Cinque inediti di Mirjana Zarifović

Il velo

Ti vorrei donare un velo,
altri occhi per i tuoi occhi,
la sera, sulle tue palpebre,
un filo segreto pensare –
oh non saprei, non potrei al mattino,
immenso azzurro lago apriresti, palpebra risorta -

Dovrei tesserlo io, il velo?
Madre, io sto al faro,
avvisto le navi, metto via il sale.
Qui, un lento animale la nuvola apre
e benedice l’isola
e segna il rame.
Una campana sola, che i sordi odono,
sul fondo senza segni, musica-ustione, sul fondo del mare.

Qui la spina, e dai nidi la luna,
spira, spira…

Madre, sto con il mare.
Stendo le reti,
nell’ardore delle rocce nuoto, nuoto nel rame.
A dio, tu lo sai, chiedo che rinneghi, chiedo che non m’ascolti,
che non si volti, pietà gli chiedo, e che andare mi lasci nel terso nell’ustione,
che non mi protegga, che io erri e mi smarrisca, pietà chiedo,
mentre vado, nell’ardore,
nel sole, quello,
quello che beviamo, agate e sole,
quello che per nascita, sulle labbra abbiamo.

A sud, l’ombra è nel faro.
A nord, l’angelo mangia il pane
e il dattero intinge nel sale.

Un filo di bisso, sì, quello.
_____

Il podere


Il podere
molto sa.
Sa che la regina non alzerà la voce per convocare il destino e chiedere la giusta misura. Solo la giusta misura. Per il tempo e l’amaro stelo, per il riparo e la clemenza.

Il podere
conosce la regina.
Tuttavia, ella viene da lontano e nel riflesso delle lame è sorvegliata. Volta a est, un lume le parla: lo sguardo sottrae, offende. Per troppa bellezza sono state murate.

Il podere
sfugge alla descrizione. Le sue spire assorbe e protende.
Nello stagno entra qualcuno che non assomiglia alla regina.
Le corone dai suoi seni solleva.
_____

L'aspersione dei germogli

Per l’aspersione dei germogli,
per alzare il fogliame sei venuto,
portando nella conca delle mani da lontano,
portando l’acqua .

Sembrava l’angelo conoscerci.

E là, presso la piccola scala,
il respiro preso dalle labbra
al filo dell’altro respiro si annodava.

Sulla scala, come nessun altro era sulla scala,
come nessun altro vento, più privato vento,
aperto il reame dei semi, il fogliame si alzava.

Tu parlavi, tu eri.
E il tuo dire,
oro chiaro i semi sfogliava,
oro bruno, la fiamma,
oro nero, l’oro sommerso.

Alla sillaba le mani e l’acqua di luna chiara.

Per procura del cielo.

E se la fune trapassò il vento,
se spirava o durava,
andava l’anima con l’anima,
sprofondava, sfigurato il giglio sul volto del frammento.

Sotto il fogliame, nel fragrante centro, cosa era vivo?

L’aspersione dei germogli.
Insufficiente l’attrazione del mistero
per comprendere.
_____

Tu sei tutto una benedizione

Tu sei tutto una benedizione.

Non hai visto quel che credi violato, altre bende sotto le prime,
quasi stelle,
quelle che posso dire.
Benedice, benedice
il lume lontano, la terra e il grano,
la perduta fonte ha un nome, dice,
sognate, non è vano.

Ci accoglierà, lucente onice, per mano,
nel roseto dei primi giochi, il mago dai neri occhi,
tutto fuoco che benedice
questo piatto,
quest’uva,
questo lino e le bende,
quelle sul campo non arato,
dove gli uccelli a cantare son chiamati,
e nel roseto mentre arde
a precipitare.

È giunta l’estate, ha nel cuore una cella azzurra, dove tu…
dove la tua mano benedice e tutto fa di luce sbiancare,
e dal mio petto scivola la lastra, benedice,
tu hai benedetta la fronte e la mano.

Per te è questo seme che viene da lontano, è grazia lo stelo che s’alza,
ah fiore, ah frutto, non concesso al mortale.
Se avremo tempo, prima che il buffone alzi la mano.

La bocca e l’altra bocca, quando la cella azzurra tace, e tu hai le lacrime mie
e sciogli le trecce alte, mentre andiamo
nell’oro dell’estate.
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Solo viole d’acqua

Solo viole d’acqua nella notte straniera.
Piana, solo l’artiglio che incide la piana nella notte color d’acqua, terra straniera.

Creatura, ti fu promesso vino di viole, ma tutto è niente nel paese straniero.
L’estate fa neve nel paese straniero.
Taci, ingrata! è peccato, tutto è spumeggiante vino di miele,
tu sola sei niente,
tu sola vai scalza per aria a mendicare, sfacciata!
Tra le ciglia hai un petalo,
per te lo tieni e ancora speri,
che il cielo sarà clemente, credi.

Tu colmavi le tavole di prodigi, incantavi, le lunghe mani protendevi
a stregare il biancore – si fa neve ora, nel paese straniero –
Non sapevi che erano acque grevi?
Sì, lo sapevi, ma non le gettavi, care le finestre
per sfogliare l’oro dalle icone, dove ti specchiavi,
ti credevi bella quando sulle nuvole salivi.
Quegli altari.

Danzano i cervi nella neve d’estate, ferma la slitta,
dove ha fine l’ardore, d’oro si copre l’icona smarrita.
Non temere. È tuo quel volto.
È tuo ogni volto, lo abbuia il petalo e l’avida acqua.

NOTE BIO-BIBLIOGRAFICHE SULL'AUTRICE

Mirjana Zarifović è nata in Istria, in Croazia. Ha studiato filosofia e storia dell’arte e, dopo un periodo trascorso in Inghilterra, si è stabilita in Italia, a Torino, dove vive e lavora. Negli anni Novanta si è dedicata alla pittura e ad altre forme di arte figurativa, esponendo in mostre collettive e personali. Artista polivalente e personalità eclettica, da sempre attratta dalla dimensione originaria della parola, ha in seguito iniziato a scrivere poesie e racconti. Un suo testo, Jade, è stato messo in scena nel 2013, in uno spettacolo teatrale che l’ha vista interprete. Con la casa editrice Moretti&Vitali nel 2019 ha pubblicato In un altro tempo caduta, un racconto che si situa tra prosa e poesia, strutturato in frammenti.


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Commenti

  1. Conduce in mondi onirici dove le parole ricreano eventi favolosi. È magia?

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