(Redazione) Lo spazio vuoto tra le lettere - 04 A mano libera (sul silenzio tra le lettere)

 

A cura di Sergio Daniele Donati
Avvertenza: questo articolo è stato scritto di getto ascoltando, durante tutta la sua stesura,
il Concerto Numero 2 per piano e orchestra di Sergei Rachmaninoff
nell'esecuzione di Evgeny Kissin. 
Ne segue pertanto ritmi, tempi e, in un certo senso, anche gli umori.

Guardo le mie mani. Sono vissute e piene di segni e macchie.
Le guardo con un certo orgoglio, come Anna Magnani guardava le rughe sul suo volto. 
Sono le mani che hanno tenuto in braccio mio figlio, appena nato, lo hanno pulito e nutrito.
Sono le mani che hanno amato e carezzato e poi picchiato pugni di rabbia contro il muro. 
Sono le mani che hanno tenuto per vent'anni una spada di legno e hanno fatto volare alti in cielo sogni di completezza e unione. 
Sono le mani che hanno tenuto una penna in mano per infiniti minuti e per infinite ore hanno girato pagine di libri polverosi.
E sono dita - piccole e un po' ancora bambine - che si sono tagliate con la carta milioni di volte, prima di capire l'avvertimento.
La parola ferisce, la parola è una lama, preziosa certo, ma da maneggiare con cura, con le giuste pause.
E poi, mentre le note di un piano - più russo delle steppe - mi incitano alla scrittura, alzo lo sguardo. 
Davanti a me quella vecchie edizione del Pentateuco, la più vissuta tra quelle che ho a casa.
Io non sono credente, anzi non so se sono credente. 
Anzi non so se chiedersi se si è credenti sia una cosa intelligente. 
Mi pare un po' come chiedersi se ci sarà un altro respiro dopo quello che stiamo vivendo.
Sono domande che tolgono il respiro, appunto. 
La apro alla prima pagina e so esattamente di cosa devo scrivere. 
Questa rubrica ha un nome che ho scelto d'istinto o che un istinto altro ha scelto per me. 
Lo spazio vuoto tra le lettere - il suo valore, il suo richiamo -  non è un'invenzione del Donati. 
È, al contrario, una domanda antica sul ruolo del silenzio all'interno della parola. 
Tra ogni parola c'è una pausa, è ovvio. 
Occorre dividere per creare. Ma una scrittura fatta d'una infinita sequenza di lettere-spazi vuoti-lettere che significato ha?

Allora guardo quella prima parola, quel fuoco iniziale che narra dell'istante da cui si dice sia nata ogni cosa. 
Bereshit (בראשית) - nell'inizio, al cominciamento. Una parola di sei lettere (consonanti) e cinque spazi vuoti interni.
lettera-vuoto-lettera-vuoto-lettera-vuoto: sembra un linguaggio binario. 
Ma anche una esortazione a rallentare. 1
Ogni vuoto, a seconda del nostro stato mentale e attitudine, può essere letto come un prima della lettera che lo segue oppure un dopo la lettera che lo precede. O forse può essere entrambe le cose contemporaneamente. 
Ascoltare il silenzio tra le lettere significa percepire la profondità della rielaborazione di ciò che si è già letto e la spinta, poi, a proseguire nella lettura. 
Ogni salita in montagna è, d'altronde, così. 
Ci si ferma ogni tanto e, a seconda dell'attitudine e dell'umore del momento, si guarda quanta strada ancora ci distanzi dalla vetta; oppure, guardando in basso, quanta ne abbiamo già percorsa. 
Fermarsi un secondo per capire il senso del movimento.
Fermarsi un secondo per percepire l'energia della ripartenza. 
L'uomo - ma anche lo scrittore e il lettore - non è costruito per un movimento costante e lineare di ascesa.  
E poi penso, mentre la musica si fa di miele, che gran parte della poesia da sempre si è interrogata sul rapporto tra parola e silenzio.
O meglio, si è chiesta del valore del silenzio prima della parola o dopo di essa. 
Ben più raramente ha posto il tema del silenzio nella parola.
Eppure, tra quelli citati, quello è l'unico silenzio di cui possiamo percepire la grafica e la fisicità. 
C'è un vuoto dentro ogni parola e quel vuoto è, forse, la fucina di ogni significato, ciò che toglie alla parola l'unicità della sua essenza sonora. 
Forse (e ripeto forse) in assenza di quei vuoti ci sarebbe impossibile passare dalla parola suono  alla  parola significato, perché è nel fuoco lento di quei vuoti - di quei calderoni di rame - che il significato si crea. 
D'altronde  senza quel vuoto ci sarebbe impossibile percepire che la parola è ben altro che la somma dei suoni delle lettere che la compongono. 
In questa notte, piena di sonorità russe e testi ebraici che danno i brividi, mi ritrovo a pensare - una sorta di fulmine subitaneo di notte - che in fondo lo spazio vuoto tra le lettere corrisponde a qualcos'altro, forse, della narrazione biblica.
Dopo ogni giorno della creazione c'è una sorta di sosta, di fermata in cui il creatore osserva, rielabora e benedice. 
Dio vede che l'opera svolta "era cosa buona" e solo allora finisce il giorno. 
Solo dopo questo dire, preceduto da una sosta, si procede col giorno successivo.
Allora forse (e ripeto forse) lo spazio vuoto tra le lettere rappresenta anche questo. La possibilità di dire il bene della propria lettura/scrittura prima di procedere oltre. 
È quello tra le lettere dunque, forse (e ripeto forse), un vuoto, un silenzio di sacralità piena. 
La bellezza della parola è nel silenzio che crea.
___
NOTE

1 - sarà un caso ma è proprio ora, mentre parlo di lentezza, che inizia il più emozionante degli adagi.






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Commenti

  1. Molto interessante la dialettica spazio/vuoto e il suo radicamento nella tradizione ebraica.

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    1. Grazie davvero, Tiziano.
      È vero che il pensiero ebraico si sofferma molto su questa idea di vuoto.

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  2. Mi ritrovo in questi silenzi mentre disegno senza colori, tra una foglia e l'altra di olivi millenari. Come in una preghiera, mentre mi avvicino al milionesimo lavoro, oltre il quale ci saranno solo silenzi e più nessuna foglia.
    Vabbè però, non è che ogni volta che commento da te posso far la seria eh? :-)

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    1. Grazie davvero per queste magnifiche parole. Per me, poi, umorismo e ironia sono sempre fonti di creazione sempre benvenute 🤗

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