(Redazione) - Una costante follia - 01 - Rasa

 
Di Anna Polin

Un amante fatto di luce
roccia nuda
peregrinazione senza vento

La luce asciutta dell’Himalaya, gli spazi d’alta quota che bruciano la mente sono un impatto che apre una visione ineluttabile. In particolare il Kashmir, così irraggiungibile nella sua essenza perché pieno di contrasti, regala, a chi lo desidera, il rigore della costanza. Credo che solo mantenendo una direzione ci si appropri di un’intensità del vivere tanto nascosta quanto ordinaria. Questa rubrica porterà inevitabilmente il profumo dell’incontro con altre culture, non ho intenzione di fare un trattato sulle differenti filosofie orientali, non ne ho la competenza, cercherò piuttosto di raccontare del modo in cui la poesia sia intimamente connessa a tutto ciò ed è proprio per questo che ho deciso di chiamare questa rubrica: una costante follia. L’attrazione irrimediabile per gli aspetti inspiegabili dell’esistenza è comune ai grandi viaggi, alla poesia e alla spiritualità libera da ogni convenzione. In questo primo scritto cercherò di raccontare con i miei mezzi elementari l’incontro con ciò che lo shivaismo del kashmir definisce Rasa.
Rasa significa succo, essenza, ma anche godimento estetico. Ne ho capito veramente il significato una quindicina di anni fa leggendo dei testi di fronte ad un pubblico che aveva improvvisamente taciuto. Il quel subitaneo cambiamento d’attenzione non esisteva più né attore, né pubblico, restava solo la parola. Il pronunciarla provocava qualcosa di purissimo che accadeva attraverso il “godimento estetico.” Allora non conoscevo ancora il termine rasa, ma quando, qualche mese dopo, lo lessi per la prima volta, compresi perfettamente di cosa si trattava. Dopo di allora in maniera disordinata e casuale ho cominciato ad addentrarmi nei grandi testi dell’India, riportandone delle competenze che sono molto più simili a quelle di una contadina che conosce la terra perché ce l’ha tra le mani, che a quelle di un filosofo o di uno storico.
Le scuole medievali del Kashmir e in particolare il grande filosofo Abhinavagupta hanno trattato in maniera ineguagliabile il tema del rasa e in generale dell’arte e della poesia. Troviamo tracce della teoria dei rasa nel Nāṭyaśāstra, uno dei più importanti testi sul teatro classico indiano, attribuito al muni Bharata, datato fra il 200 a.C. e il 200 d.C. Per primo egli ritenne l’arte un veicolo che permetteva un’esperienza di unità. Per comprendere questo è necessario contestualizzare. 
Conoscere nell’India antica, come nel mondo greco delle origini, è investigare la verità con tutto il proprio essere, in una visione allargata del corpo come fisicità cosciente.”1
La conoscenza non è raccogliere informazioni, quanto piuttosto l’abbandonarsi a un’esperienza immersiva che richiede la totalità dell’essere. Non si tratta di sapere delle cose, ma di essere il silenzio delle cose. Quindi è chiaro che tale prospettiva fa intuire la necessità di una costanza d’indagine, di una passione che impregna ogni fibra. E’ il movimento di un “io” che per una sorta di follia improrogabile chiede con pena e intensità di andare oltre se stesso. E’ qualcosa di totalizzante. In questo quadro la poesia appare come una scheggia luminosa e veritiera, ma il movimento è ben più esteso. Lo stesso è per la teoria del rasa. 
Abhinavagupta ha il grandissimo pregio di descrivere con estrema precisione il frammento che la poesia e il rasa riflettono. Scrive il mistico-filosofo: “ il rasa è un lampo dell’assoluto nel cuore dell’uomo sensibile, è l’esperienza della libertà nella forma della bellezza.” 2 
Dunque la parola poetica, è ben più che un gioco di assonanze, ritmo e significato, è piuttosto uno squarcio tra la visione ordinaria e qualcos’altro che le parole non arrivano a descrivere: una densità luminosa non razionalizzabile. Tale densità è il corpo stesso della parola, la materia di cui è costituita. Il rasa (attraverso dhvani: risonanza), è il fenomeno attraverso cui lo sperimentiamo. Il particolare ambito dello shivaismo del Kashmir descrive con sempre maggiore raffinatezza quello che Abhinavagupta definisce senso estetico e l’aspetto sensibile del rasa. Conoscere è un esperienza che accade attraverso i sensi che sono attraversati dal contatto di ciò che incontrano. Normalmente il cervello filtra tali sensazioni riportando tutto ad una griglia nota, rassicurante e spesso molto grigia, ma a volte accade, che un suono, un immagine, una parola, oltrepassi tale soglia, toccandoci in maniera non mentale, entrando direttamente in uno spazio sensibile che anche noi occidentali definiamo istintivamente: cuore. Questa definizione non contiene le caratteristiche che normalmente riscontriamo nella nostra cultura, è lo stesso luogo, ma è sobrio, silenzioso, centrale. 
Ecco allora che per gustare una poesia, una musica, un bel volto, è necessario che lo spettatore sia dotato di cuore.3 
Il cuore è il primo e ultimo luogo del “corpo poetico” che abita chiunque sia sensibile alla vita ed è il luogo del rasa, ovvero lo spazio del silenzio vibrante in cui la parola ci stupisce, in cui non c’è differenza tra me e un altro, tra me e la parola pronunciata. Il poeta non descrive l’emozione personale, ma risveglia nel lettore un’esperienza condivisa, questo è il segreto del rasa4

NOTE
1 - Gioia Lussana, Lo yoga della bellezza, OM edizioni
2 - Parafrasi moderna ispirata a Abhinavagupta; vedi Gnoli 1985, e Wilke 2018 per la teoria estetica del rasa.
3 - Soltanto i sahṛdaya, cioè coloro che hanno un cuore sensibile (viśuddhāntahkaraṇa), possono davvero gustare il rasa (Abhinavabhāratī al Nāṭyaśāstra VI; Locana al Dhvanyāloka I.4).”
4 - Parafrasi di Abhinavagupta dull’universalità del rasa

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