(Redazione) - Amerinda - 06 - La guerra? Non finisce mai (Poesia argentina e Malvinas: Un’antologia 1833 – 2022 - Parte Seconda)

 

di Antonio Nazzaro


A mo’ di prefazione
Da quando il soffio dei venti di guerra si è fatto urlo, chi scrive queste poche righe, si è ritrovato a scoprirsi pacifista. Forse per l’incapacità davanti all’orrore di prendere partito. Questo non significa stare dalla parte sbagliata — come accadde per l’Italia e gli italiani fascisti — ma semplicemente vedere la guerra come un delitto di lesa umanità.
Questa seconda parte di questo viaggio nella guerra delle Malvinas passa per la voce di tre poetesse. Diverse scelte poetiche, diverse visioni e canti eppure unite dalla speranza disperata e da una guerra che non finisce. Non termina dopo l’ultimo sparo, ma continua ad uccidere e quasi per assurdo a dare una speranza di un’altra vita.
La poesia di Prilutzky Farny si immerge nel mito — come altri testi dell'antologia —non nasconde un forte senso nazionalista. Tuttavia le sue amazzoni non sono donne prigioniere, secondo i topos del XIX secolo, ma di donne che si liberano degli uomini. C'è una posizione femminista avant-la-lettre che identifica la patria non più come una donna sottomessa, ma liberata e intrisa di un immaginario poetico sorprendente.

Le nostre Malvinas di Julia Prilutzky Farny
(Kiev, Ucraina naturalizzata argentina 1912 – Buenos Aires 2002)

Una strana cortina le separa, ci
divide. Le copre
come un sipario di nebbia e parole.
Amazzoni nostalgiche
emergono tra le schiume
galoppando nel tempo inarrestabile,
morse dalla solitudine, perseguitate,
colpite da un vento che aggroviglia
chiome, criniere, nuvole e mescola
l'acqua con le lacrime.
Sono lì. Le vediamo. Non le vediamo:
scompaiono, spuntano, si immergono,
non sono ancora una presenza.
Ma sono la speranza.

Mi dicono che sono grigie. Che sono grigie.
Signore: io non lo so. Non con gli occhi:
con questo cuore, Signore, le vedo.
Patagoniche pianure,
orizzonte di muschio e sabbia,
prospettive di ali
a coprire scogliere,
rocce affacciate sul mare
e alghe nei giardini sottomarini.

Amazzoni nostalgiche,
con questo cuore, Signore, le guardo.

Ma un giorno il sole,
un sole che conosciamo,
un sole che immaginiamo
- quello della bandiera e dello stemma -
dissolverà la nebbia
scioglierà la foschia.
E allora si leveranno, dolci,
emergendo dalle acque per sempre,
amazzoni celesti,
amazzoni dorate,
splendida vanguardia della patria.

[Buenos Aires, 1978]
*
Nuestras Malvinas de Julia Prilutzky Farny
(Kiev, Ucrania naturalizada argentina 1912 –Buenos Aires 2002)

Un cortinado extraño las separa,
nos divide. Las cubre
como un telón de niebla y de palabras.
Amazonas nostálgicas
emergen entre espumas
galopando en el tiempo indetenible
mordidas por la sola
perseguidas, golpeadas por un viento
que enreda cabelleras, crines, nubes
y va mezclando el agua con las lágrimas.
Están ahí. Las vemos. No las vemos:
desaparecen, brotan, se sumergen,
todavía no son una presencia.
Pero son la esperanza.
Me cuentan que son grises. Que están grises.
Señor: yo no lo sé. No con los ojos:
con este corazón, Señor, las veo.
Patagónicos llanos,
horizonte de musgos y de arena,
perspectiva de alas
cubriendo roquedales,
peñascos enfrentados con el mar
y algas en los jardines submarinos.

