(Redazione) - Dissolvenze 09 - Ma il nome di loro vivrà per sempre

A cura di Arianna Bonino



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Da ventotto anni, ogni estate che viene e precisamente nel mese di luglio, lo trovo con le dita, più che con gli occhi: questo libro è nel secondo ripiano della libreria, di fronte alla porta-finestra che per prima si illumina ogni mattina all’alba. L’ho messo ventotto anni fa tra alcuni volumi di poesia: è lì il suo posto, anche se non è una silloge, non è una raccolta di liriche, non è un poema, non è un volume di sonetti o un’ode. Non è nemmeno un breviario di preghiere e invocazioni. Men che meno un romanzo o un’opera teatrale. Non ci sono personaggi in questo libro, anche se ci sono molte figure e tanti nomi.
Ci sono sessantadue fotografie proprio all’inizio, subito. Intendo dire che è l’unico libro che io conosca che è fatto così: non c’è niente prima delle fotografie, che infatti compaiono all’istante, appena si apre, senza una prima di copertina con il nome degli autori e il titolo. E le controcopertine sono sgombre, non c’è scritto niente di niente, nemmeno sull’aletta posteriore, dove di solito si spende almeno una decina di righe sui dati anagrafici e biografici dell’autore. Viene da pensare che allora sia un libro fotografico, ma agli scatti in bianco e nero seguono cinquecento pagine scritte, come fosse un romanzo con in mezzo qualche poesia. D'altronde, come avvisa lo stesso Agee:
“Le fotografie non sono illustrative. Esse, e il testo, sono coeguali, reciprocamente indipendenti, e pienamente collaborativi”. (2)
Ma non è nemmeno un romanzo questo. Rimane l’opzione “reportage”: ecco, un libro documentaristico. Ma no, nemmeno questo riesce a basta a descriverlo. A dire il vero, l’idea in origine era proprio quella di partire - Walker Evans, fotografo, e James Agee, giornalista e scrittore - in un luglio fragoroso e secco di polvere e cicale come fu quello americano del 1936, e andare nel sud del paese a documentare la vita di una famiglia di fittavoli, viverci proprio insieme per un paio di mesi, così da realizzare un reportage e onorare il relativo incarico ricevuto da una nota rivista newyorkese, che vuole traccia giornalistica degli effetti recessivi di quella crisi economica e sociale che travolse l’America producendo riverberi devastanti anche fuori dagli Stati Uniti, mettendo in ginocchio tutti i settori dell’economia, dall’industria all’agricoltura. Evans e Agee ci vanno, la vedono, vivono quella realtà, imprimendo su carta e su pellicola la storia.
Quello che finisce sul tavolo del direttore newyorkese che chiedeva un bell’articolo corredato da belle fotografie, tuttavia, non è esattamente ciò che la redazione si aspettava. La rivista decide di non pubblicare niente. Due anni più tardi, rientrati in possesso dei diritti sul materiale, Agee e Evans si accordano con un nuovo editore, sempre di New York, per un diverso progetto: sviluppare quel primo lavoro, ampliarlo, e farne non un articolo, ma un vero e proprio libro. Ma anche questa volta, a lavoro finito e presentato, il manoscritto viene respinto. Perché quel manoscritto è un problema. Agee lo sa benissimo:
“Ho detto che questo lavoro che stavamo facendo è "curioso". È meglio che specifichi.
Sembra a me curioso, per non dire osceno e affatto terrificante, se accade che un'associazione di esseri umani riuniti dal bisogno e dal caso, e a fini di profitto costituitisi in azienda, un organo di giornalismo, si metta a spiare nell'intimo le vite di un gruppo di esseri umani senza difesa e spaventosamente deprivati, una famiglia rurale indigente e ignorante, allo scopo di esibire la miseria, lo svantaggio e l'umiliazione di queste vite di fronte a un altro gruppo di esseri umani, nel nome della scienza, del "giornalismo onesto" (qualunque cosa significhi un tal paradosso), dell'umanità, del coraggio sociale, e per denaro, e per farsi una reputazione di paladini e di imparziali, reputazione che, con le dovute abili riserve, è scambiabile contro denaro in qualsiasi banca (e in politica, contro voti, raccomandazioni, abramolincolismo, etc.) (3)


È solo due anni più tardi, nella primavera del 1941, che finalmente il libro viene pubblicato dalla Hougton Mifflin Company di Boston, pur se debitamente purgato da alcune parole, considerate termini illegali nello stato del Massachusetts. 
La traduzione italiana del suo titolo è “Sia lode ora a uomini di fama” (in originale: “Let us now praise famous men”). Famosi però non sono, gli individui ritratti in questo diario fotografico-inchiesta-poesia- racconto-documento-cronaca-reportage-storia vera-denuncia-indagine. Sono solo tre poverissime famiglie di “fittavoli bianchi nordamericani”, gente coi volti riempiti più da vuoti e mancanze che da forme. Molti sembrano cartacce stropicciate e lacere, gettate nei campi di cotone che lavorano e lì destinate a consumarsi nella polvere e sotto un sole implacabile e lontano. Poi ci sono i bambini, la trasparenza sprecata degli occhi siderali, le mani aggrappate a una balaustra scalcinata in veranda, le guance asciutte, senz’acqua di pozzo e nemmeno di lacrime.


