(Redazione) Specchi e labirinti - 01 Specchiarsi in campi d'ostinato amore

A cura di Paola Deplano
 

Umberto Piersanti
Lo specchio non è solo l’utile oggetto che la mattina ci serve a truccarci o a sbarbarci. In altri tempi, in altri luoghi, gli si sono attribuite magiche proprietà sciamaniche e il ruolo di porta tra il reale e i mondi dell’Aldilà e della magia – Alice non a caso ne ha attraversato uno, la matrigna non a caso ha chiesto a lui chi fosse la più bella del reame, i nostri vecchi non a caso li coprivano se qualcuno moriva, affinché il defunto non si impaurisse nel non vedercisi riflesso. E l’elenco potrebbe, ovviamente, continuare all’infinito, includendo nella categoria dello specchio anche quelle del ritratto, dell’ombra e del doppio.

Il poeta, lo scrittore, l’artista in genere hanno, rispetto alla persona comune, una sorta di specchio interiore che ne riflette i pensieri, il vissuto, la personalità. È questo specchio endoscopico che fa dire a Flaubert Madame Bovary c’est moi e a Foscolo «Mi sono dipinto con tutte le mie follie nell’Ortis».

In Campi d’ostinato amore di Umberto Piersanti, la sua ultima (per adesso) raccolta edita da La Nave di Teseo nel 2020, l’intimo specchio dell’autore riflette alcune sue peculiari tematiche: il ricordo, la natura, l’amore, la paternità. Sono temi in lui ricorrenti eppure sempre nuovi, dei sentieri già percorsi ma che ogni volta regalano paesaggi ed esperienze vergini. Nella fluidità della sua scrittura, in cui le liriche scivolano dall’incipit all’explicit con un sapiente dominio della parola, il lettore si trova coinvolto nel vortice del suo pensiero e rivive, anche visivamente, le immagini al contempo particolareggiate e indefinite che egli propone.
Questo specchio interiore si dirige, spesso, verso i ricordi:

Febbraio 1941

forse nevicava quel giorno
come adesso,
stroncava i gialli,
impazienti favagelli
e nevicava forte nei Balcani
dove il padre soldato
nel suo lungo cappotto si rannicchia,
autarchico e gelato,
gelata la discesa
giù per il Monte,
lì passa la tua lettiga
madre,
in quattro la sorreggono
per l’ospedale

tu scalci,
hai fretta
d’uscire in mezzo al gelo,
sai che la vita
è oltre quel tepore,
altro non sai
e altro non ricordi,
inquieto come i favagelli
che la neve cela
dentro il bianco
e la sorella grande
col gelo della sciarpa
e sulla bocca
segue quella lettiga
all’ospedale,
l’altra prepara
la minestra con dentro
il pane,
la famiglia è di cinque
il numero più giusto,
la madre
ed anche il padre
hanno quei nomi immensi
del Vangelo

dalla bianca pineta
i corvi neri
scendono alle torri
che il bianco cerchia,
un aereo vola
così lontano,
lontano com’è ancora
la guerra in quelle ore

scende un soldato piano
dalle Cesane,
ha governato le bestie
la sera prima
e quell’acqua l’attende
sconfinata – appena
s’intravede e fa paura –
dove la morte piomba
da sopra o dal fondo,
e sabbia e fuoco
sono là
se arriva

tu non sai
le vicende e le figure,
solo suoni e colori,
non li ricordi,
non sai se la madre
s’appresta a consolarti
dell’esser nato
o se la vita saluti
e bevi a sorsi lunghi
dopo quel limbo caldo,
ma vicino,
così vicino
al Vuoto che tutto
precede

e nella stessa ora
l’altra sorella
libera dalla neve
un favagello

febbraio 2018

Il racconto della sua nascita, di cui ovviamente non può ricordare l’esperienza, se non attraverso i ricordi altrui, viene reso presente ed oggettivizzato dall’uso del «tu» in riferimento a se stesso. La guerra lontana, i cari scomparsi, il marchio dell’onnipresente favagello – fiore così caro a Piersanti – conducono il lettore attraverso il tempo delle rimembranze. Il verbo all’imperfetto del primo verso viene ben presto abbandonato per un presente che non è presente storico, quanto un presente-presente, un’attualizzazione del giorno in cui il poeta si è affacciato alla vita, come si affacciava alla vita il favagello che la sorella ha liberato dalla neve proprio mentre lui stava nascendo. Il passato, a dispetto di quanto recita la prima sezione del libro e la prima lirica della sezione stessa, non è affatto una terra remota, ma un eterno ritorno.

