(Redazione) - Dissolvenze - 51 - Triangle of Sadness* (欲望的几何**)

 
di Arianna Bonino

Jan Peter Tripp, litografia

"E l'abito nero con i pizzi sfarzosi non si vedeva su di lei; era solo una cornice, e si vedeva lei soltanto, semplice, naturale, elegante e insieme allegra e vibrante. [...] Anna sorrideva, e il sorriso si comunicava ai suoi occhi. [...] Le sue sopracciglia, nere e folte, erano unite da una linea sottile che conferiva al suo viso un carattere particolare, quasi fiero.”
Quella leggera sinofria rivela il temperamento passionale, forse anche il destino drammatico di Anna Karenina, se Tolstoj decide di farvi cenno nel suo immortale romanzo.
Ma le sopracciglia – che sia un visone o altra bestiola a rievocarne la setosa e selvatica irrequietezza - non sono solo quelle di Anna.
Si pensi alla libertà indomabile di quelle di Fermina Daza, che Gabriel Garcia Marquez descrive così: "Le sue sopracciglia, lunghe e curve come ali di rondine, davano al suo sguardo una fierezza che la faceva apparire più adulta della sua età."
E quelle virili, compaiono anch’esse nella letteratura? Oh, sì, eccome. Non sarebbe stato altrettanto efficace il ritratto che di Mr. Rochester fa Charlotte Brontë senza il riferimento a quelle sopracciglia, cornice dello sguardo magnetico che tanto turbava Jane Eyre:
"Le sue sopracciglia erano nere e fitte, e gli occhi, incassati sotto di esse, sembravano capaci di emanare lampi di tempesta o di dolcezza improvvisa."
Così diverse, e comprensibilmente, invece, erano quelle del cinico e annoiato Jordan Baker, il Grande Gatsby di Fitzgerald:
"Aveva le sopracciglia sottili, tese verso l'alto come in una perenne espressione di scetticismo verso il resto del mondo."
Si potrebbe andar avanti esplorando mille e più racconti e romanzi che si soffermano su questo minuto e potente particolare, così rivelativo. Le sopracciglia sono, infatti, messaggere silenziose ma eloquentissime, che anticipano e, talvolta – sincere – contraddicono – la parola stessa, esprimendo in modo autentico emozioni, intenzioni, pensieri.

"Laocoonte", probabile copia antica da un originale in bronzo della metà del II sec. a.C. Marmo
altezza 2,42 m. Roma, Musei Vaticani, part.

Allo psicologo Paul Ekman si deve la codifica sintetizzata con l’acronimo FACS (Facial Action Coding System), che individua il significato delle sopracciglia, le quali si muovono grazie a tre gruppi muscolari principali, che, a loro volta, sono associati rispettivamente ad altrettanti diversi stati psicologici. Precisamente, a determinare questa movimentazione sono:
Il muscolo frontale, che producendo il sollevamento dell'intera arcata indica sorpresa o curiosità. Questo movimento spontaneo ha, infatti, la funzione biologica dell’ampliamento del campo visivo, allo scopo di raccogliere più informazioni.
Il muscolo corrugatore, quello che determina una contrazione interna a cui, in superficie, corrisponde la spinta delle sopracciglia verso il basso e l'una verso l'altra, a segnalare che il proprietario delle stesse si sta concentrando, sempre che non sia invece confuso o, piuttosto, inferocito. Si dà il caso, infatti, che le sopracciglia compiano questo movimento sia in caso di sforzo cognitivo sia in caso di mimica minacciosa.
Il muscolo procero, che entra in gioco generando l’abbassamento della radice quando si prova dolore, ma anche in caso di disgusto, sensazione che si coglie, appunto, dalle rughe orizzontali che si vanno formando sul ponte del naso dello schifato.
Esiste poi un movimento quasi impercettibile, ma che qualcuno è riuscito a vedere, nonostante duri circa un sesto di secondo. Mi riferisco all’eyebrow flash, un sollevamento rapidissimo che, come sostiene l’etologo austriaco Irenäus Eibl-Eibesfeldt, facciamo quando riconosciamo qualcuno, ma anche quando siamo d'accordo con ciò che viene detto. È interessante notare che questo flash sopraccigliare di apertura sociale, a quanto pare, sarebbe uno dei segnali facciali riscontrati in ogni cultura umana.
D’immediata comprensione sono anche i muscoli della sofferenza, detti anche muscoli di Darwin (da non confondere con il noto Tubercolo, sempre suo); sono quelli che generano l'innalzamento degli angoli interni delle sopracciglia, un micro-gesto praticamente impossibile da simulare e che, in quanto percepito istintivamente sincero da chi lo intercetta visivamente, in genere stimola un’immediata risposta empatica. E, proprio per questo, Darwin ne rimase affascinato, perché si tratta di muscoli involontari, con ciò lui intuendo che le espressioni umane hanno una base biologica ed evolutiva comune a tutta l'umanità, derivata da antichi riflessi.

