(Redazione) - Dissolvenze - 03 - Al buio (su Evgen Bavčar)

di Arianna Bonino
Goodbye
If you are still alive when you read this,
close your eyes. I am
under their lids, growing black.
Bill Knott
AL BUIO
­­­­­­­­Ogni giorno, per almeno un’ora al giorno, sono cieca.
Non parlo del sonno, lì ci sono i sogni e non hanno a che fare con questa storia. O forse sì, vedremo…
Per un’ora al giorno sono cieca. È un tempo che si consuma in piccoli frammenti, per essere precisi, dodicimila, ogni giorno. In quei quattromila secondi sparpagliati nelle ore, chiudo gli occhi. È una cosa naturale, necessaria. Serve per i miei occhi, per bagnarli, per detergerli, per proteggerli dall’eccesso di luce. Ma anche il mio cervello ne gode, sospendendo la raccolta incessante d’immagini che si scaraventano continuamente nello sguardo che guarda e che generano pensieri, reazioni, memoria da archiviare.
Sono dodicimila istantanee mancate, a pensarci bene. Dodicimila perdite di vista. Non posso sapere cosa accada realmente là fuori per quell’ora al giorno, in quei dodicimila scatti perduti.
Nella collezione di istantanee che fanno il senso del vedere, già così frammentato, parziale, vago, ci sono anche degli strappi, dei buchi, vuoti momenti d’ombra, intervalli ignoti, bui.
A questi devo aggiungere le fotografie vere che faccio, perché anche in quel caso distolgo lo sguardo dal mondo e lo metto in un dispositivo che serve per fissare l’istante. Quell’istante non lo vedo: ne vedrò solo l’immagine fotografata, quindi. E sarà l’immagine di qualcosa che è già cambiato, che non esiste più e che, in realtà, non ho mai visto, perché l’ho voluto fotografare, perdendolo per conservarlo in icona.
La mia cecità diurna si traduce quindi in una cosa come quindici giorni all’anno di realtà chiusa fuori dalle palpebre, forse molti di più. Non è poco.
Cosa fanno gli occhi quando non guardano?
Certo, questa cecità da battiti è nulla in confronto alla cecità assoluta di chi è sempre non vedente.
Cosa fanno gli occhi di chi non può guardare?
Lo sa forse Evgen Bavčar.
Esistono fotografie da guardare a occhi chiusi. Perché sono state scattate ad occhi aperti, ma privi di luce. Sono gli occhi ciechi di Evgen Bavčar.
La sua infanzia aveva due occhi limpidi, curiosi e freschi come quelli di un bambino che corre, vive e gioca; la Slovenia era ed è un luogo verde in primavera e bianco e lucente d’inverno e Lokavec ha i suoi tanti alberi, i suoi nascondigli di roccia, i suoi quattro torrenti d’acciaio e pietre, e custodisce anche le sue bombe inesplose, Lokavec, tesori mortali insepolti nel verde. Evgen ha un destino forse. A consuntivo pare di vedere una trama, un motivo che percorre le sue perdite e le sue ricchezze nuove. È un ramo a trafiggergli l’occhio sinistro mentre rincorre la sorellina in un bosco. E l’oscurità cava del non più si accoccola sotto il ciuffo dei suoi capelli infantili, un piccolo globo inerte vi giace incastonato. Il mondo si dimezza, l’eclissi procede nel suo transito. E continua: compie il suo completo e perfetto circolo nero, definitivo, pochi mesi dopo, il giorno in cui Evgen, dodicenne, maneggia un ordigno che non è un giocattolo e che giace in agguato da anni nella foresta. La deflagrazione solleva schegge indifferenti, che, cieche, non guardano dove vanno, limitandosi a penetrare tutto ciò che incontrano, inclusi gli occhi di Evgen, la cui vita viene risparmiata proprio per via di quel pianeta artificiale rintanato nella sua orbita sinistra, che ostacola la traiettoria di uno di quei fulmini di metallo.
Evgen è salvo, ma i suoi occhi sono morti. Il mondo è là fuori, lo sa, l’ha visto tante volte. Il mondo che era, fissato nei ricordi che accudisce. Ma più li accudisce, più stingono, logorati dall’abuso di memoria a cui attinge assetandosi senza tregua.
È nel giorno del suo sedicesimo compleanno che incontra una nuova prima volta: scatta una foto che non vedrà mai, come tutte quelle che seguiranno a quel ritratto perduto della sua fidanzata.
Forse lo fa proprio con la sua prima macchina, una Leica comunista, la Zorki sei, dono di quella sorellina che, rincorsa nel bosco, è proprio l’ultima immagine reale che i suoi occhi videro prima che lo specchio del sole si facesse nero. Lui sente il rumore del mondo e il suo silenzio fermo, allunga una mano, prende la mira con il tatto, tocca quel viso, entra nella foto che tra poco scatterà, sorprende la liminalità, la deflora, la possiede, la capovolge, la invade, la risignifica, la ricrea. E scatta.
Cosa è una fotografia, adesso?
Da adesso la fotografia non è più quella di prima: fotografare non è inchiodare il reale a se stesso, strapparlo al tempo, metterlo in salvo dallo stesso reale. Da adesso fotografare è un atto della mente.