Ci sono poi persone in cui è difficile specchiarsi, perché sono elfi inconoscibili a causa dell’autismo. Davanti a coloro che non possono specchiarsi nel mondo, chi li ama deve trovare tutta una serie di sentieri alternativi che stabiliscano comunque la comunicazione affettiva. Piersanti ci racconta i suoi, di sentieri, ritornando a parlare anche in questa silloge della sua paternità, in modo scarno e virile, senza poeticismi, senza sentimentalismi. Il suo specchio interiore riflette e fa risplendere la bellezza e i gesti dell’unico figlio, ormai adulto e per sempre bambino:

Jacopo ormai grande

Jacopo quasi non ricordo
tu che cammini
in fondo alla piscina
tra le bolle
elfo inconoscibile
e distante,
o avanzi dentro i campi
d’Abruzzo tra sciami
di cavallette
e le distanzi,
o ancora fermi l’acque
che al tuo piede s’arrestano là
sotto il Conero
ai Sassi Neri,
ora possente e muto
mi fissi,
così lontano,
Jacopo non ancora nato
che ogni corso mutavi
ed un’intera stagione
mi rapinavi,
e dopo venne il male
che il tuo viso perfetto
appena, appena piega
ma non incrina,
Jacopo delle corse
e dei dolori,
Jacopo del riso
e dello sconforto,
sei nella vita
quella svolta improvvisa
che non t’aspetti,
la tragica bellezza
che i tuoi giorni inchioda
al suo percorso

agosto 2019

Un altro degli specchi preferiti di Piersanti è la natura, non solo quella delle Cesane, dov’è nato e cresciuto, ma anche quella di altre terre e di altri luoghi, tutte le terre e tutti i luoghi che provocano in lui il piacere estetico dell’annullamento davanti alla bellezza. Lo specchio interiore naviga volentieri nei ricordi e nel presente in cui l’occhio vaga, estasiato, nell’universo che lo circonda. Fiori, colori, alberi, mare, montagna, tutto gli appartiene, tutto gli somiglia, tutto è degno di essere visto, vissuto, ricreato, persino – anzi soprattutto - gli umili paesaggi di campagna, ricoperti di erbe e di fiori:

Greppi

greppi, non burroni,
colli o fossi,
greppi amati
dove con la sorella per la mano
colsi il muschio gelato
del dicembre
in un’età remota
così remota
che il sogno non l’uguaglia,
greppi che il pruno
imbianca a marzo
e il lupino ricopre
d’un suo rosso acceso
quando il sole scende
così tardo sul Carpegna
e fa i campi arancioni
giù fino al mare,
greppi intorno alla casa
dell’Antico dove scendo
col padre tra i filari
di limpido bianchello,
delle fiamme odorose
di bersigana

quante volte
sdraiato sul falasco
hai visto la poiana
alzarsi in volo,
la biscia scivolare
tra sassi bianchi,
scendere le palombe
alla marina
e tra le nevi di febbraio
fugaci
l’elleboro precedere
ogni altro fiore

e poi gli amori
giocati tra l’erbe
le cosce bionde e brune
i capelli sciolti,
la più felice è l’ora
che s’inoltra
come quel vento azzurro
tra fitti greppi

più d’ogni ruga
che salga alla fronte,
più della vista
che s’appanna e confonde,
è il ginocchio che si piega
e non regge
a fare cupo il giorno
gelato di sangue

greppi, greppi amati
più non salgo
tra voi
col vento in faccia,
anche sul piano
ora arduo è il cammino,
goffo e incerto
striscia il passo
sul terreno,
se tenta di salire
i greppi verdi
non s’inarca il ginocchio
ma si piega,
restano le erbe
e i fiori così distanti

solo un poco
conforta la memoria
dei greppi luminosi
e le vicende
così perse e remote,
così presenti

gennaio 2017







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Commenti

  1. Il poeta ci offre in questa raccolta la sua straordinaria capacità di cogliere e tradurre in versi la vita delle cose, assunta come specchio fedele della propria anima inquieta, prendendo le mosse da piccoli fatti marginali e privati.
    Grazie Paola per la bella nota di lettura!

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    Risposte
    1. Piersanti è indiscutibilmente una delle voci più significative della poesia italiana contemporanea. Concordo con lei nell'affermare che sappia arrivare all'universale attraverso gli spiragli del suo vissuto. La ringrazio molto per l'apprezzamento alla nota di lettura e le auguro una felice giornata!
      (Paola Deplano)

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