(Redazione) - Dissolvenze - 04 Carambola (su Arnold Odermatt)

A cura di Arianna Bonino

La Rolleiflex è un oggetto bellissimo. 
Io non ho idea di come si scattino fotografie cosiddette professionali né tantomeno artistiche, ma anche solo a guardarla, la Rolleiflex è già di per sé un oggetto meraviglioso. 
È una reflex biottica, vale a dire una macchina dotata di due obiettivi, uno disposto sopra l’altro, in verticale. 
Fu la tedesca Franke&Heidecke a commercializzare dal 1929 questo tipo di macchina fotografica, destinata evidentemente ai professionisti del settore. 
I due obiettivi della Rolleiflex avevano compiti specializzati: uno serviva per la ripresa, l’altro per comporre l’inquadratura. 
Questo gioiellino di tecnica fu la soluzione al problema dei continui scambi tra vetro smerigliato e porta lastre che rendevano complicato e snervante il lavoro dei professionisti dotati di macchine fotografiche di diversa fattura. 
La Rolleiflex è una macchina portentosa anche per la robustezza, la qualità ottica, la luminosità del mirino e soprattutto per via delle dimensioni molto compatte rispetto agli aggeggi mastodontici vecchio stampo. 
Fu forse per queste ragioni che il ventitreenne poliziotto svizzero Arnold Odermatt, operativo nel cantone di Nidvaldo, un giorno decise di portare con sé la sua Rolleiflex, mentre ancora una volta andava sul luogo di un incidente stradale per cercare di ricostruire coi colleghi la dinamica del sinistro e verbalizzarla. 
Ma, a differenza delle altre volte, non si limitò a guardare e a scrivere cercando di tradurre in parole: quella notte decise di fotografare i rottami, lo scontro, la strada segnata dal tentativo inutile di scampo. La cosa suscitò immediata disapprovazione da parte dei colleghi: era il 1948 e non era ancora in uso la pratica di corredare con materiale fotografico i verbali inerenti eventi oggetto di accertamenti polizieschi. 
Quando Odermatt fu chiamato a rapporto per render conto della sua iniziativa, fu però semplice per lui dimostrare la bontà e l’utilità del tutto, tanto che a quel punto gli fu concesso di trasformare una vecchia toilette del commissariato in una camera oscura dove sviluppare i suoi scatti. 
E quando non poteva sviluppare in quella camera oscura, era nel bagno di casa che si chiudeva per trasformare in storie le lastre, lasciando fuori da quella porta tutto il resto del mondo.
Pare di sentirlo quell’odore chimico della camera oscura e pare di vedere lui con la camicia arrotolata sugli avambracci, le mani che muovono le lastre, lo sguardo fermo in attesa che da quel liquido miracoloso emerga qualcosa che gli confermi di essere riuscito a fissare quello che davvero voleva salvare prima che il carro attrezzi rimuovesse i veicoli, prima che gli addetti sgomberassero i rottami e ripristinassero lo stato dei luoghi, rendendolo nuovamente funzionale, atto allo scopo.
Sono quaranta gli anni che Odermatt trascorse nei panni di poliziotto e altrettanti quelli che riempì di scatti che ritraggono ciò che rimane dopo un incidente stradale: un immenso archivio di scorci, storie, ritratti che svolsero per tantissimo tempo la mera funzione di documentazione per stabilire responsabilità, dinamiche, premi assicurativi, risarcimenti, condanne e assoluzioni. Nei dossier sepolti all’interno dei pesanti archivi della polizia di Oberdorf si andavano accumulando fotografie che gli occhi dei funzionari e degli assicuratori lessero per quel che vedevano: documentazione dell’incidente da liquidare.
Le fotografie di Odermatt però hanno un doppio negativo: quello fisico, come ogni fotografia ha, e quello sotteso, emergente, che non è nel mittente - lui - e nemmeno nel destinatario - chi guarda - ma che è nella fotografia stessa, quindi nella struttura del messaggio che una fotografia è.
Di questo si accorge il figlio di Hans Odermatt, professione regista, che consultando quasi per caso quell’archivio dimenticato in soffitta, capisce che c’è ben altro che foto di un funzionario di polizia sul luogo dei fatti.
Il lavoro di Odermatt pone un enorme problema e per questo mi interessa: quando un prodotto, un oggetto, una comunicazione termina di essere meramente funzionale e assume valenza artistica?
La fotografia di Odermatt, per dirla come direbbe Roman Jakobson (1), è un messaggio che parla un linguaggio poetico, e lo fa naturalmente a prescindere dalle sue intenzioni di farlo e facendo a meno anche della lettura di chi la guarda. 
La fotografia di Odermatt è in tutta evidenza non meramente referenziale e, in un dato contesto, la prevalenza della sua funzione diventa esattamente quella poetica. 
È quel bordo, l’orlo, il residuo a determinare la transizione di stato da atto documentativo a prodotto artistico: lo “scarto” – un avanzo e insieme uno scostamento - che rendono la fotografia di Odermatt innegabilmente eccedente rispetto alla mera funzione immediata che fu tanto utile a poliziotti, assicuratori e organi di giustizia nel dirimere le questioni legali di quegli incidenti.
Una poesia che sorpassa il reale, ma che è sorprendente perché grottesca a guardarla bene: Odermatt in fondo ha anche un po’ preso in giro tutti, come notava Matthias Winzen nel discorso di apertura all’inaugurazione della mostra a lui dedicata in Baden Baden nel 2003 (2), definendolo un vero “Eulenspiegel” (3), data la sua maliziosa irriverenza, ovviamente non colta da funzionari e colleghi e proprio per tale ragione perfettamente riuscita.
Lui non ha mai fotografato solo gli incidenti o le scene del crimine, anzi, non li ha fotografati affatto. Nei suoi scatti non c’è quasi mai elemento umano: non c’è il ferito, non c’è la vittima, non c’è il sopravvissuto, non c’è nemmeno sangue, non c’è traccia corporea di chi è rimasto stravolto dall’evento o dall’evento travolto. Le sue fotografie ritraggono quel che c’è dopo che non c’è più nessuno, sono l’avanzo: strade strisciate di pneumatici che frenano e segnano una rotta verso una morte lampante ma fuori dall’inquadratura, eppure così presente, così viva. Le lamiere di Odermatt sono fogli accartocciati attorno ad un palo della luce e dicono che qualcosa non esiste più, che è perso per sempre e che al suo posto c’è un’altra presenza, trasparente e piena, visibile anche se assente. È la sorprendente narrazione - quasi cinematografica - dell’imprevedibilità della fine, della distrazione che rovescia auto e vite, è la carambola del destino imperscrutabile.
Odermatt è uno specialista del dettaglio, ma non trascura mai il contesto, che anzi di frequente è soggetto prevalente e determinante, come si intuisce dalle prospettive prescelte e soprattutto dalla distanza che pone tra sé è la porzione di reale che ferma nello scatto: il lago, le curve, l’asfalto, il guardrail deformato dall’impatto, i veicoli collisi, i parabrezza esplosi, le lamiere combuste descrivono la storia in modo nitido e paradossale: la traccia del disastro, il disvelamento della tragedia sono collocati in uno spigolo, in un bordo, o anche al centro dell’immagine, ma pur sempre in uno scenario fermo e calmo, potrei dire bello. 
È la valenza emotiva delle sue fotografie, che obbligano a tornare più volte a guardare, perché c’è qualcosa che manca, qualcosa che sorprende: nulla di macabro o drammatico che possa rassicurare le aspettative e soddisfare la consueta curiosità, la stessa che fa guardare sul luogo dell’incidente appena avvenuto perché quella morte così misteriosa riveli finalmente qualcosa del suo mistero. 
Odermatt fa altro, ponendosi di fronte ad uno scenario terso che, se non fosse per quella Volkswagen in bilico su uno strapiombo, potrebbe essere la fotografia di un opuscolo turistico che invita ad una gita sul lago. 
Ci si ritrova una volta tanto a sorridere davanti alla morte appena trascorsa, piuttosto che a commuoversi.