Scoprire che quella vecchia nella fotografia è una ragazza di ventotto anni è come invocarla in silenzio e vederla comparire lì in piedi accanto al libro e, guardandola negli occhi, sapere con certezza che di bambini gliene sono morti già, di malattie povere e che nemmeno ha saputo chiamare con un nome preciso, e le si vede nelle nocche bianche dei pugni callosi che ancora ne avrà da perdere, di piccoli.


Figli che servono per le braccia che hanno, ma maledetti nelle bocche da riempire con quel poco e quel niente dai seni vizzi, persi sotto il cotone stinto di un abito che sopravviverà anche a loro, come alle madri e a chi prima ancora abbia messo quelle madri al mondo.
No, non sono famosi Fred, Sadie, Margaret, Paralee, John, Richard, Flora Merry Lee e il suo nome da bambina di dieci anni e chissà quanti anni ancora, dopo quei dieci. E nemmeno sua sorella Katy, che in veranda tiene per mano la piccola Clair, scalza e scarmigliata dal sonno fatto abbracciata alla sorella, rannicchiata sul pagliericcio ai piedi di un grande letto che ha più anni di quelli che potranno mai ricordare. Non è nessuno Ivy, che non si sa capire se abbia vent’anni o quaranta e sua madre Molly, o la piccolissima Ellen, così piccola da dirla ancora in soli mesi la sua piccola età. Anche George, che tiene il suo mulo magro per la cavezza di corda e guarda verso Evans, lui pronto a guardare in camera e a scattare, nemmeno George è famoso. Non avrebbe conosciuto altri che sua moglie e i suoi figli, George, se un giorno non fossero arrivati Evans e Agee, lasciandosi dietro polvere e paglia, con il rumore inatteso di un motore, in quei posti calpestati solo da piedi nudi e zoccoli di mulo; quei due da New York, arrivati a chiedere cose difficili da spiegare, ma facili da capire:
“Fred, che ne è di lui, non saprei dire. E Annie Mae, quel cappello; che è ancora, sfondato com’è, con quell’odor di morte di penne e seta in naftalina, tutto gualcito in un cassetto; e quelle settimane in cui fu felice, e per il marito e per lei in cuor suo era bello essere vivi:
Sta sognando lei ora, con paura, di un fucile: George gliel’ha puntato contro; e non c’è grilletto: Ivy, e la madre: che sogni fanno i cani?
Margaret sogna di un marito, e di terra forte, e di signore che salutan con un cenno in un giardino.
E tutti questi bambini:
Questi bambini ancora nel tenero della vita, che trarranno ricordi futuri, e futuro dolore, da questo luogo:
e quei forestieri, gli animali: da lavoro, da morte, da mangiare: e le colture scarse: che fanno il proprio dovere al meglio possibile, come bambini deboli di mente che non fan bizze: riposano ora, tra una strappata e l’altra che dà loro il sole”. (4)


Nessuno di questi nomi è vero. Perché “nessuno di questi personaggi e degli avvenimenti di questo libro è di fantasia”, ecco perché. Anche le fotografie non hanno dati, nomi, date: sono lì, con quelle facce prima di tutto, ma senza parole. Perché non si può andare in posti del genere, che siano in Alabama o altrove, trovarci Estelle o Chester Bowls, con l’unica camicia che indossano da quando si ricordino, e diventare loro, parte di loro stessi, anche solo per due mesi d’estate, e poi riprendere il furgone e ripartire e farli finire in un libro; per bello che sia il libro, lasciandoli così, dissolti nello specchietto retrovisore, con quegli sguardi che rimarranno ancora a lungo a guardare qualcosa, qualcuno che nel frattempo non c’è più, finché la polvere si sarà posata tutta e sembrerà quasi che sia stato tutto un miraggio, un inganno della febbre e dei campi costellati di nuvole bianche.

Cos’è allora questo “Sia lode ora a uomini di fama?”. Un libro non è. “Questo è un libro soltanto per necessità. Più seriamente, è un'impresa di esistenza umana in atto, in cui il lettore non è meno centralmente coinvolto degli autori e di coloro di cui gli autori raccontano”(5)
Da ventotto anni a questa parte prendo ogni estate questo libro che non è un libro, lo trovo sempre al suo posto, nascosto e confuso in mezzo ai volumi delle poesie, come confusa e nascosta tra le righe distese di Agee c’è la musica dei versi, la sua poesia in incognito, come lo era anche lui, che scrive d’essere una “spia che viaggia come giornalista”.
Ventott’anni, ventotto estati. E ora, finalmente, ne ho scritto.
Lui, Agee, voleva che si leggesse ad alta voce, ben chiara, il non libro che ha scritto.
E allora lo faccio. E anche voi. Così che ora e sempre sia lode a quegli uomini di fama, alle donne e anche alla piccola Clair, che sognava cullata dal ronzio degli insetti nell’aria, il giorno d’estate in cui arrivò la Ford di quei due sconosciuti, alzando tanta polvere da sembrare un tornado.


NOTE

(1) Screen shot da: “Let Us Now Praise for Famous Men” by James Agee and Walker Evans, Hougton Mifflin Company, Boston, 1941.
(2) (3) (4) (5): James Agee - Walker Evans: “Sia lode ora a uomini di fama”, il Saggiatore, Milano, 1994

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Commenti

  1. Bravissima Arianna. Splendido articolo. Viene voglia di comprare il libro. Chissà se lo hanno ristampato ? Paolo Volpi

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