Amazonas nostálgicas,
con este corazón, Señor, las miro.
Pero algún día el sol
un sol que conocemos
un sol que adivinamos
–aquél de la bandera y del escudo–
disolverá la bruma
deshará la neblina.
Y se alzarán entonces, entrañables,
surgiendo de las aguas para siempre,
amazonas celestes,
amazonas doradas,
deslumbrante avanzada de la patria.

[Buenos Aires, 1978]
**
Nella poesía di Susana Thenon il tono di parodistico segnato dal gioco linguistico: l'uso di frasi in spagnolo che imitano la struttura dell’inglese mette in evidenza uno dei temi fondamentali della storia dell’America: il colonialismo. Dal concetto di "scoperta" fino alla storia presente, passando per le dittature fomentate dagli Stati Uniti.
Basti ricordare la frase di Henry Kissinger (ex Segretario di Stato USA e, paradossalmente, Premio Nobel per la Pace): “Videla? Sta facendo il bene dell’Argentina”. Fino alle situazioni odierne in Venezuela, Honduras o a Cuba, che dal 1962 anni subisce sanzioni e il bloqueo.

Poesia con traduzione simultanea
Spagnolo-spagnolo di Susana Thénon

Per andare verso il futuro,
per creare, se non il paradiso,
la casa felice dell'operaio
nella pienezza civica,
un legame intimo unisce
e uno slancio esterno accomuna
la razza anglosassone
a quella latinoamericana.

Rubén Darío: Canto all'Argentina

Cristóforo
(il Portatore di Cristo)
figlio di un umile cardatore di lana
(figlio di uno che andava in cerca di lana non cardata)
salpò dal porto di Palos
(con il palo in mano lasciò il porto)
non senza prima persuadere Sua Maestà la Regina
Isabella la Cattolica dei benefici dell'impresa
da lui concepita
(non senza prima persuadere Her Royal Highness
die Konigin Chabela la Logística a impegnare
la corona nella taverna di Blumenthal con-verso)
così si versassero litri e litri di
autentico sangue antico fattore RH negativo
(anche a costo di sangue, sudore e lacrime
Antipodi)
si fecero il mare
(si fecero alamari)
e dopo mesi e mesi di mangiare solo
ossimoro alla ricerca dell'inafferrabile rotondità
(e dopo giorni e giorni di segnare Yorkshire pudding
e un pinguino in aggiunta la domenica)
qualcuno esclamò terra
(nessuno esclamò thálassa)
sbarcarono
nel 1492 d.C.
(misero piede
nel 1982 d.C.)
i capi aspettavano
nudi
in ginocchio
(i capoccia aspettavano
nudi
in ginocchio)
Cristoforo premette il messale
(Christopher sparò il missile)
disse ai suoi pari
(mormorò ai suoi seguaci)
cazzo
(fuck)
venite qui nuovi mondi
(vedete qui questi immondi)
prendeteli
(saccheggiateli)
per Dio e la Nostra Regina
(per Dio e la Nostra Regina)
A M É N
(O M E N)

Poema con traducción simultánea
Español-español de Susana Thénon
Buenos Aires, 1935 - 1991 Buenos Aires


Para ir hacia lo venidero,
para hacer, si no el paraíso,
la casa feliz del obrero
en la plenitud ciudadana,
vínculo íntimo eslabona
e ímpetu exterior hermana
a la raza anglosajona
con la latinoamericana.
Rubén Darío: Canto a la Argentina

