetto: cercano la precisione quasi chirurgica a alla stessa finalità è dedicato l'apparato figurativo retorico del poeta.
La poesia, quindi, procede per accumulo di percezioni, per stratificazione di attimi che si richiamano, si rispondono, si amplificano per addensarsi poi in una domanda che appare essere sempre presente: che cosa significa essere vivi?
La risposta non è mai teorica ma sempre affidata ai gesti minimi, ai dettagli quotidiani, alla percezione del corpo, alla presenza degli altri, alla memoria che ritorna come un respiro.
Versi come «Esco di casa, vado a far la spesa» mostrano come la poesia di Luigi Cannone sappia accogliere anche l’ordinario, trasformandolo in un punto di osservazione privilegiato sulla natura del vivere.
Ottave è una raccolta che chiede attenzione e capacità di focalizzazione al lettore, che, tuttavia, viene ripagato dei suo sforzi con una profondità linguistica e di contenuti rara.
La sua forza sta nella capacità di Luigi Cannone di tenere insieme la concretezza del mondo e la sua dimensione più vasta, quella che riguarda il tempo, la vita, la morte, la memoria.
E questo ha un effetto anche nella forma eletta dei componimenti (ottave in metrica endecassilabica - ponte tra classico nella forma e contemporaneo nei suoi significati).
Ogni ottava è infatti un luogo di concentrazione, un punto in cui l’esperienza umana si fa chiara, intensa, necessaria, come cercheremo di delineare nei due esempi che qui sotto si riportano.
DUE "OTTAVE" IN LETTURA RAVVICINATA
Tra le molte ottave che compongono il libro, due in particolare permettono di osservare con chiarezza la struttura interna del pensiero poetico di Luigi Cannone, la sua capacità di trasformare un’immagine in un principio di conoscenza.
La III ottava è un esempio limpido di come l’autore concentri il tempo in un punto di massima densità percettiva. L’incipit, «Fu allora che tutto diventò adesso», è una dichiarazione di poetica: l’“adesso” non è un istante, ma una condizione in cui il passato si raccoglie e il futuro si sospende.
Non è difficile trovare in questo echi di filosofie per le quali ogni nostro respiro vive la compresenza dei tre tempi (presente, futuro passato), tuttavia qui pare che questa idea venga rafforzata dai versi che seguono.
L’immagine della foglia che «vacilla» e «si guasta tra le dita» non è un simbolo della caducità, ma un modo per mostrare come la materia stessa del mondo diventi esperienza interiore.
Gli “istanti” che «vagano» e «ci accompagneranno» non appartengono a una linea temporale: sono presenze che continuano a vivere nella percezione, come “foglie già cadute” che restano visibili anche dopo la loro fine.
In questa ottava, Luigi Cannone costruisce un tempo che non scorre ma si manifesta, un tempo che si riconosce attraverso ciò che resta.
IL TESTO
III
Fu allora che tutto diventò adesso,
l'esatto vacillare della foglia
dall'alto d'un qualcosa che rimane
e pure il suo guastarsi tra le dita.
In qualche punto vagano gli istanti
che ci hanno accompagnati qua vicino
e ci accompagneranno e sono stati
le foglie già cadute sopra i prati.
La VII ottava porta questo movimento ancora più in profondità. Qui l’autore osserva se stesso e la propria esistenza con una lucidità che non cerca consolazione.
L’immagine delle «impronte sulla riva» introduce una riflessione sulla permanenza e sulla cancellazione: ciò che resta è sempre sul punto di sparire, e proprio per questo diventa significativo. L’apparizione di Dio, «raramente» presente, non è un evento mistico ma un momento di consapevolezza: un riconoscimento della propria fragilità dentro un ordine più vasto. I «gerani rossi di sole» che «rimangono così senza fiorire» sono una delle immagini più potenti del libro: non rappresentano un fallimento, ma una forma di esistenza che non ha bisogno di compiersi per essere reale. In questa ottava, Luigi Cannone mostra come la poesia possa trattenere ciò che nella vita sfugge, come possa dare forma a un’esperienza che non trova parole altrove.
IL TESTO
VII
Ho visto me stesso e quello che sono
e raramente insieme a un Dio che guarda
la traccia delle impronte sulla riva,
la mia presenza tra le cose date
e tutto questo tempo e quello dopo
e la mia morte e il luogo in cui son nato.
Enormi gerani rossi di sole
rimangono così senza fiorire.
Queste due ottave, lette insieme e di seguito – una lettura "per saltum" è sempre possibile con Luigi Cannone –, rivelano la coerenza profonda del libro: la vita come materia che si addensa, la morte come parte del suo movimento, il tempo come presenza che si rinnova in ogni immagine.
In conclusione, Ottave è un’opera che si impone per rigore formale e intensità visionaria. La scrittura di Luigi Cannone non cerca effetti, non indulge in artifici, non costruisce enigmi: costruisce mondi percettivi. Ogni ottava è un luogo in cui la vita viene osservata con una precisione che non è mai fredda, con una profondità che non è mai astratta. La poesia diventa un modo di abitare il tempo, di riconoscere la propria fragilità, di dare forma a ciò che sfugge. Il libro lascia una traccia duratura perché riesce a trasformare l’esperienza umana in un campo di risonanza: ciò che leggiamo non è solo ciò che l’autore vede, ma ciò che anche noi abbiamo intravisto senza saperlo dire.
In questo senso, Ottave è un’opera che non si limita a essere letta: continua a lavorare dentro il lettore, come un pensiero che non si esaurisce, come un’immagine che ritorna, come un tempo che non smette di farsi presente.
Per la Redazione de Le parole di Fedro
il caporedattore - Sergio Daniele Donati
BREVI NOTIZIE BIOBIBLIOGRAFICHE
Nato a Milano nel 1965, città dove vive e lavora, Luigi Cannone ha pubblicato le raccolte: Large chiazze chiare (Joker 2008); Le cose come sono (puntoacapo 2011); La resa (ivi 2014), Estremi d'amore (1 fiori del torchio 2015); Il campo di nessuno (Contatti 2015); Ancora meno (Puntoacapo 2021).
Singole poesie, scelte antologiche sono state pubblicate su numerose riviste e blog letterari.
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