(Redazione) - Dissolvenze - 13 - RACCONTO A QUATTRO ANTE (parte terza e quarta)

di Arianna Bonino

Questo armadio racchiude quattro brevissime storie. Ma, una volta aperte tutte e quattro le ante di questo strano armadio, si scoprirà che la storia è una e una soltanto. Forse. Le prime due ante sono state aperte il mese scorso e le trovate qua
E ora, se volete andare fino in fondo, seguitemi…




 
TERZA ANTA: RESISTENZE

Sarà stato anche moderno e spazioso, almeno così le era parso durante i due sopralluoghi, ma adesso che c’era, via via che prendeva confidenza con quell’appartamento, si faceva sempre più chiaro quanto fosse datato l’impianto elettrico: arterie, capillari, snodi e resistenze che colonizzavano le pareti di un macramè d’inestricabili compromessi avevano fatto cilecca già un paio di volte in un solo pomeriggio.
Una regola di base della convivenza tra lei e quella trama sottocutanea ricoperta d’intonaco giallo s’impose da subito. Doveva scegliere: o un toast accompagnato dal brusio del televisore oppure il microonde che trasformava qualcosa in qualcos’altro mentre lei s’asciugava i capelli.
Due cose alla volta, non più di due. La regola del due.
Bastava un qualsiasi addendo supplementare richiesto all’indecifrabile palafitta elettrica infiltrata là sotto e tutto piombava nel nulla.
Appena avviò un terzo interruttore un vuoto di rumori scrosciò d’un colpo, e dilatò l’avanzata delle lancette di una sveglia d’ottone pesantissima, finalmente in primo piano insieme all’eco di qualche rivolo d’acqua che instancabile, chissà dove, arrugginiva, ignorato, uno scarico d’altri.
“D'altronde non si può avere tutto nella vita, e comunque non tutto in una sola volta”, disse inginocchiata davanti alla lavatrice che, dopo quel tentativo di trasgressione alla regola del due, ora le restituiva un volto oblungo e deformato dalla convessità dell’oblò.
Si guardò per un attimo là dentro, per vedere come fosse l’altra lei: un lenzuolo inzuppato, distinto dagli altri solo per gli occhi, che oscillarono ancora un paio di volte nell’eco inerziale del cestello.
Sapeva cosa fare e d’altronde era davvero semplice: il salvavita tornò al suo posto con uno scatto che rianimò il formicaio elettrico nei muri e con lui anche il brusio del frigorifero, sommerso intanto dal doppiaggio di una conversazione piena di nomi proveniente dal televisore.
Tra i rumori che ripresero possesso del vuoto c’era anche quello gorgogliante del suo stomaco.
Aprì il frigorifero che però non aveva molto da dirle, a parte quella vibrazione di fondo. Ripiegò sul piano d’emergenza: il solito tè qualunque con biscotti qualsiasi.
Bisognava solo trovare l’occorrente negli scaffali.
“Appartamento arredato vuol dire con dentro le cose, no? Tazze, piatti, il barattolo dello zucchero, almeno credo..." non finì la frase, concentrate com’erano tutte le sue energie nello sforzo di protendersi verso il pensile più in alto, dove brillava quello che da lì sotto sembrava la frusta di un frullatore, no, un tritacose, un attrezzo per snocciolare…
“Ah, ecco cos’è, questo ce l’aveva anche la nonna: s’immerge e via, scalda l’acqua in un lampo. Perfetto, perfetto”.
Diede una pulita all’attrezzo, formato da una semplice serpentina e un cavo del tutto integro, nonostante fosse evidente che apparteneva a un’epoca quasi passata.
“Questa volta non mi freghi” disse spegnendo il televisore e ruotando lo sguardo come a perlustrare da un periscopio in cerca di bersagli, che non trovò.
Dalla confezione dei biscotti secchi occhieggiava una gallina fiera di aver contribuito alla ricetta che in compenso vantava un sacco di “senza” a suo favore. Cacciò la mano nel sacchetto e con una galletta tra le labbra prese un pentolino che portò sotto il getto dell’acqua. Immerse il riscaldatore e spinse a fine corsa la presa.
“Quest’affare ci mette pochissimo a scaldare l’acqua, mi ricordo. Non toccarlo, è pericoloso!”, fece il verso, mentre azionava l’aggeggio di metallo.
Non c’erano altro che lei, il frigorifero e quell’oggetto dimenticato, che però, una volta azionato, non rispettò la “regola del due” e mandò in corto tutto un'altra volta.
“Cara nonnina, scusa, scusa, non volevo mica farti arrabbiare”, rise, dirigendosi verso il salvavita. Ma anche quello non obbedì, rispondendo ai suoi tentativi con un doppio off secco e definitivo.