Cristóforo
(el Portador de Cristo)
hijo de un humilde cardador de lana
(hijo de uno que iba por lana sin cardar)
zarpó del puerto de Palos
(palo en zarpa dejó el puerto)
no sin antes persuadir a Su Majestad la Reina
Isabel la Católica de las bondades de la empresa
por él concebida
(no sin antes persuadir a Her Royal Highness
die Konigin Chabela la Logística de empeñar
la corona en el figón de Blumenthal con-verso)
así se vertiesen litros y litros de
genuina sangre vieja factor RH negativo
(así costase sangre sudor y lágrimas
Antípodas)
se hicieron a la mar
(se hicieron alamares)
y tras meses y meses de yantar solo
oxímoron en busca de la esquiva redondez
(y tras días y días de marcar Yorkshire pudding
y un pingüino de añadidura los domingos)
alguno exclamó tierra
(ninguno exclamó thálassa)
desembarcaron
en 1492 a.D.
(pisaron
en 1982 a. D.)
jefes esperaban
en pelota
genuflexos
(mandamases aguardaban
desnudos
de rodillas)
Cristóforo gatilló el misal
(Christopher disparó el misil)
dijo a sus pares
(murmuró a sus secuaces)
coño
(fuck)
ven aquí nuevos mundos
(ved aquí estos inmundos)
quedáoslos
(saqueadlos)
por Dios y Nuestra Reina
(por Dios y Nuestra Reina)
A M É N
(O M E N)

(Buenos Aires, 1935 - 1991 Buenos Aires)
***
Nei componimenti lirici del dopoguerra, la poesia di Patricia Saccomano, "Madri di soldati", dà voce a donne spesso messe a tacere, ma che hanno avuto un ruolo attivo e fondamentale in questo periodo storico.
In queste composizioni, articolate come flussi di coscienza in monologhi lirici, emerge lo straniamento prodotto dallo stato fisico e mentale del figlio che ritorna, ma è ormai "un altro". La madre usa un linguaggio che sembra eliminare ogni mediazione con la realtà per dar conto di quel figlio che le è stato restituito, facendole credere che non fosse stato ucciso. Saccomano affronta anche il tema del suicidio dal punto di vista materno. Uno degli effetti più terribili del post-conflitto è stato proprio il suicidio di quasi la metà dei reduci: un modo brutale e doloroso per testimoniare il trauma vissuto.

[I]
Vedere una lettera e già sapere,
perché una madre sa.
Poi tutto è successo in fretta,
come la mitraglia che lo ha colpito.
E ancora credo, o sogno,
o penso?
che si aprirà la portale
e allora.
Ma so già che no,
dalla lettera so che no.
Non è facile quando non c'è un corpo,
né ossa né sangue.
Parole come schegge
che feriscono e non spiegano.
Qualcosa di terribile stava calpestando
i talloni di questo mio figlio.
Una madre lo sa,
anche se non riesce a spiegarlo.
Finché il destino ha fatto il suo corso
senza chiedere, senza avvertire.
Solo la lettera di arruolamento
e lui, in silenzio.
Ha nascosto come ha potuto
la paura, la vergogna
e la vergogna della paura.
E lì è rimasto, nella neve,
solo con la sua anima.
La frangia di capelli duri,
i dentini del suo sorriso appena accennato.
E per quanto una lo sapesse,
perché lo sapeva,
non ci sono parole per descrivere
quando una rimane senza figlio.

[II]
A volte, molte volte penso
che sarebbe stato meglio.
Non mi piace pensarlo,
ma è quello che succede a volte,
molte volte.
Quando l'ho visto arrivare,
ho capito che non era lui,
che quello che mi avevano restituito,
malconcio,
non era mio figlio.
Mio figlio aveva gli occhi buoni
e lo sguardo di chi ha visto poco.
Quest'altro aveva visto troppo
e ora guardava
come se tutte le cose del mondo
fossero coperte da un'implacabile pennellata
di minacce.
A volte, molte volte penso
che sarebbe stato meglio.
Che deve essere più facile
piangere un figlio morto
che vivere ogni giorno la morte
di questo figlio che mi hanno restituito,
facendomi credere che non l'avevano ucciso.

