(Redazione) - Il Midrash infinito e il sogno della verità: Idel, Kaplan, Celan, Jabès, Rilke e Luzi
Il rapporto tra poesia sogno e Kabbalah costituisce un nodo centrale della riflessione contemporanea sulla mistica ebraica e sulla funzione epistemica dell’immaginazione.
Allo stesso tempo esso mantiene un sicuro fascino e una certa rilevanza anche nell'indagine critica di autori, anche del dominio poetico, storicizzati ed estranei alla cultura ebraica in senso stretto.
Moshe Idel, forse il più grande sapiente vivente in merito al pensiero ebraico e cabalistico ha mostrato in più sedi come ogni sogno sia latu sensu null'altro che un testo fluido e rivelativo per il quale, come poi riscopre la moderna psicanalisi, l'attività interpretativa non solo è necessaria e fondante ma anche formativa del sogno stesso.
L'interpretazione del sogno, come di ogni altro testo, è parte integrante, in altri termini, dello stesso sogno e, come risaputo, nella cultura tradizionale ebraica essa era oggetto di attività comune, quasi comunitaria, se il sognante riteneva che il suo sogno fosse portatore di significato e senso per l'intero consesso.
Il sogno rivelatore veniva depositato nell'assemblea comunitaria perchè ricevesse un'interpretazione plurima, collettiva e plurale, utile non solo al soggetto sognante ma ad ogni partecipante alla sua interpretazione.
Aryeh Kaplan, autore immenso di cui spesso abbiamo parlato in queste pagine, ha poi ricostruito la tradizione della meditazione ebraica come pratica di concentrazione e immaginazione.
E poeti come Paul Celan ed Edmond Jabès hanno trasformato la parola poetica in una sorta di Midrash moderno, infinito ed epistemico; almeno questa è la tesi di questo breve intervento.
Non si possono poi non citare Rainer Maria Rilke e Mario Luzi i quali ci consentono di ampliare il quadro, mostrando come anche la poesia di matrice e radice non ebraica e abbia elaborato forme di ricerca poetica che dialogano con la logica midrashica e cabalsitica.
- Il sogno nella prospettiva di Moshe Idel
D'altronde la cosa è confermata dallo stesso Talmud laddove sostiene che
Disse rav Hisdà: "Un sogno non interpretato è come una lettera non letta".
Il sogno e la sua interpretazione dunque non è mera passività, ma produzione di senso: un testo aperto, un campo di possibilità interpretative. In quanto tale, esso si avvicina alla logica del Midrash, che non chiude ma apre.
Del Midrash, di cosa sia e della sua struttura, parleremo compiutamente più sotto, non temete; per ora mi preme sottolineare che in Idel – e non solo – il sogno diventa ponte tra inconscio e trascendenza (tra "due inconoscibili", almeno parzialmente, insomma), o esperienza visionaria che veicola rivelazioni e che deve essere descritta come pratica culturale anche comunitaria.
E soprattutto diviene, al verificarsi di certe condizioni, attività volontaria che si può guidare verso la rivelazione e non solo un orpello del sonno in sé.
Questa idea della possibilità di un sogno guidato e lucido è condivisa tra l'altro anche da ogni scuola di pensiero filosofico e/o mistico estremo orientale.
- Kaplan e la tradizione di meditazione ebraica
«La meditazione cabalistica è un metodo per percepire universi superiori» (Kaplan, 1982, p. 12).
Essa è da considerarsi dunque del tutto epistemica perché produttiva di conoscenza attraverso simboli e visioni, e quindi si avvicina alla logica midrashica di cui parleremo al capitolo successivo: ogni esercizio meditativo sarebbe quindi per l'autore un a sorta commento infinito all'infinito "testo dell'esistente", un’apertura verso nuovi significati ancora celati.
- Il Midrash: etimologia e funzione
Il termine Midrash deriva dal verbo ebraico דָּרַשׁ (darash), “cercare, indagare, interpretare”.
Il Midrash è dunque un genere esegetico, facente parte del canone ebraico, che si sviluppa tra il II e il VI secolo d.C. e consiste in racconti, spiegazioni e ampliamenti dei testi biblici.
La sua caratteristica principale è l’apertura: ogni parola della Torah può (deve, se l'ermeneuta e interprete "fa bene il suo mestiere") generare interpretazioni multiple e stratificate in più livelli e ogni interpretazione può a sua volta diventare oggetto di nuove letture. Non esiste alcun punto finale: la verità è sempre cercata, mai posseduta, la verità è sempre, dunque, dinamica.