Non sorprende che Bavčar abbia una cultura sconfinata, che sia filosofo, oltre che creatore di fotografie memorabili e che parli molte lingue. È padrone del desiderio di vedere, di sentire, di capire. Il suo buio è illuminato dalla proiezione del suo pensiero.
Bavčar lo dice: “io non ti vedo, ma ti faccio vedere agli altri…io sono una camera oscura”
Cosa c’è nelle foto di Bavčar, Bavčar lo sa dopo: è il racconto di parole che vuole sentire da chi vede quelle immagini e trasforma in suoni e verbo il visto, restituendolo a lui che l’ha creato senza conoscerlo. Bavčar non ha quello che dà, ma ha quello che riceve da chi non vuole nulla: le parole, il suo veicolo di transito verso una luce impossibile, ma vera.
La fotografia di Bavčar è bella, perché è irriconoscibile e diventa quello che ci vede chi la guarda. Sono tutti ritratti e insieme specchi e forse sogni che hanno scalzato il mondo, precipitandosi fuori dalla sua mente e imprimendosi là dove lui non può vederli.
Estroflessioni dell’immaginazione, forse. Forse il subbuglio d’ombre e macchie che vediamo chiudendo gli occhi e lasciando che i fosfeni giochino il loro caleidoscopio variegato proiettandosi sul lato interno delle palpebre chiuse: uno zoo fantastico di creature vere perché viste, viste perché immaginate, fotografate per essere dette.

Cosa è la fotografia adesso?
Percezione non più. Pensiero?
Quello scatto è una contrazione sul mondo, espettora un vagito, deietta là fuori qualcosa che viene dal buio, una creatura, una creazione, il cui volto Bavčar non può toccare se non con le parole di chi vede.
La fotografia di Bavčar è una domanda infinita che dichiara inquietudine e sfalda i paradigmi dicendo che il mondo è una luce assetata della sete inestinguibile dei sogni.
Chiudi gli occhi, ora. E guarda davvero le cose che non hai ancora visto.
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Evgen Bačvar è nato a Lokavec, in Slovenia, nel 1946. All’età di dodici anni, nel corso di due eventi accidentali, ha perso completamente la vista.
Dal 1972 al 1976 ha studiato Filosofia ed Estetica alla Sorbona. Vive a Parigi e dal 1976 lavora per il CNRS (Centro Nazionale per la Ricerca Scientifica).
Nel 2010 ha ricevuto la Laurea Honoris Causa dall’ Institute of Critical Studies (Messico).
Nel 2011 ha ricevuto la Laurea Honoris Causa dall'Università di Nova Gorica (Slovenia).
Parla correntemente sloveno, francese, italiano, tedesco, spagnolo, serbo-croato, russo e portoghese.
Sono numerose le sue pubblicazioni e partecipazioni a mostre fotografiche nel mondo. Tiene corsi di fotografia, e, soprattutto, guarda ogni giorno il mondo senza quei dodicimila battiti, senza perderne nemmeno uno.
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