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Vengono da lontano, le ventidue danzatrici

 

Tzade di Sergio Daniele Donati

Vengono da lontano e io
non ho la forza d'aprire
la porta e invitarle a entrare.
Di questo loro ridono;
non hanno colmato le distanze
tra galassia e galassia
per entrare nella mia dimora.
Sono qui per farmi uscire
e mostrarmi quanto possa esser gradevole
sostare davanti al fuoco
e cantare antiche canzoni.
Sono venute di lontano
e bussano alla mia porta
per mostrare a un uomo
schiavo dell'abitudine
i ridenti tramonti dell'Altrove.
Le sento montare il campo
nel cortile e accendere le braci,
ridono e scherzano,
poi di colpo tacciono;
ascoltano il mio mugugno dentro la casa.
Poi ridono di nuovo.
Non hanno colmato le distanze
tra passato e presente
senza conoscere i tempi del futuro.
Son venute da lontano
e la loro regina ha occhi di smeraldo e tace
su un trono di foglie.
Ora non bussano più alla porta;
ne grattano i legni con dita fatate,
li sfiorano delicate.
Non hanno colmato le distanze
tra galassia e galassia
senza sapere che il cambiamento
è figlio della carezza;
non dell'ariete.
E io apro la porta,
e le guardo e guardo la regina
e so che d'ora in poi cambierà il mio nome
perché c'è chi ha colmato la distanza
tra galassia e galassia
per ricordare a un uomo
schiavo dell'abitudine
il futuro che porta sulle spalle.




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