(Redazione) - Nei dintorni di "Una spiga" di Sheila Moscatelli (italic peQuod ed., 2025)
Una spiga di Sheila Moscatelli (Italica peQuod, 2025) si presenta come un libro che invita a seguire il suo modo di guardare il mondo, più che una trama o un percorso lineare.
La raccolta costruisce una continuità tra ciò che accade fuori e ciò che si muove dentro, affidando alla poesia il compito di custodire le minime variazioni di luce, i gesti che affiorano senza clamore, le presenze che si offrono con discrezione.
La voce che la percorre mantiene un’attenzione costante, un avvicinamento lento alle cose, e in questo gesto trova la propria necessità.
È una poesia che procede per prossimità: si avvicina, osserva, lascia accadere, e in questo movimento costruisce il proprio spazio.
In La stagione che non resta (p. 15) emerge subito questa disposizione. Il verso “La stagione che non resta ha dentro la pace che non vedi” definisce un modo di situarsi: la poesia sceglie il punto in cui ciò che passa rivela una quiete nascosta.
La chiusa, “La morte è un gatto sul tetto – dal cuore di resina”, introduce una figura che abita il paesaggio con naturalezza, come una presenza che osserva dall’alto e mantiene intatta la sua ambiguità.
L’immagine resta sospesa, affida alla lettura il compito di avvicinarsi, e in questa sospensione trova una forma di equilibrio.
Questa capacità di far emergere una densità inattesa dal quotidiano ritorna in Novembre è un lago profondo (p. 16). La luna “gesso nel cielo d’ardesia” e la “polvere umida” che separa “tra la guerra dei corpi e la stanza accanto” costruiscono una scena in cui la luce si concentra e si restringe.
Il testo procede per sovrapposizioni: atmosfera, corpo, interno domestico, distanza tra conflitto e riparo. La chiusa, “dove niente è perduto – tutto è raccolto”, apre una risonanza che prosegue oltre la pagina, come una constatazione che riguarda tanto il mondo esterno quanto la memoria.
In C’è silenzio nella casa con le persiane grigie (p. 20) la memoria assume una consistenza materiale. L’odore conservato “nell’ultima bottiglia / chiusa nel cassetto da ventotto anni e nove traslochi” tiene insieme tempo, spazio, corpo, oggetti.
Il gesto di pregare “la luna del raccolto” di raggiungere “l’altro cielo / [...] per riparare – in un respiro – al furto di Ade” introduce il mito come campo di forza che amplia la scena e le conferisce profondità temporale. La vicenda personale trova nel mito una risonanza che la accompagna e la estende, come se il gesto intimo si collocasse dentro un ciclo più ampio.
Nella sezione Il grano ha resistito, la poesia Si dovrebbe poter credere al bosco (p. 38) apre una zona più ombrosa. L’orso bruno che “si avvicina, per mostrarmi come / si allargano crepe nel tetto della notte” assume il ruolo di guida. La scena richiama la fiaba adulta, in cui l’animale porta con sé una conoscenza che l’umano può solo intuire.
Il bosco, l’orso, la notte, il tetto, la crepa formano un insieme che invita a riflettere sul limite, sulla protezione, sulla possibilità di vedere ciò che di solito resta nascosto.
Nella sezione finale, Le parole di domani, L’incavo del grande albero (p. 72) raccoglie molti dei fili disseminati nel libro. L’albero che “ha il disegno della mia schiena” crea un riconoscimento reciproco: il corpo trova nel mondo naturale una forma che lo accoglie, e il mondo naturale si lascia leggere come spazio abitabile.
L’insetto verde sulla lente degli occhiali e la formica che scala il germoglio nuovo invitano a fermarsi sul minimo, a riconoscere che anche ciò che è quasi invisibile partecipa di un ordine più ampio.