"I ricercatori che si sono occupati di fisionomia hanno dato il nome di 'muscolo della sofferenza' (grief-muscle) al muscolo che produce questo effetto. Esso consiste nel sollevamento delle estremità interne delle sopracciglia e, contemporaneamente, nella loro contrazione reciproca. [...] Poiché questo movimento è del tutto indipendente dalla volontà ed è quasi impossibile da simulare, esso costituisce uno dei segni più certi dell'angoscia e del dolore morale."

Si tratta delle cosiddette sopracciglia oblique, quelle appunto di cui Darwin scrive nel suo saggio del 1872 L'espressione delle emozioni nell'uomo e negli animali, precisamente nel capitolo intitolato Angoscia, abbattimento, dolore, scoraggiamento, disperazione e che sarebbero il residuo evolutivo dei movimenti compiuti dagli animali sofferenti e doloranti.
Diverso il caso del sollevamento di un solo sopracciglio, che tipicamente leggiamo come segnale di dubbio oppure di ironia. Certamente chi ce lo dedica sta elaborando mentalmente un giudizio critico, trovando incoerente o divertente qualcosa che ha visto o sentito.
È, insomma, il famosissimo sopracciglio alzato, uno solo, quello che proiettava una geometria asimmetrica attorno allo sguardo della professoressa (nel mio caso era quella di matematica), che attendeva, perplessa e sospettosa, che elaborassi la fatidica e latitante risposta, mentre il gesso mi si sbriciolava tra le dita e la lavagna, implacabilmente vuota, contemplava annoiata quel fragoroso mutismo. Ecco, il sollevamento di un solo sopracciglio è un micromovimento complesso. Se dovessimo chiedere soccorso a Darwin, senz’altro per la matematica, ma anche per approfondire questa postura, ci farebbe notare che l'asimmetria nelle espressioni facciali è spesso dovuta al fatto che molti muscoli mimici sono sotto un controllo parziale della volontà: mezzo volto, o anche solo un suo quadrante, sfugge al controllo, in certe situazioni…
Darwin sosteneva che le espressioni facciali fossero segnali di sopravvivenza e, parallelamente, la capacità di "leggere" il volto altrui non è un'abilità che impariamo a scuola, ma un equipaggiamento biologico di serie con cui veniamo al mondo. È scientificamente provato che già a poche ore dalla nascita, i neonati mostrano una preferenza visiva per gli stimoli che ricordano un volto umano rispetto a quelli che richiamano forme casuali.
Secondo il già citato Ekman (che, d'altronde ha proseguito il lavoro di Darwin), le espressioni di base (gioia, dolore, rabbia, paura, disgusto, sorpresa) sono identiche in ogni cultura, il che suggerisce l’esistenza di una sorta di "programma nervoso" comune a tutta la specie.
Rimanendo nel campo delle neuroscienze, risale agli anni Novanta la scoperta dei cosiddetti neuroni specchio, cellule cerebrali che risultano attivarsi sia quando compiamo un’azione che quando osserviamo qualcun altro compiere tale azione. Si tratta di una sorta di simulazione interna, che, a quanto pare, avviene fin da neonati osservando, appunto anche le espressioni facciali.
È merito del vostro sinuoso giro fusiforme se siete in grado di localizzare oggetti nello spazio che osservate, o di riconoscere un volto o un libro che state cercando di rintracciare nella vostra labirintica biblioteca. Ed è sempre lui, il sinuoso fusiforme, a consentirvi di immaginare qualcosa che non c’è, proprio come quel maledetto libro, l’unico che vi serviva e che manca dalla fila lassù a destra, dove potete giurare di averlo visto fino a ieri.
Ringraziate poi l’amica amigdala, compagna di mille avventure e cauta sentinella, che ci avvisa dandoci di gomito (si fa per dire), quando un volto che ci si avvicina presenta espressioni minacciose invitandoci, appunto, a girare i tacchi e stare alla larga.
Tutto molto bello, ma c’è un ma. Perché mi frulla in testa da giorni un interrogativo, che è poi il motivo per cui mi sono messa a spulciare, studiare e appuntare notizie su questi ciuffetti di peli facciali così poco innocui e innocenti.