[III]
Grazie a Dio è tornato.
Non ha nemmeno un graffio, se l'è cavata bene.
Il mio piccolo eroe è tornato trionfante,
il più piccolo di tutti i suoi fratelli.
Il cocco di mamma, dicevano le comari,
questo non sopporta il freddo,
abituato al sole, al fiume,
e all'aria calda che ha sempre respirato.
Che credano quello che vogliono,
loro, che hanno già finito di crescerli
e nessuno glieli ha portati via.
Grazie a Dio siamo di nuovo insieme,
tutta la famiglia.
Non importa se lui non ce la fa ancora,
ce la farà,
per ora è a casa,
ha bisogno di tempo per dimenticare,
per liberare la mente
dai resti della guerra.
Tempo perché il suo sonno si tranquillizzi,
perché gli incubi se ne vadano.
Nel frattempo, bisogna accompagnarlo
a guardare l'orizzonte,
come ad astettare chissà cosa,
al tramonto.
Perché l'oscurità se ne vada
per poter vivere la vita
che vive qualsiasi giovane.
È proprio questo il punto
che nessuno capisce.
Quelli che sono tornati non sono più giovani,
e tanto meno come gli altri.

[IV]
Suo padre era uguale
e non ha combattuto nessuna battaglia.
La bottiglia era la sua battaglia.
E lui è uguale.
Non mi importa,
non gli è successo niente, forse non è tornato?
Mentre tanti altri
sono rimasti là, di alcuni nemmeno il nome.
Lui è tornato, poteva ricominciare da capo,
ma no, ha l'anima viziosa di suo padre.
Non lo sopporto più, non lo voglio in casa.
Vorrei che scoppiasse un'altra guerra e lo portasse via
per sempre, lo cancellasse dalla faccia della terra.
Ora che lui è un uomo e io una vecchia,
continuo a trascinarlo dal bar a casa
ogni sera,
quando rimane senza soldi e nessuno,
in questo paese sporco e senza treno,
gli paga un altro drink.
Proprio così, proprio così,
non mi lascia nemmeno invecchiare,
ora che lui stesso sta diventando
lo stesso vecchio ubriacone come suo padre.

[V]
Se fossi rimasto,
ma mi mancava la farina,
quanto tempo è passato da quando me ne sono andato?
Mezz'ora?
Cosa non abbiamo fatto io e mio padre per sostenerlo?
Proprio come il limone, che continua a dare limoni.
Non avvisano,
on avvisano.
Sì che avvisano,
e in mille modi,
siamo noi che non vogliamo accorgercene.
Sembrava che lavorasse,
sembrava che amasse, che mangiasse,
che avesse dei progetti,
che avesse dimenticato.
Sembrava un altro,
la forza che ha questo ragazzo,
è incredibile.
Pensare a quello che avrà passato!
Pensare a quello che avrà visto!
Ha persino perso Pablo,
non erano andati insieme a scuola?
Erano come fratelli.
Eppure lui ha sopportato tutto.
E stava bene, perché stava bene.
Le cure, i farmaci,
lo psicologo, lo psichiatra,
tutti ci dicevano che ne sarebbe uscito, ne sarebbe uscito.
E ne è uscito
dalla porta sul retro
verso il giardino,
vicino al limone,
per mettere la corda sul noce,
con rami più forti,
che potessero sostenerlo.

[VI]
Sono argentine,
chi può negarlo?
Il sangue dei nostri figli
le ha rese ancora più nostre.
Sono argentine.
All'inizio non volevo,
era stato così difficile.
Seppellire,
riesumare,
identificare.
E se mio figlio fosse stato disintegrato?
E se invece del suo nome ci fosse scritto:
Soldato conosciuto solo da Dio?
Siamo saliti sul treno.
Siamo saliti sull'autobus.
Siamo saliti sull'aereo.
Abbiamo accompagnato la Vergine.
Ho immaginato mio figlio,
il suo incontro con la neve,
quei mari, il vento.
Sono argentine.
Al cimitero abbiamo finalmente visto il cenotafio.
Cenotafio
sono parole difficili quelle che si inventano
per nominare l'innominabile.
Chiedere tanto alla Vergine,
Madre nostra.
Lei è rimasta là, a proteggerli.
Niente può più ferirli.
Pensare che all'inizio non volevo.
Mi sembrava che lo avrei avuto
così lontano.
Preferivo il nostro altarino
con le sue cosette,
ma ora con la Vergine
e quello che le abbiamo lasciato,
gli orecchini di mia madre, sua nonna.
Sono argentine.
Siamo andati a vedere le croci
e il suo nome completo.
Ora né il vento né la pioggia delle isole
potranno cancellarlo.
Rimarrà oltre il tempo.
In quella terra che li ospita
con la nostra Madre Vergine
che li ama, per sempre.
Grazie a loro
sono argentine.

