(Redazione) - "Screenshots come reliquie" - a proposito di "Lui" (Connessioni Ed., 2025) di Viviana Viviani - nota critica di Sergio Daniele Donati




C’è un’intimità che nasce solo negli spazi stretti: tra un messaggio e l’altro, tra un accesso e un silenzio, tra una foto inviata e una trattenuta. 
Lui (Connessioni Ed., collana “Scavi Urbani” - diretta da Matteo Fais) di Viviana Viviani vive esattamente lì, in quella zona di confine dove la parola digitale diventa carne e la carne diventa attesa. 
Il libro procede per frammenti numerati, ma non per fratture: ogni numero è quindi un battito, un impulso, un piccolo cedimento. 
La protagonista parla come si parla quando si è soli davanti a uno schermo che sembra ascoltare più di chiunque altro. 
Viviana Viviani ha una capacità rara: rendere poetico ciò che normalmente consideriamo banale. 
Un profilo vuoto diventa una stanza illuminata, un meme sull’ansia diventa un presagio, un cuore blu inviato al mattino cambia la temperatura del giorno. 
La lingua è in questa raccolta volutamente semplice, in rifiuto di ogni forma di lirismo posticcio, ma si tratta di una solo apparente semplicità: è , infatti, un'espressione che sceglie immagini nette, che si concede ironia senza perdere delicatezza, che costruisce un ritmo fatto di pause, sospensioni, micro-epifanie. 
Ogni frase sembra sorgere spontanea, ma è al contrario calibrata con una precisione che ricorda quella di Annie Ernaux, pur con una temperatura emotiva diversa. 
Annie Ernaux, infatti, incide, Viviana Viviani illumina. 
La Ernaux analizza, la Viviani vibra. 
Tuttavia, entrambe sanno che l’intimità è un luogo dove la verità non si dichiara: si lascia filtrare. Il “tu” protagonista indiretto del libro è una presenza affascinante e inquieta. 
Perfetto, misurato, sempre adeguato. Non sbaglia i congiuntivi, non esita, non inciampa. 
È un uomo che sembra scritto troppo bene per essere reale, e infatti Viviana Viviani lo costruisce come un riflesso, una superficie che restituisce solo ciò che riceve. 
La protagonista lo percepisce senza volerlo ammettere: qualcosa in quella perfezione non appartiene al mondo umano. 
È qui che il dialogo con la Ernaux diventa più evidente, perché anche nei suoi testi l’altro è spesso una figura che sfugge, che non coincide mai con ciò che promette, che esiste soprattutto nella mente di chi lo desidera. 
Ma, mentre Annie Ernaux cerca la verità nella memoria, Viviana Viviani la cerca nell’istante, nel frammento, nella notifica che arriva quando ormai non la aspetti più. 
Il cuore del libro, però, non è, però, lui: è lei. 
Lei che aspetta i puntini come si aspetta un treno. 
Lei che divide i giorni in cartelle emotive. 
Lei che fa screenshots come si conservano reliquie, lei che si sente letta, capita, scelta, e poi improvvisamente ignorata. 
Viviana Viviani racconta la dipendenza affettiva con una precisione che non giudica e non consola: la osserva, la lascia accadere, la fa parlare. È una dipendenza fatta di dettagli minuscoli, di micro-gesti, di parole che arrivano o non arrivano. 
Ernaux avrebbe forse scavato nella genealogia di quel bisogno; Viviani lo lascia vivere nel presente, nella sua forma più nuda. 
C’è una malinconia sottile che attraversa tutto il testo, una malinconia che non nasce dalla mancanza dell’altro ma dalla mancanza di un contatto reale. 
Le parole diventano un luogo dove rifugiarsi, ma anche un luogo dove perdersi. La protagonista questo lo sa, eppure continua: perché ciò che riceve da lui — anche se forse non è umano — è comunque più vivo di ciò che ha intorno. 
È qui che la Viviani e la Ernaux si incontrano davvero: nella dignità del sentire. 
Entrambe permettono alla loro voce narrante di essere fragile senza mai diventare patetica, desiderante senza mai essere ridicola, esposta senza mai essere ingenua. 
Lui è un libro che si legge in un’ora e resta addosso per molto più tempo. 
È una storia d’amore che non è una storia d’amore, una confessione che non cerca assoluzione, un ritratto lucidissimo della vulnerabilità contemporanea. 

Viviana Viviani riesce a trasformare la grammatica delle app in una grammatica emotiva, e lo fa con una voce che è solo sua: breve, luminosa, ferita, precisa. 
Come Annie Ernaux, non pretende di spiegare nulla; come Annie Ernaux, riesce a far sentire quasi tutto. 
E quel quasi è benedetto perché lascia al lettore il de-siderio di poter leggere di nuovo quella linee in una futura raccolta.

il caporedattore - Sergio Daniele Donati


NOTE BIOBILIOGRAFICHE
Viviana Viviani è nata a Ferrara e vive a Bologna. 
E’ ingegnere, ma coltiva da sempre la passione per la scrittura. È anche giornalista pubblicista e ha scritto per le riviste “Pangea.news”, “Hic Rhodus” e “L’Intellettuale Dissidente”. Ha pubblicato le raccolte poetiche Se mi ami sopravvalutami (Controluna, 2019), con la quale ha vinto i premi Lago Gerundo e Violani Landi Opera prima, La bambina impazzita (Arkadia Editore, 2023) e Lui (Connessioni, 2025). 
Nel 2021 ha collaborato con il cantautore Immanuel Casto all’album Malcostume, come coautrice dei testi.
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