Ora, è vero che negli ultimi cent’anni il cambiamento e l’avvicendarsi di diverse tendenze estetiche non ha affatto escluso questo decisivo dettaglio del viso, ma il discorso ha coinvolto la superficie delle cose. Intendo dire che quelle degli anni Venti furono spioventi, malinconiche e sognanti, alla Clara Bow. E poi, d’un tratto, ecco che arriva Greta Garbo a sparigliare cigli e sopraccigli con quegli archi sottilissimi, alti alti, curvati sopra uno sguardo fatalmente sofisticato e ipnotico. Ma non fanno in tempo a finire gli anni Trenta, che giunge una ventata di naturalezza, con uno spessore delle sopracciglia che torna a farsi notare, pur rimanendo l’adorabilmente elegante cornice di estasianti occhiate alla Lauren Bacall. Questa tendenza a seguire l’osso sopracciliare naturale, così come la maggiore naturalezza e spigliatezza sono figlie della guerra, che evidentemente non lasciò molto tempo e voglia per dedicarsi a complessi e snervanti tratteggi. Bisognerà aspettare gli anni Cinquanta e con loro l’intramontabile Audrey Hepburn, per veder comparire le sopracciglia ad ali di gabbiano, uno stile talmente trasversale e grazioso che regge da allora e torna ricorsivamente a spuntare sulle fronti di milioni di frequentatori di centri estetici, se non addirittura su quelle di chi osa arditi fai da te casalinghi. Eppure anche questo immarcescibile stile hollywoodiano si è visto, talvolta, minacciato: negli anni Sessanta imperò il minimalismo, riducendo diverse estremità e lunghezze, da quelle delle gonne di Twiggy, alle sue stesse sopracciglia, estirpate per lasciare spazio a tratti di matita, paradossalmente riproducenti la naturale architettura di peli spontanei. Si sa che nella moda spesso si passa da un estremo all’altro ed è forse stata questa la fortuna delle sopracciglia degli Anni Settanta, lasciate finalmente libere e selvagge, sopracciglia hippie, come natura crea. Ma è tipico di ogni moda l’essere passeggera e, infatti, non erano ancora incominciati gli anni Ottanta che già occorreva armarsi di squadra e righello per disegnare inquietanti cornicioni folti e scuri (andate a rispolverare qualche vecchia Polaroid, prima di negare e poi ne riparliamo).
Cosa è successo dopo? Ovviamente non potevamo farci mancare un ritorno agli anni Venti, anche se un po’ rivisitati nello stile
Cosa è successo dopo? Ovviamente non potevamo farci mancare un ritorno agli anni Venti, anche se un po’ rivisitati nello stile skinny, un mash-up tra il sottile e il minaccioso, sfoggiato da indossatrici che calcavano le passerelle con espressione corrucciata e con arrogante aria di superiorità, senza degnare nessuno del benchè minimo sguardo, troppo indaffarate a seguire il filo dei loro torbidi pensieri, scanditi dall’incedere serrato d’un paio di sesquipedali cuissard neri di un nero assassino, come l’irriproducibile smoky eyes di quegli anni.
Non posso trascurare un dettaglio (terribilmente irritante) che ha imperversato dagli anni Ottanta in poi: l’eyebrow slit, ovvero quella piccola mancanza artificiale, lo spelucchiamento preciso, di un segmento millimetrico di un solo sopracciglio, che sta lì a dichiarare una vita vissuta pericolosamente. Trattasi di forma velleitaria d’eroismo e ardimento, manifestata dalla traccia d’una ferita da combattimento in realtà mai subita, una cicatrice simulata, messa lì a dar prova (altrettanto finta) d’una presunta indole indomita, ribelle e trasgressiva. Insomma, come dentro un film la cui trama è: “Avrei voluto, ma non ho potuto; vorrei ma non posso; vorrò, ma non potrò”.
Non so cosa dire, poi, dello stile attuale che propone talvolta soluzioni – o dovrei dire problemi, considerando la semi-permanenza se non addirittura la definitività di certi inchiostri – che vanno dalle extensions al lapidario tatuaggio, dalle strass al trapianto (indagate voi).
Tutte e tutti alla ricerca del gradiente perfetto, un arco piumato e altissimo che, lì per lì, cleopatrizza mirabilmente una piccola porzione di noi, gente comune in selfie da star, ma che il graduale eppur inesorabile trascorrere del tempo, finirà per trascinare - con le nostre ambizioni estetiche - dall’alto dei sopraccigliari fasti imperiali a ben più infime posizioni inflitte dall’impietosa forza di gravità.
Ora, se questo trucco può senz’altro interferire con la forma delle sopracciglia, non altera più di tanto l’espressività delle stesse (a meno che non si rientri nella categoria: disastri estetici d’improbabile soluzione, in effetti non rari).
Mi chiedevo, piuttosto (questo il pensiero che frullava), come funzionerebbe il nostro cervello istintuale nel tentativo di decodificare sopracciglia più speciali, nient’affatto comuni e molto elaborate, proprio perché messaggere tacite, eppur intenzionate a dirci qualcosa di molto preciso con il loro orientale, saggio silenzio.
Mi riferisco a questo:


Sì, lo so, le cose si stanno complicando. Siamo di fronte a un’illustrazione che ritrae diversi modelli ben precisi di disegno delle sopracciglia. Ora, attenzione, perché non si tratta di meri vezzi estetici paragonabili ai trend appena descritti. Questa decorazione sopraccigliare cinese mostra sedici varianti cronologiche dello stile delle sopracciglia durante la dinastia Tang, un'epoca di grande prosperità economica e di apertura cosmopolita. La fisionomia del volto in quei secoli si fece vera e propria forma d'arte codificata, non solo nei dipinti, nei disegni, negli intarsi e nelle sculture, ma anche sulla tela vivente del volto femminile. E tra tutti i tratti del viso, le sopracciglia erano considerate centrali per l’espressività (e quindi anche per la creazione di una vera e propria geometria della seduzione).
Considerando che siamo a latitudini ben diverse dalle nostre, e non solo dal punto di vista geografico, non pretendo un improbabile sforzo interpretativo da parte di chi gentilmente qui legge e cerco di soddisfare subito la curiosità che tale immagine può suscitare:

  • 618-649 d.C. (Periodo Zhenguan): naturali e sottili - moderazione ed eleganza aristocratica.
  • 664 (Periodo Linde): inarcamento progressivo - crescente attenzione alla "prosperità" del volto.
  • 668 (Periodo Zongzhang - Variante A): "sopracciglia a filo di seta" - bellezza eterea.
  • 668 (Periodo Zongzhang - Variante B): compare il primo accenno alle sopracciglia "unite" o molto vicine, che erano un segno di distinzione regale (chissà se Tolstoj lo sapeva, mentre tratteggiava il ritratto della sua Anna…)
  • 692 (Periodo Ruyi): forme più grafiche e corte, quasi a ricordare ali di uccello.
  • 696 (Periodo Wansui Dengdui): "foglia di salice" - vivacità.
  • 702 (Periodo Chang'an): stile "eroico", con sopracciglia dritte e allungate verso le tempie - apertura culturale e forza della società Tang.
  • 706 (Periodo Shenlong): "a falena" (e-mei), il massimo canone estetico della bellezza femminile classica cinese.
  • 710 (Periodo Jingyun): Sopracciglia corte e arcuate, poste molto in alto sulla fronte per dare un'aria di nobile distacco.
  • 713-714 (Periodo Kaiyuan): “a sciabola”: come dire: “ti vedo, ti sfido, ti piango”.
  • 744 (Periodo Tianbao): sopracciglia corte e molto larghe, formose come chi le portava (andava di moda così).
  • Dal 752 (Tardo Tianbao): variante arrotondata, che simboleggia l'abbondanza e il benessere economico della corte.
  • 742-806 (Periodo Yuanhe): Le famose sopracciglia a "otto" (八). Eccolo il suddetto "muscolo della sofferenza" di Darwin, in questo caso costruito artificialmente col disegno, a evocare una bellezza fragile e malinconica.
  • 803 (Periodo Zhenyuan): stile "a goccia" (era un momento di sperimentazione avanguardista…)
  • 828-907 (Tardo Tang - Variante A): Molto spesse e triangolari, in stile teatrale.
  • 828-907 (Tardo Tang - Variante B): Un ritorno alla linea curva, ma con uno spessore marcato: monumentali.
Il trucco del viso era un rituale estetico ma anche sociale di cui, potendo, ci si occupava con cura quasi maniacale. Pare che l'imperatore Xuan Zong, evidentemente molto sensibile alla bellezza, avesse fatto redigere un catalogo per codificare e decodificare gli stili di corte (il Manuale delle dieci sopracciglia).
E non si trattava solo di pittura delle sopracciglia. Sul viso comparivano anche Huadian. Erano una decorazione ornamentale tipica dell’antica cultura cinese collocata sulla glabella, quindi nello spazio naturalmente glabro che separa le sopracciglia. Per realizzarla si utilizzavano materiali e tecniche particolari, dal semplice punto rosso o cerchio dipinto con polvere di cinabro o cartamo, alla decorazione realizzata con seta, carta colorata, foglie d’oro e d’argento, scaglie di pesce, piume di colibrì o di martin pescatore, perle, pietre preziose.