Il contatore generale era di sotto, nel corridoio che portava alle cantine. “Speriamo di trovarlo subito, l’altra volta eravamo tutti così di fretta…” pensava scendendo veloce i gradini.
I suoi passi svelti si moltiplicarono nell’eco, di pianerottolo in pianerottolo, lasciandosi dietro quella scia sonora che nessuno sentì.
“La chiave blu per la porta grande, sì, ecco” si disse, scuotendo il mazzo dove, appese ad un semplice anello, ne comparivano cinque, una delle quali a mappa singola.
Il colore della luce che filtrava dalla finestra a bocca di lupo emulsionava la tinta dei contatori schierati nel buio.
Nel grigio ripetuto e scandito solo dalla differenza dei numeri che rimandavano a vite diverse, condotte ciascuna coi propri ignoti rituali di consumo che si accumulavano in quelle cifre bianche e rosse, i suoi occhi si fermarono su una di quelle scatole, la sua. La leva era dietro un piccolo sportello con finestrella e aspettava solo di essere sollevata. Quando fece per aprire, s’accorse che qualcosa glielo impediva. La superficie smussata dei bordi era un vezzo non solo inutile, ma ostacolava i tentativi di forzatura che infatti fallirono, non trovando alcuna resistenza su cui far leva per averla vinta su quella scatola. Nemmeno le altre chiavi del mazzo si prestavano allo scopo, essendo lo spessore fuori misura per penetrare nella fessura da schiudere.
“Vuol dire che è destino che io scopra proprio stasera cosa c’è nella mia cantina”. E s’avviò lungo un breve corridoio, fermandosi davanti alla porta che le aveva mostrato il proprietario e che lei non aveva nemmeno voluto aprire per dare un’occhiata, pensando che tanto non ne avrebbe mai avuto bisogno.
L’ambiente era piccolo e illuminato da una minuta finestra rettangolare che dava su un cortile interno. Le foglie di un’erba spontanea presidiavano l’angolo sinistro di quell’apertura.
Si guardò attorno in cerca di un cacciavite o qualcosa di simile, ma i pochi ripiani erano sgombri. C’era solo uno scatolone sul pavimento.
Libri, ecco di che si trattava.
La costola blu del volume che sollevò portandosi verso la finestrina non mostrava alcun titolo, così come la copertina. Entrambi i risguardi erano puntellati da piccoli glifi fiorentini dorati che si stagliavano sullo sfondo color vaniglia.
Col pollice sul taglio, fece scorrere rapidamente le pagine, come a voler animare una storia di fotogrammi, e subito si accorse che non erano stampate, ma impresse dalla fitta grafia calcata così tanto da mantenere il rilievo tattile di fili, nodi, anse delle lettere scritte da qualcuno ancora sconosciuto.
La luce che filtrava tra le sbarre non permetteva di distinguere il contenuto di quelle frasi, ma fu sufficiente azionare l’interruttore a tirante che pendeva dal centro del soffitto per illuminare con chiarezza quelle che, di primo acchito, sembrarono frasi in una lingua straniera e dal bell’effetto calligrafico. Ma non era un vocabolario sconosciuto e lei lo capì all’istante. Chiunque avesse scritto quelle righe sapeva come frustrare la curiosità del lettore, permettendo solo ai più pazienti e ostinati di decodificare quel pentagramma misterioso. Si doveva avvicinare la pagina a una fonte di luce e capovolgerla per rimettere in ordine quella scrittura speculare che adesso iniziava a svelarsi sotto i suoi occhi. Un trucchetto che conosceva bene, lei che in quel modo aveva affidato segreti veri e inventati al suo diario, tanti anni prima.
Leggeva offrendo la pagina al globo della lampadina che sembrava fare altrettanto, dall’altro verso con gli occhi dell’incandescenza, in quel filo oscuramente illuminato.
Era qualcosa di realmente accaduto, forse, quello che si raccontava in quel negativo di parole.
Leggeva, sola, sottoterra: attorno a lei, nascosti, chilometri di fili dentro ai muri, strade di cavi, incroci, svolte. Era così che, controluce, leggeva.
C’era anche un nome, un nome che anche a lei era toccato pronunciare. Lo disse ad alta voce, due, tre volte.
“Da quanto non lo pronunciavo”. Il tempo di terminare quella frase e fu ancora una volta tutto buio. Non si distingueva più nemmeno la piantina là fuori quando afferrato ancora l’interruttore a corda, provò a tirarlo un paio di volte.
La regola del due. La regola dell’uno. Regole che non funzionavano.

