(Redazione) - Dieci aforismi di Maria Pia Latorre - nota di lettura di Sergio Daniele Donati

 

Questi aforismi di Maria Pia Latorre (con l’apertura di Zambrano che funziona quasi come una chiave d’accesso) costruiscono un piccolo sistema filosofico compatto, dove ogni frase sembra isolata ma in realtà vibra in risonanza con le altre. Il loro centro non è un tema unico, ma una tensione: quella tra il limite e l’eccedenza, tra ciò che siamo e ciò che ci sfugge, tra il tempo che ci attraversa e il tempo che cerchiamo di trattenere.
C’è innanzitutto un’idea forte: nessuna cosa basta a se stessa. L’amore non basta, perché “ci consuma” e proprio consumandoci ci aderisce; la vita non basta, perché è “una riduzione dell’eternità”; la felicità non basta, perché è “un dolore travestito da miraggio”. È come se ogni esperienza umana fosse una forma di sottrazione: ciò che viviamo è sempre la versione ridotta, contratta, di qualcosa che non riusciamo a possedere interamente. 
Ma questa sottrazione non è negativa: è la condizione stessa che ci permette di percepire, desiderare, cercare.
Parallelamente, emerge una riflessione sul tempo: non come linea, ma come trama in cui ci muoviamo senza mai abitarla davvero. Latorre coglie con precisione la nostra incapacità di stare nel “mentre”: siamo creature del prima e del dopo, intrappolate nella proiezione e nella memoria, incapaci di sostare nell’intervallo vivo. È un pensiero che si avvicina a certe intuizioni di Simone Weil o di Cioran, ma con una delicatezza meno tragica, più osservativa.
La solitudine qui non è un fatto sociale, ma una frattura interna: “la disarmonia tra le nostre componenti interiori”. È un’immagine che sposta il discorso dalla mancanza di altri alla mancanza di un centro stabile in noi stessi. E questa disarmonia si lega all’idea che “ognuno di noi è al centro di qualcosa” ma passa la vita a “definirne il raggio”: siamo centri mobili, incerti, impegnati a misurare un perimetro che cambia continuamente.
Poi c’è la questione dello sguardo: la persona semplice “non si meraviglia delle bellezze della natura perché è in esse”. Qui la meraviglia non è un atto, ma una condizione: non si guarda la natura da fuori, la si abita. È un rovesciamento interessante, quasi mistico, che suggerisce che la vera semplicità non è povertà di pensiero, ma immersione.
La poesia, in questo quadro, non è un dato ma una ricerca: “a volte non è nelle parole, devi andarla a cercare”. 
È un invito a non confondere il linguaggio con il senso, la superficie con la profondità. E questo si lega bene all’ultimo aforisma, quello dei vestiti che “imparano a memoria le forme del nostro corpo”: un’immagine bellissima, che parla di come le cose trattengano tracce di noi, come se il mondo avesse una memoria tattile, una capacità di ricordare ciò che lo ha sfiorato.
In fondo, tutti questi aforismi convergono su un’idea: l’essere umano è un composto di splendori e miserie, un equilibrio instabile tra ciò che lo trascende e ciò che lo limita. E la scrittura di Latorre non giudica, non consola, non spiega: osserva. Registra. Illumina. È una scrittura che non pretende di chiudere il senso, ma di aprire varchi.

Per la Redazione de Le parole di Fedro 
il caporedattore - Sergio Daniele Donati




I TESTI


Nulla di ciò che è può bastare a se stesso
(Maria Zambrano)

01  
L’amore quanto più ci consuma tanto più ci aderisce addosso

02  
La vita è una riduzione dell’eternità.

03  
La persona semplice non si meraviglia delle bellezze della natura perché è in esse.

04  
Ognuno di noi è al centro di qualcosa. Passiamo la vita a definirne il raggio.

05  
La felicità è un dolore travestito da miraggio.

06  
Nella trama del tempo ogni prima è un dopo. Ci intrappoliamo e ci condanniamo al prima sapendo che presto diventerà un dopo. E in tutto ciò perdiamo di vista il mentre.

07  
Esistono diverse solitudini. Una di queste è la disarmonia tra le nostre componenti interiori, un’altra è l'incapacità di dialogare col mondo.

08  
A volte la poesia non è nelle parole, devi andarla a cercare.

09  
Siamo ammassi di splendori e miserie.

10
Ci sono vestiti che imparano a memoria le forme del nostro corpo. 

NOTIZIE BIOBIBLIOGRAFICHE 

Maria Pia Latorre vive e insegna a Bari. 
Promuove la lettura ed è appassionata di poesia. 
Autrice di narrativa, già cultrice di Letteratura dell’Infanzia (Uniba), collabora con giornali e litblog. 
Ha pubblicato una trentina di volumi tra narrativa e poesia. È presente in molte antologie, tra cui in “The Tiger Moth Review”, di W. Allegrezza (Indiana University, USA), in “Anteprime”, di G. C. Airaghi e nel volume XLIX di “Transiti Poetici”, di Giuseppe Vetromile. 
È collaboratrice de “L’enciclopedia delle donne”. Coordina i poeti per ambiente de “L’isola di Gary” e la fanzine “Materìa”. Collabora all’organizzazione di premi letterari.
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