La signora dei fiori di pruno (佚名 梅花仕女圖),National Palace Museum, Taipei 

Alla sera, poi, le “maschere” si scioglievano sotto l’effetto dell’olio di Tsubaki, dell’acqua di riso e della polvere di perla. Solo così, a volto scoperto, ci si poteva sottoporre all’antica arte divinatoria del Mian Xiang, la lettura del carattere e del destino nei tratti del viso, che colloca proprio nella glabella uno dei dodici palazzi, forse il più importante, il palazzo della vita.
Delicate foglie, lune crescenti, fiori brillanti di rugiada, la linea lontana di montagne intraviste nella nebbia, farfalle pulsanti e fuggevoli: è con queste immagini che le sopracciglia femminili compaiono, timide e ardenti, anche nella poesia cinese.
Bai Juyi, nella sua Canzone dell'eterno rimpianto descrive così la leggendaria Yang Guifei, la concubina preferita dell'imperatore:

"I suoi capelli come nuvole, il suo viso come un fiore,
i passi cadenzati dai pendenti d'oro.
[...] Le sue sopracciglia curve, dipinte con cura
come falene che danzano sulla fronte bianca."

Tutto questo, per poetico e affascinante che sia, direte, è storia che appartiene ad un remoto passato. Sicuri?
Vi informo che, grazie al movimento Hanfu questi canoni stanno vivendo una seconda giovinezza. Dai primi anni Duemila questo fenomeno culturale ha rilanciato l’uso dell’antico abbigliamento Han, ma ha anche recuperato gli stili estetici tradizionali focalizzati sulle sopracciglia, che vengono riprodotti fedelmente e sfoggiati per le strade di Pechino: il Palazzo d'Estate e la Città Proibita sono quotidiane scenografie per dar sfoggio della bellezza e dell’accuratezza dell’estetica antica.
Quindi, se pensate che le vostre attuali sopracciglia così ben arcuate, così artificiosamente folte, così deliziosamente e irrealisticamente estese verso tempie piene di pensieri sublimi e poetici rispondano definitivamente all’ultima moda, sappiate che potreste essere in errore.
Foglie di salice imperlate di rugiada se siete malinconici, ali di libellula e petali di pruno quando vi sentite al massimo splendore e piume di pernice, quelle più delicate, quelle del sottogola, con quel minuscolo disegno infinito, la ricorsiva spirale della sezione aurea che li governa, è in queste cose che troverete il futuro del vostro sguardo.
Voltatevi indietro, è lì che vi aspetta.


Chen Man, Vision n.7 Goldfish Master

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*Triangle of Sadness: denota l’area del viso corrispondente alla glabella; da qui il titolo del film di Ruben Östlund (2022)
** 欲望的几何 = Geometria del desiderio
*** Irraccontata/Resta la storia/Dei volti sviati

TESTI CITATI
  • Leone Tolstoj, “Anna Karenina
  • Gabriel García Márquez, “L’amore ai tempi del colera
  • Charlotte Brontë,“Jane Eyre
  • Francis Scott Fitzgerald, “Il grande Gatsby
  • Charles Darwin, “L'espressione delle emozioni nell'uomo e negli animali
  • Bai Juyi, “Canzone dell’eterno rimpianto
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