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Dialoghi poetici coi Maestri 5. - Rainer Maria Rilke

 

Rainer Maria Rilke -  Foto di repertorio


PRIMA ELEGIA

Chi mai, s’io grido, m’udrà dalle schiere celesti?
E d’improvviso un angelo contro il suo cuore m’afferri, −
io svanirei di quel soffio più forte. Ché il bello
è solo l’inizio del tremendo, che noi sopportiamo
ancora ammirati perché sicuro disdegna
di sgretolarci. Sono gli angeli tutti tremendi.
Così mi trattengo e soffoco in gola il richiamo
d’un oscuro singhiozzo. Chi mai
ci aiuterà? Né gli angeli ahimè né gli umani –
e gli animali sagaci ormai sanno
che non molto tranquilli noi stiamo di casa
in una foresta di segni.
Un albero forse ci resta lungo il pendio,
da rivedere ogni giorno; ci resta il cammino di ieri
e la fedeltà viziata di un’abitudine,
che presso di noi si compiacque e non se n’è andata e rimase.
E la notte, oh la notte, quando il vento del mondo
il viso ci scava, − a chi mai non rimane,
l’agognata, che soavemente delude,
e grave attende il cuore del solitario?
È forse più lieve la notte agli amanti?
Ah, solo l’uno all’altro si occultano essi il destino.
E ancora non sai? Dalle braccia il vuoto tu scaglia
negli spazi, che noi respiriamo; e forse gli uccelli
nell’aria più vasta apriranno più fervido il volo.

Sì, te volevano le primavere. Nel cielo
qualche stella chiedeva il tuo palpito. Un’onda avanzava,
montando dai giorni lontani,
o, mentre passavi accanto a un’aperta finestra,
s’abbandonava una musica. Era quello il destino.
Ma reggevi tu? Non eri sempre
ancora d’attesa turbato, come ogni cosa
ti annunciasse un’amata? (Ma dove vorresti celarla,
poi che grandi strani pensieri vengono e vanno
presso di te e sovente dimoran la notte.)
Ma canta, se t’accora nostalgia, l’eroine d’amore.
Ancora assai immortale non è la fiamma lodata.
Quelle, tu quasi le invidii, le abbandonate, che tanto
apparvero a te, più delle placate, amorose.
Sempre nuova riattingi la lode mai colma.
Pensa: l’eroe sopravvive, a lui l’ultimo giorno
schiudeva la nascita estrema.
Ma nel suo grembo raccoglie le amanti l’esausta natura,
quasi a compire non valga due volte il prodigio.
Hai tu celebrato il ricordo di Gaspara Stampa,
che una fanciulla, cui l’amato sfuggiva,
emulando s’incuori: io sarò come quella?
Non devono alfine questi dolori remoti
recare a noi più frutto? Non è tempo che amando
dall’amato ci liberiamo, vincitori frementi?
Come la freccia il tendine vince per oltrepassare
nel balzo raccolta se stessa. Ché il moto è perenne.

Voci, voci. Ascolta, mio cuore, come soltanto
i santi un giorno ascoltarono. Il gigantesco richiamo
li alzava dal suolo: imperturbati, in ginocchio.
Così stavano essi in ascolto. Non che tu regga
la voce divina. Ma il soffio degli spazi tu ascolta,
l’ininterrotto messaggio che dal silenzio si crea.
Ora un sussurro a te di quei giovani morti trascorre.
Dove entrassi tu mai, nelle chiese di Napoli e Roma,
non ti parlava ormai pacato il loro destino?
O innanzi a te s’ergeva una nobile stele
come ieri la lapide in Santa Maria Formosa.
Che vogliono da me? Sommesso la larva
d’ingiuria rimuovere io debbo, che un poco talora
il puro movimento dei loro spiriti attarda.
Sì, strano non abitare più questa terra,
né più compiere quei gesti appena imparati,
alle rose e alle sere prodighe a noi di promesse
ormai tacere il presagio di un umano futuro;
quanto eravamo nelle mani senza fini sgomente
non essere più d’improvviso;
e abbandonare anche il nome come un balocco in frantumi.
Strano non desiderare più quei desideri.
Strano, questa compagine alfine veder fluttuare
disciolta così nello spazio. Ed essere morti è fatica
e molto ha da ristorare perduto, chi attinga
a grado a grado un poco d’eternità. Ma i viventi
errano, troppo chiari delineando i confini.
Gli angeli (è fama) sovente non sanno
se tra i viventi vadano o i morti. L’eterna corrente
ogni età fra i due regni trascina e sovrana risuona.

Più bisogno non hanno di noi quelli che prematuri
si staccarono, dalla terra ci si divezza
soavemente come dal seno materno.
Ma noi che di sì grandi misteri
ci nutriamo e talora dal lutto sospinti
felicemente avanziamo: − saremmo noi senza i morti?
Né vana è la leggenda che un dì nel compianto di Lino
l’ardita musica prima penetrò le aride pietre
e lo spazio sgomento, di un giovine quasi divino
d’improvviso deserto in eterno, oscillava alla prima
onda del movimento, che ancora ci volge e consola.

Rainer Maria Rilke - tratto da Elegie Duinesi, 1912-1922

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VOCI
 
Non chiedo a chi appartengano quelle Voci,
quei richiami animali e fruscii di foglie, quelle luci
che filtrano lente e inattese, mentre il passo
sosta improvviso e tace (finalmente) il brusio della vita.

Non chiedo perché ogni domanda è sovrapposizione
di significato al suono (di simbolo a iride).
Non chiedo, e la domanda (mai posta) mette radici nel luogo
ombroso della sua gestazione.

La domanda è prima della parola, di ogni parola,
e la risposta è nel ginocchio che cede, nel tendine
che si lacera e impone a occhi bambini
di toccare la terra e tornare tra i muschi.

Là, tra antenne d'insetti, e maceri di fogliame ho raccolto
ossa di avi. Ognuna cantava con timbri di cembalo e,
lanciata in aria, tornava dopo secoli al firmamento
che gli aveva dato nascita.

Non chiedo a chi appartengano quelle Voci, ma le ho contate
una ad una, e ho dato loro un nuovo nome
mentre il pelo sul mio volto si faceva
candido e la mano rugosa.

Ascoltare, Maestro, è tornare nel palmo delle proprie mani,
percorrerne con lentezza di lumaca ogni solco e dirsi uomo
capace di non porre domande a un cielo pudico
che tace; per non annientare il sogno.

Sergio Daniele Donati - Inedito, 2021

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