La matrice grottesca viene addirittura rafforzata negli scatti dove Odermatt riprende i colleghi di spalle, intenti a refertare i fatti: e così noi guardiamo Odermatt che guarda loro che guardano i rottami, in una diluizione momentanea dei piani che nell’insieme disarma e spiazza, perché fa davvero ridere davanti a qualcosa che invece dovremmo temere, stando a quanto ci è stato insegnato.
Si rimane con il senso scosso e con addosso una sensazione di irrisolto, come quando non si capisce se si è capita davvero la fine di un film appena visto e ci si allontana dal cinema ripensando a quale dettaglio della storia ci sia sfuggito.
Ma, come scriveva un altro svizzero - un certo Dürrenmatt (4) - che di poliziotti se ne intendeva - così come di specchi deformanti dai riflessi distorti, simili alle immagini che si vedono nelle lamiere di un rottame: “se poi anche i fatti siano andati così, è una cosa senza importanza; ciò che più importa dopo tutto è che questa versione dell’accaduto non sembri meno verosimile di quella reale.”
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NOTE
(1)-Roman Jakobson, “Saggi di linguistica generale”, Feltrinelli 1994
(2)-Matthias Winzen, Direttore dello Staatliche Kunsthalle Baden-Baden: “Discorso di apertura all'inaugurazione della mostra”, Baden-Baden 2003
(3)-Till Eulenspiegel è un personaggio appartenente al folklore del nord della Germania e dei Paesi Bassi amante del divertimento, e dal carattere irriverente, con attitudine a farsi beffe degli altri.
(4)-Friedrich Dürrenmatt, “La promessa. Un requiem per il romanzo giallo”, Feltrinelli 2009


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Commenti

  1. Risposte
    1. Grazie del tuo feedback. Il tuo interesse ci gratifica molto.
      (da Arianna Bonino)

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