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Il condannato




E fu trovandosi legato a un palo che capì la costrizione del lampione, l'obbligo di illuminare sempre solo gli altri. E fu trovandosi, quasi per caso, a calpestare antiche tracce che si sentì liberato da un pesante fardello. “Non esiste altro dono da ricevere?”, andava ripetendo a se stesso, quasi fosse il più nascosto dei mantra. “Non esiste altro dono da desiderare?”
Rimaneva intanto in ombra, come l'asta del palo, l'anima sua.

E quei fucili che prendevano la mira lentamente, mirando al suo cuore, furono proprio loro a spingerlo a pronunciare la parola, unica, irritrattabile, definitiva. Alzò lo sguardo, lo posò su ognuna di quelle cinque grigie, opache, canne di fucile. Lo posò negli occhi di ognuno dei cinque fieri fucilieri. Fu uno sguardo unico o cinque, o forse dieci sguardi distinti?

Certamente unica in quell'istante fu la parola che loro indirizzò. Unica, potente, univoca e definitiva.
“ANGELI”, disse.

I fucili si abbassarono, i fucilieri persero la vista, gli occhi velati di lacrime, l'urlo “fuoco” si fermò alla prime due lettere e a chi lo stava pronunciando si seccò la lingua e l'intento. Tutto era silenzio. Il condannato, legato al palo, l'ordine ritrattato, l'eco di una sola parola ancora presente.
"ANGELI-ELI-ELI-ELI"

Narra la leggenda che D-o stesso, di fonte a quella chiamata evitò di mettere un sigillo troppo pesante a un libro che da tempo non sentiva più suo. Fu in quell'istante che ogni cosa venne creata, in quel piccolo eterno istante di sospensione.

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