QUARTA ANTA: COSE CHE CADONO

“Se solo penso a tutto il tempo perso quando ha voluto disinfestare la carta da parati invece di sostituirla…”
“Non dire così, era pur sempre tua nonna.”
“Ecco, brava: pur sempre.”
Quattro dei personaggi che avevano per anni e anni animato di copioni convenzionali quel salotto buono solo in occasione delle feste, quel giorno si trovavano inaspettatamente attorno al tavolo sul quale fiorivano come sempre ramage dorati sotto uno strato di vetro inutile che aveva l’unico scopo di favorire l’accumularsi di polvere ai confini di quel rettangolo lucidissimo, invecchiato nuovo. Una sorte condivisa con il divanetto a due posti rivestito in raso dove scene pretestuosamente cinesi alternavano il grigio di paesaggi rocciosi con un’improbabile celeste di ibis fuori luogo. L’impervia scivolosità di quella paradossale seduta era perfezionata dall’assenza di braccioli, che aveva sancito in via definitiva la destinazione d’uso alternativa dell’insolito sofà, convertito ad oggetto d’arredo su cui l’unico corpo in grado di mantenere l’equilibrio era un cuscino nero ricamato a mezzo punto e raffigurante un cervo di dimensioni mitiche che rispondeva con indifferenza agli sguardi, dal centro della cornice di punti di filo azzurro su cui si stagliava, lasciandosi alle spalle tre cime imbiancate da nevi perenni.
“Imbarazzante, ma come ha potuto?” pensava lei mentre la nappina magenta della chiave che stava girando le solleticava il pollice. “Lasciare tutto a me, che non so nemmeno dare un senso alla mia mini-mansarda…” La vetrinetta si aprì su un vassoio di alpacca imbarocchito da grappoli e tralci abbarbicati sugli angoli. Sembrava che la nonna avesse previsto tutto, disponendo su quel cabaret tazzine e zuccheriera per servire proprio quel caffè, che aveva l’incarico di stemperare il disagio di un momento del genere.
Le zollette smussate attendevano nella porcellana da tempo immemorabile, erose, ombreggiate d’avorio. “Tanto mica scade lo zucchero? Mi pare di no… Solo “conservare in luogo fresco e asciutto”, pensò mentre sollevava la cupola del coperchio che le rimandò il vago riflesso rosato del suo viso.
Un souvenir a ciascuno, un ricordo della nonna, ecco cosa erano venuti a prendere quei parenti dispersi da sempre sui rami più esterni di un albero genealogico rado e in via di estinzione.
In cuor suo sperava che la cugina di quarto grado scegliesse il ventaglio che, dispiegato nella sua ventagliera, proprio sopra il sofà degli ibis, esibiva con vanità ingiustificata una damina segmentata sulle bacchette setose color polvere di falena, a sua volta dotata di un ventaglio simile a quello sul quale lei stessa figurava, in un tentativo di mise en abyme d’incerta riuscita.
La cugina optò invece per un piccolo Limoges dal valore puramente memoriale, essendo ormai privo della coda uno dei topini che formavano la coppia ritratta nella minuta porcellana bianco calla.
Del barometro ligneo staccato dalla parete rimase la traccia chiara sulla tappezzeria striata di bande originariamente color burro a loro volta percorse da fili d’oro. Stessa sorte toccò a un fermacarte di cristallo che non aveva mai fermato nulla e avrebbe continuato a non fare la stessa cosa ma in casa altrui, e al volume uscito nel 1849 dalla stamperia sociale degli artisti tipografi di Torino il cui pregio consisteva nel fatto di essere sopravvissuto all’alluvione fiorentina del ‘66, forse per ragioni prodigiose e imperscrutabili, trattandosi dell’Officio della beatissima Vergine Maria da dirsi nelle Compagnie de’ Secolari.
