(Redazione) Specchi e labirinti - 09 - Si scrive radure, si legge vulcano (su “Radure” di Maria Allo)

di Paola Deplano



È pastosa, la poesia di Maria Allo, con un bel sapore agrodolce di arance siciliane – le famose lumìe di pirandelliana memoria. Pirandello si sente, nel mite interrogarsi e vagare di questa scrittura, che è siciliana e cittadina del mondo. Si sente anche Quasimodo, ma ancor di più si sentono i panici poeti greci e latini che hanno fondato non solo la civiltà di Trinacria ma anche la personalità di questa donna pronta a mettere su carta – e bene – la sua personale idea scrittura.
Il potere delle radici si sente forte e chiaro in queste pagine, in questi paesaggi che sono inequivocabilmente quelli che lei vede dalla finestra e che osserva nel proprio mondo interiore. Tuttavia queste radici, quasi per sublime paradosso, volano alte, altrove, verso il lettore sconosciuto, e gli lasciano qualcosa da riconoscere come proprio, con semplicità. Rivolgersi a chi legge e restituirgli, con altre parole, qualcosa di suo è il primo dovere del poeta, sembra dirci Allo in una delle prime poesie del suo Radure (Giuliano Landolfi Editore, Aprile 2021). Una poesia che, non a caso, s’intitola Sapete:

SAPETE

Sapete, abbiamo flussi di fango da estirpare
lapilli di lava e ginepri neri lungo i secoli.
Quanto a me un fuoco serpeggiava
nelle ossa: ma non immaginavo una voce
finché ho riposto nel mio seno
l’odore della sua pelle come a stornare
da lampi di biancospini l’inverno vissuto
in continua guerra a debita distanza
come aceri rossi che in un soffio ora
volteggiano deserti intorno al vento.
Sapete, mi sveglio al mattino
scrutando ogni foglia sul ramo più basso
di quel che è disperso fra noi.

Il titolo del libro è, come abbiamo detto, Radure, ma potrebbe benissimo essere Vulcano, perché la sua presenza si avverte, in modo diretto o indiretto, in ben diciannove liriche della silloge. È il vulcano di Iperione, di Hölderlin, di Leopardi, ma è anche – come dicevamo più sopra - il panorama che la poetessa vede dalla sua finestra. Ancora una volta, il macrocosmo e il microcosmo coincidono, e la cultura coincide con la reale e concreta esperienza di chi scrive. Lapilli, lava, bagliori, eruzioni, fumo – al contempo sconosciuto terrore e materno legame inscindibile con le radici. Ci sembra doveroso, quindi, onorare il tema dominante di questa pregevole opera citando alcune poesie in cui il vulcano palesa la sua imprescindibile presenza nel mondo reale e poetico di Maria Allo:

INFANZIA IGNARA

Mi torna in mente un sogno:
un viale fiancheggiato da alberi
e l’infanzia sospesa in lontananza.
Ricordo i millicucchi eduli all’ombra
di possenti nervature e foglie cuoriformi
il sapore dolciastro i germogli sfogliarsi
[…] un profumo dappertutto.
Ma l’Etna stamane va in schegge
a denti stretti.
Di questo è il vento a tacere
grido di un dio tra le tempie in fiamme
senza una ferita a ridosso
di un orizzonte spoglio.
[…] tante morti sono nostre
eco di flutti trasparenti
in balia di una raffica impietosa
là dove sgorga ciò che non disseta.
Un vento avaro ritorna sui suoi passi
in questa luce spenta tra i colori
da un moto all’altro sulle fronti.
Sto in queste carte come un treno
in corsa verso l’alba.

PUÒ CAPITARE

Ormai si perde il conto ma a tutte le ore
può capitare la furia di pietre livide
di zolfo o lave livide
su agavi dai fiori turgidi di sesso.
Per tempi segnati da pietà ogni giorno
il caos scivola lontano in bianchi flutti
mentre la terra risuona con la sua ombra
nel rogo di un’assenza.
Un fruscio di palpebre si offre
con vapore di fuochi a qualsiasi dolore
in pieno volo meglio dell’amore
come darsi ancora seminudi
a tutti i venti dell’abisso.

QUESTO SILENZIO

Questo silenzio delle cose travalica il mattino
conosce lo smarrimento della terra
il sangue mescolato alle nubi del cielo
il verdetto nel martirio sconsacrato.
Qui non giunge preghiera.
Questo silenzio impronta nel deserto
si spande nelle venature in ogni stelo
nelle tempie infinite dell’infanzia
sui rami e sulle acque che ci attraversarono
fa di noi mancanza.
Si sta così come inverno di lava
che rapprende su pietre
foglie rami olivi e casolari
sradicati nel biancore tra gli olivi
Come si guarisce dal tacere…




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