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Lech Lechà (della parola)

 

Foto di Sergio Daniele Donati

Parole profughe,
devastate da incagli 
e maree,
suoni stentati e gutturali,
attaccati a fili 
di ricordo,
terre e madri respingenti,
parole naufraghe, umide,
strozzate e mute
trovano rifugio in terre
lontane,
sedimentano in suoli
stranieri,
radicano in steppe
sconosciute
e germogliano là
sotto soli
diafani e inumani.

Là sorge il verbo,
lontano dai propri armenti,
dai propri canti
e dai propri idoli.

Nello strazio della memoria
danza la parola
e salmodia il Patriarca;
armonie che scardinano
portoni di rifiuti
e depositano gemme
e rami d'ulivo
su limi melmosi.

Parole deportate, sdentate
che si aprono in sorrisi
a un mondo che tace
e dispongono libri
(per autore)
sugli scaffali 
della stanza azzurra
della speranza.


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