**
Madres de soldados de Patricia Saccomano

[I]
Ver una carta y ya saber,
porque una madre sabe.
Después, todo fue rápido
como la metralla que lo alcanzó.
Y todavía creo, o sueño,
¿o pienso?
que se abrirá la puerta
y entonces.
Pero ya sé que no,
desde la carta sé que no.
No es fácil cuando no hay cuerpo,
ni huesos ni sangre.
Palabras como esquirlas
que lastiman y no explican.
Algo terrible le venía pisando
los talones a este hijo mío.
Una madre lo sabe,
aunque no pueda explicárselo.
Hasta que el destino hizo lo suyo
sin preguntar, sin avisar.
Sólo la carta de llamada
y él, callado.
Disimuló como pudo
el miedo, la vergüenza
y la vergüenza del miedo.
Y allá quedó, en la nieve,
solito y su alma.
El flequillo de pelos duros,
los dientitos de su apenas sonrisa.
Y por más que una sabía,
porque lo sabía,
no hay palabras que nombren
cuando una se queda sin hijo.

[II]
A veces, muchas veces pienso
que hubiera sido mejor.
No me gusta pensarlo
pero es lo que pasa a veces,
muchas veces.
Ya cuando lo vi venir
me di cuenta de que no era él,
que ese que me habían devuelto
maltrecho,
no era mi hijo.
Mi hijo tenía los ojos buenos
y la mirada de haber visto poco.
Este otro había visto demasiado
y ahora miraba
como si todas las cosas del mundo
estuvieran cubiertas por una pincelada implacable
de amenazas.
A veces, muchas veces pienso
que hubiera sido mejor.
Que debe ser más fácil
llorar a un hijo muerto
que vivir la muerte a diario
de este hijo que me devolvieron,
haciéndome creer que no lo habían matado.

[III]
Gracias a Dios volvió.
Ni un rasguño, se las supo apañar.
Llegó triunfante mi héroe pequeño,
el menor de todos sus hermanos.
El mimado, decían las comadres,
éste no te aguanta el frío,
acostumbrado al sol, el río,
y el aire calentito que respiró siempre.
Que crean lo que quieran,
ellas, que ya los terminaron de criar
y nadie se los arrebató.
Gracias a Dios estamos juntos
de nuevo, toda la familia.
No importa si él todavía no puede,
ya va a poder
por ahora está en casa
necesita tiempo para olvidar,
para que su cabeza se limpie
de los restos de la guerra.
Tiempo para que se le tranquilice el sueño,
se vayan las pesadillas.
Mientras, hay que acompañarlo
a mirar el horizonte,
como esperando quién sabe qué,
al atardecer.
Para que se vaya la oscuridad
para poder vivir la vida
que vive cualquier joven.
Es que ahí está la cosa
que nadie entiende.
Los que volvieron ya no son jóvenes,
y mucho menos cualquiera.

[IV]
Su padre fue lo mismo
y no estuvo en ninguna batalla.
La botella era su batalla.
Y éste es igual.
No me importa,
no le pasó nada ¿acaso no volvió?
mientras tantos otros
allá quedaron, de algunos, ni el nombre.
Este volvió, podía empezar de nuevo
pero no, el alma viciosa de su padre.
Ya no lo tolero, no lo quiero en casa.
Ojalá viniera otra guerra y se lo llevara
para siempre, lo borrara del mapa.
Ahora que es un hombre y yo una vieja,
que sigo arrastrándolo, desde el boliche a casa
cada noche,
cuando se queda sin plata y nadie,
en este pueblo mugriento y sin tren,
le paga un trago más.
Igualito, igualito,
ni envejecer me deja,
ahora que él mismo se está convirtiendo
en el mismo viejo borracho que su padre.