Quando la porta si richiuse dietro quella breve e delusa processione e lei fu sola, s’accorse che la pendola procedeva col suo battito perpetuo in corridoio e si chiese ancora una volta come la nonna, passando novantasettenne tra i più solo la settimana precedente, avesse potuto decidere che quel casermone di tre piani e tutto il suo variegato contenuto fossero affidati proprio a lei. Corridoi arteriali dirimevano stanze ampie e ingombre di cose affastellate in anni e anni nel tentativo di armonizzare tra di loro quelle teorie di cianfrusaglie frammiste a pezzi che potevano rivelarsi autentiche rarità, ma che, per essere sbramati dal contesto della paccottiglia multiforme in cui risultavano catafratti, avrebbero richiesto una dedizione e un talento che lei non aveva.
D'altronde, non era a caccia di tesori e tutto ciò che la circondava via via che il suo sguardo percorreva mensole e stipi o perlustrava cassapanche e cassetti emergeva dal fondale della sua memoria con una dissolvenza inversa, mettendo a fuoco episodi infantili e ricordi di nascondigli e giochi che quegli oggetti disseppellivano uno dietro l’altro. Una nitidezza ritrovata a cui partecipavano gli odori delle cose in cui si imbatteva.
Mentre raccoglieva le tazzine sul vassoio guardò la vetrinetta delle bambole il cui abbigliamento ne manifestava, a colpi di luoghi comuni, le diverse provenienze regionali. Lasciò il vassoio e si diresse verso quelle sette fanciulle sorridenti, un tempo inavvicinabili se non a rischio di memorabili castighi e ora invece, ora che i desideri erano diversi, a sua disposizione. Sfoggiavano copricapi di varie fattezze, ciascuno puntato sulla rispettiva crocchia con spilli microscopici. Il sentore di stoffa e confetto che emanavano era inalterato e piacevole tanto da farle chiudere gli occhi, subito rianimati dall’effluvio metallico del gong di bronzo lì accanto, con tanto di sorridente gonghista, immortalato nella postura di chi sta per sferrare il colpo con cui si dà il via al rituale di un’esecuzione capitale.
Sul fondo del grande lavabo in cui aveva appoggiato le tazze serpeggiava la catenella di pallini metallici a cui era legato il tappo di gomma ormai lasco. Alla sua memoria si riaffacciò il fotogramma dell’acqua traboccante da quel profondo lavandino, il giorno in cui aveva sperimentato l’inutilità del troppo pieno.
Aprì pensili e cassetti alla ricerca di un canovaccio che rintracciò in una pila di pezze ben ripiegate e stirate. “Una scrupolosità che non ho ereditato, nonna cara”, disse tra sé, rievocando mentalmente la situazione della biancheria accartocciata in qualche angolo nella sua mansarda in quello stesso momento.
C’era anche un cavatappi in quel cassetto e un piccolo astuccio di fiammiferi con su scritto “La Pineta 49.21.18”. Sollevò il cartoncino colorato e vide che gli svedesi avevano ormai perso la polvere dalle capocchie.
Ma soprattutto c’era una palla magica che si ricordava molto bene. Dopo lo scrocchio prodotto dalla rotazione sulla leva alimentata da una monetina donatale proprio dalla nonna, l’aveva tirata fuori con le sue manine infantili dalla bocca metallica del distributore attorno al quale sciami di bambini orbitavano durante la domenicale passeggiata sul lungomare. Era sua. Era la più bella di tutte: il pianeta Terra in miniatura, da far rimbalzare ovunque, indistruttibile. Non si era mai perdonata di aver deciso un giorno di cederla a suo fratello gemello per ottenere in cambio la pelle di una biscia che aveva pensato bene di abbandonare quella reliquia proprio nello spettinato giardino della nonna. Anzi, il suo giardino, ormai.