A questo punto la lettura della raccolta apre una riflessione sulla storia della poesia che ha scelto il quotidiano come proprio territorio. Quando William Carlos Williams scriveva “no ideas but in things”1, indicava una direzione che ha segnato molta poesia del Novecento: la fiducia che il reale, nelle sue forme più minute, custodisca una verità irriducibile.
In Italia, questa linea ha assunto tonalità diverse: la trasparenza luminosa di Sandro Penna, che vede nella vita di ogni giorno una fonte inesauribile di grazia; la precisione morale di Giorgio Caproni, capace di trasformare un gesto minimo in un atto di conoscenza; la natura interrogata di Andrea Zanzotto, che nel dettaglio trova una soglia linguistica e percettiva; la quotidianità attraversata da ironia e misura di Giovanni Giudici; la concretezza narrativa di Elio Pagliarani, che porta la città e il lavoro dentro il verso; la leggerezza pensosa di Wislawa Szymborska, per la quale “il miracolo non è che il mondo esista, ma che esista così”2; la capacità di Vittorio Sereni di far emergere, da un frammento di vita, una tensione che riguarda il tempo e la responsabilità; la scrittura di Frank O’Hara, che trasforma l’immediatezza del quotidiano in un gesto di presenza assoluta.
In tutte queste esperienze, il quotidiano diventa un laboratorio di attenzione, un luogo in cui il mondo si offre nella sua verità semplice. Una spiga si colloca in questa tradizione con una tonalità propria: osserva il quotidiano mentre accade, gli concede il tempo necessario per rivelare la sua complessità, e in questo gesto costruisce una forma di conoscenza che si affida alla precisione dello sguardo.
Guardando la raccolta nel suo insieme, si nota come Una spiga costruisca una trama di ritorni: la luna, le stagioni, l’acqua, le radici, gli animali, la casa, il corpo. Ogni elemento riappare in contesti diversi, leggermente spostato, come se il libro fosse un sistema di echi che si richiamano e si correggono a vicenda.
La semplicità del lessico assume il valore di una scelta di rigore: le parole restano vicine alle cose e sostengono una stratificazione simbolica sottile. In alcuni punti la luce indugia con un’intensità appena più marcata, un lieve tremito che contribuisce alla naturalezza dell’insieme.
La raccolta ragiona sulla possibilità di tenere insieme fragilità e resistenza. I corpi attraversano stanchezza e rigenerazione; le case custodiscono silenzio, memoria, cura; la natura assume il ruolo di interlocutrice e testimone. Il mito amplia il campo, suggerendo che ciò che accade nel quotidiano partecipa di una storia più lunga.
In questo quadro il dialogo con Louise Glück appare particolarmente fecondo. Anche in Glück la natura assume un ruolo centrale, il mito diventa risonanza, il quotidiano si carica di profondità. Moscatelli affida alla limpidezza il compito di raggiungere la complessità. La sua scrittura ricompone, riannoda, avvicina ciò che l’esperienza tende a disperdere, come se la poesia fosse, prima di tutto, un modo di tenere insieme.
NOTE
1. William Carlos Williams, Paterson, New Directions, 1946–1958.
2. Wislawa Szymborska, Vista con granello di sabbia, Adelphi, 1998.
NOTE BIO-BIBLIOGRAFICHE
DALLA QUARTA DI COPERTINA
Sheila Moscatelli è nata a Terni il 31 dicembre del 1977, si è laureata in Medicina e chirurgia e specializzata in Reumatologia presso l'Università degli studi di Perugia e vive a Ravenna, dove fa il medico. Suoi inediti appaiono su blog letterari e riviste on line come “Atelier”, “Interno Poesia”, “Poeti Oggi”, “La poesia e lo spirito”, “Versolibero”. Alcuni suoi testi sono stati tradotti in spagnolo per il Centro Cultural Tina Modotti.
Ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie L’essenziale per la casa editrice Firenzelibri nel 2023. Collabora come redattrice ed editor alla collana di poesia Fuori Stagione.


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