[V]
Si me hubiera quedado,
pero me faltó harina,
¿cuánto pasó desde que me fui?
¿Media hora?
¿Qué no hicimos el padre y yo para apuntalarlo?
igual que al limonero, que sigue dando limones.
No avisan,
no avisan.
Sí que avisan
y de mil maneras,
somos nosotros los que no queremos enterarnos.
Parecía que trabajaba,
parecía que amaba, que comía,
que tenía planes,
que había olvidado.
parecía otro,
la fuerza que tiene este muchacho,
es increíble.
¡Pensar por lo que habrá pasado!
¡pensar lo que habrá visto!
Si hasta perdió al Pablo,
¿no habían ido juntos a la escuela?
Si eran como hermanos.
Y, sin embargo, él soportó todo.
Y estaba bien, porque estaba bien.
El tratamiento, la medicación,
psicólogo, psiquiatra,
todos nos dijeron que salía, salía.
Y salió
por la puerta del fondo
hacia el jardín,
cerquita del limonero,
para poner la soga en el nogal,
de ramas más fuertes,
que pudieran soportarlo.

[VI]
Son argentinas
¿quién puede negarlo?
La sangre de nuestros hijos
las volvió más nuestras.
Son argentinas.
Al principio yo no quería
había costado tanto.
enterrar
desenterrar
identificar
¿Y si mi hijo se había desintegrado?
¿Si en vez de su nombre decía:
Soldado sólo conocido por Dios?
Nos subimos al tren.
Nos subimos al colectivo.
Nos subimos al avión.
Acompañamos a la Virgen.
Imaginé a mi hijo,
su encuentro con la nieve,
esos mares, el viento.
Son argentinas.
En el cementerio vimos al fin el cenotafio.
Cenotafio
son palabras difíciles las que se inventan
para nombrar lo innombrable.
Tanto pedirle a la Virgen,
Madre nuestra.
Allá quedó ella, protegiéndolos.
Ya nada puede lastimarlos.
Pensar que al principio yo no quería.
Me parecía que lo iba a tener
tan lejos.
Prefería el altarcito nuestro
con sus cositas,
pero ahora con la Virgen
y lo que le dejamos,
los aros de mi madre, su abuela.
Son argentinas.
Fuimos y vimos las cruces
y su nombre completo.
Ahora ya no lo puede borrar
ni el viento ni la lluvia de las islas.
Quedará más allá del tiempo.
En esa tierra que los aloja
con nuestra Madre Virgen
amándolos, siempre.
Gracias a ellos
son argentinas.

Da questi versi nasce una domanda semplice e diretta: Davvero vogliamo prepararci a una guerra, o vogliamo preparare la pace?