Non c’era ragione per trattenersi dalla tentazione di far rimbalzare quel pianeta di gomma. L’eco di quei colpi non avrebbe svegliato più nessuno. Il rimbalzo le restituiva la sfera con la stessa energia con cui lei la scaraventava sulla parete della cucina. Aumentava la forza, in un crescendo che misteriosamente le sembrava compensare tutti i lanci e rimbalzi di cui si era privata in cambio di quella pelle rettile che si era fatta polvere a pochi giorni dall’incauto baratto.
Fu un chiodo, invisibile perché ricoperto d’intonaco bianco, a deviare la traiettoria della palla che rotolò sull’amalgama di frammenti colorati delle piastrelle di marmo per scomparire inghiottita dalla bocca di una grondaia. Quello della grondaia era un sistema che aveva visto utilizzare di frequente dalla nonna e che serviva per liberarsi dei rifiuti prodotti in cucina che, gettati là dentro, precipitavano al pianterreno in modo che li si potesse poi recuperare per una o più delle svariate destinazioni che la campagna e i suoi annessi offrivano.
Il rumore che si udì nel silenzio solitario del pomeriggio la colse di sorpresa. Era certa che là sotto la canalina avesse sputato fuori qualcosa di metallico che non aveva nulla a che fare con la sua gommosa palla magica.
Il corridoio sgomitava due volte aprendosi sull’ingombrante scalone.
D’istinto scese balzando sui soli gradini dispari, riproducendo così un rituale eseguito per anni quando rincorreva il fratello o se ne sentiva inseguita, sicura che quell’incantesimo dei passi le avrebbe garantito di averla vinta.
Uscita in giardino, lo ritrovò immutato e raggiunse subito il retro della casa, dove la bocca della grondaia aveva avuto per anni il compito di gettare bucce di patata, avanzi, cartacce.
La palla magica era lì, ma non da sola.
Accanto alla sfera blu, c’era un piccolo oggetto che raccolse di getto: era un ovetto di metallo smaltato dai colori sgargianti che lo decoravano con la variegatura tipica dei gelati crema-amarena. Quell’oggettino si apriva lungo una linea orizzontale. Separando le due metà, vide che arrotolata sulle pareti del guscio c’era una piccola striscia di carta, nella cui spirale si scorgevano tre compresse.
“Ah, un portapastiglie, certo. Una volta le medicine te le preparavano dietro ricetta e poi dovevi pur metterle da qualche parete”.
Il foglietto confermò la teoria: vi compariva la scritta della prescrizione delle compresse che si rivelarono essere di digitale, con l’indicazione della dose e la data. C’era anche il nome del dottore. Quel nome lei lo conosceva. Ma no, non era il farmacista, quello. Lo conosceva, si ricordava benissimo, quello era il veterinario.
“Una volta si addormentavano così i cani ormai troppo vecchi e malati”, pensò.
Sì, certo, il nome del veterinario, ma sì. E la data: 16 GIUGNO 1963.
Era nata poco prima, lei. Un paio di settimane prima.
Il nonno aveva fatto giusto in tempo a conoscerla.




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Commenti

  1. Aperta la prima alle 2:03. Chiusa l'ultima alle 2:41. Poi ho tutta notte sognato d'essere... ¿indovinate chi? Quel piccolo e savio editore che ancora V'aspetta, con brama paziente, dietro l'anta 1.

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    1. Caro Xavier, siete troppo generoso (da parte di Arianna Bonino)

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  2. E Voi troppo (amabilmente) ritrosa.

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