BIOGRAFIE BREVI DEI POETI
PRILUTZKY, FARNY JULIA
(Kiev, 1912 – Buenos Aires, 2002)
Poeta e giornalista. Trascorse la sua infanzia a Salamanca, in Spagna. Studiò giurisprudenza all'Università di Buenos Aires e musica al Conservatorio Nazionale. Nel 1936 fondò il gruppo Veinte Poemas Jóvenes. Fece parte della Real Academia Sevillana de las Letras e del Pen Club. 
Fu una figura importante della Generazione del '40. La sua vasta opera comprende i libri Títeres imperiales (la caída del zarismo) (1936), Viaje sin partida (1939), Intervalo (1940), La patria (1949), Comarcas (1949), No es el amor (1967), Hombre oscuro (1968), Antología de amor (1972), Dulce y extraño amor (1982), Como decir de pronto… (1997) e Nueva antología del amor (1998). Ha ricevuto il Premio Municipal de Poesía nel 1941 e la Faja de Honor della SADE nel 1972.
**
THÉNON, SUSANA
(Buenos Aires, 1935 – 1991)
Poetessa, traduttrice e fotografa. Laureata in Lettere. Opere poetiche: Edad sin tregua (1958), Habitante de la nada (1959), De lugares extraños (1967), Distancias (1984) e Ova completa (1987). 
La sua opera completa è stata raccolta nei due volumi La morada imposible (2001). Le sue poesie compaiono anche in numerose antologie, come il libro Los nuevos. Selección de cuentistas y poetas (1968).
**
SACCOMANO, PATRICIA
(Buenos Aires, 1967)
Poetessa e scrittrice. Laureata in Psicologia. Ha fatto parte del laboratorio letterario di Abelardo Castillo. Ha lavorato per dieci anni nel team di lettori della casa editrice Editorial Sudamericana, diretta da Luis Chitarroni. Ha pubblicato ¡S.O.S Madre Primeriza! nella collana Sudamericana Mujer. Attualmente sta lavorando a un libro di poesia e prosa sulle madri dei soldati delle Malvinas. Ha ricevuto il terzo Premio alla Produzione Letteraria Nazionale delle Arti nel 2004. Nel 2008 ha vinto il primo premio del IX Concorso "Relatos de mujer“ per il suo racconto ”Como si pasara junto a ella una mariposa". Nello stesso anno, il suo racconto “Darse el pecho” ha ottenuto il primo premio organizzato dall'Iniciativa América Latina y el Caribe “Des-contar el hambre”.

BIOGRAFIE BREVE DEI CURATORI

ENRIQUE FOFFANI
Professore di Lettere presso l'Università Nazionale di La Plata. Ha conseguito un Dottorato in Lettere presso l'Università di Buenos Aires e un Post-Dottorato presso l'Università Nazionale di Rosario. È Professore Titolare di Letteratura Latinoamericana del XX e XXI secolo presso l'Università Nazionale di La Plata e Professore Associato della stessa materia presso l'Università di Buenos Aires.
Ha pubblicato numerosi articoli e saggi in patria e all'estero, specializzandosi nella letteratura latinoamericana. È membro del Comitato Scientifico e di Ricerca dell'Istituto di Ricerca in Scienze Umane e Sociali (IdIHCS-CONICET/ UNLP) e Direttore del Progetto Letteratura e Secolarizzazione in America Latina. Come professore ospite, ha tenuto seminari di Letteratura Latinoamericana in Messico, Perù, Colombia, Uruguay, Stati Uniti, Germania, Francia e Spagna. Dirige la casa editrice Katatay, dedicata alla pubblicazione di opere di critica sulla letteratura latinoamericana.
Nel 2020 ha vinto il Premio Alfredo Roggiano per il miglior libro di critica letteraria latinoamericana 2018-2019, con Vallejo y el dinero. Formas de subjetividad en la poesía (Lima, editorial Cátedra Vallejo, 2018).

VICTORIA TORRES
Professoressa di Lettere presso l'Università Nazionale di La Plata. Ha insegnato presso le Università di Bonn, Colonia e Wuppertal, in Germania, ed è attualmente docente titolare presso il Seminario di Romanistica dell'Università di Colonia.
È specializzata nelle rappresentazioni letterarie delle guerre, in particolare del conflitto nell'Atlantico meridionale. Ha scritto diversi articoli sull'argomento, tra cui: Muerte y Malvinas en la argentina pichiciega de la dictadura militar (2016), Más cerca de cañón que del canon: Las primeras ficciones de la guerra de Malvinas (2016) e Memoria per il futuro: gli ex combattenti delle Malvinas nella letteratura per l'infanzia e la gioventù (2017).
Ha curato e scritto la prefazione, insieme a Miguel Dalmaroni, di Golpes. Racconti e memorie della dittatura (2016) e, più recentemente, di La guerra meno pensata. Racconti e memorie delle Malvinas (2022).
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Scelta dei testi, traduzione e commenti di Antonio Nazzaro




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