La cosa ha conferma nella stessa parola ebraica Emet (verità) che è composta dalle lettere aleph (א), mem (מ) e tav (ת) – rispettivamente la prima, la mediana e l'ultima dell'alfabeto ebraico – a suggerire che la verità sia un concetto di piena dinamica che dura dall'inizio alla fine (del tempo?).
La verità, in altri termini, sta nel processo di ricerca della verità stessa che non è vista come un punto di chiusura, ma di apertura verso nuove indagini...e verità.
Il Midrash, se tale è, è quindi ein-sof (infinito) perché non si esaurisce mai, ed è epistemico, perché produce sapere anche attraverso immaginazione e parola.
È un metodo di conoscenza che non si limita alla logica razionale, ma la integra con la narrazione, il simbolo e la visione e tecniche di ascolto profondo sulle quali, in questo breve excursus, non potremmo molto soffermarci...lo faremo in seguito.
- Celan e Jabès
Paul Celan, immenso poeta del secolo passato, trasforma il silenzio in parola poetica, facendo della poesia un luogo di rivelazione e ferita, anzi, forse della rivelazione di una fertile ferita.
La sua dunque è poesia di un'apertura – a volte si fa voragine e abisso, altre altezza ed elevazione – alla moltiplicazione del senso, al suo ramificarsi verso un infinito universo interpretativo. In questo senso non possiamo non percepire nella sua produzione non solo una generica influenza del pensiero ebraico tout court, ma di una vera e propria visione midrashica del poetare.
Edmond Jabès, nel Livre des Questions, costruisce in un certo senso un Midrash poetico anch'esso infinito: un commento anch'esso senza fine che richiama la tradizione cabalistica e la trasforma in meditazione poetica. La relazione col pensiero di Idel e Kaplan è del tutto evidente anche se non sono in grado di dirvi se essa si sia creata in modo inconscio per aver attraversato territori comuni, o in modo, al contrario, consapevole e dfrutto di studi.
Entrambi i poeti in ogni caso mostrano come la poesia possa, e forse debba, avere piena funzione e natura epistemica, non semplice ornamento e vezzo di parola, ma strumento di conoscenza e pensiero, capace di generare senso attraverso l’assenza e il frammento, o la frammentazione creata dall'assenza.
- Rilke: meditazione poetica visionaria
Rainer Maria Rilke, nelle Elegie di Duino e nei Sonetti a Orfeo, sviluppa una poetica visionaria fondata sul sogno e sull’immaginazione.
«Poiché il bello non è che l’inizio del tremendo» (Elegie di Duino, I).
Il poeta ci indica un po' in tutta la sua produzione letteraria come la poesia sia capace di darci accesso a una dimensione altra, non riducibile alla logica ordinaria o quantomeno non del tutto traducibile in pensiero ordinario.
Per Rilke, spesso, la poesia è soglia di accesso ad un altrove, una soglia che sembra di poter varcare a condizione di conoscerne le formule che non stanno solo nella Parola ma dalla Parola sono svelate.
Rilke concepisce dunque la poesia come meditazione, certo non in senso formalizzato e ritualizzato, ma come stato mentale di accesso all'altro da sé; una sorta di esercizio spirituale, dunque, che trasforma l’esperienza quotidiana in rivelazione.
La sua opera si avvicina molto all'idea di un Midrash poetico laddove la sua parola in poesia diventa ricerca infinita e tensione verso l’alterità.
- Luzi: dall’Ermetismo alla meditazione filosofica
Mario Luzi esordisce in poesia negli anni '30 del passato secolo non una scrittura segnata da evidenti tratti ermetici: linguaggio essenziale, immagini rarefatte, tensione verso il mistero.
A partire dagli anni Cinquanta la sua poesia muta profondamente e il poeta appare abbandonare in parte la chiusura ermetica e aprire la sua scrittura a una dimensione lievemente più narrativa e dialogica, capace di accogliere in sé storia, filosofia e un pensiero di fortissima rielaborazione.
La sua poesia diventa in un certo senso una sorta di meditazione cosmica, di riflessione sull’essere e sul tempo. In questo senso, Luzi si avvicina alla logica midrashica: ogni sua parola diviene ricerca non solo formale ma di significato, ogni suo verso diviene apertura verso un senso ulteriore.
La sua evoluzione poetica ci mostra come la poesia possa diventare, come si diceva, epistemica a patto di saper rinunciare all'orpello che, sembra di poterlo dire assieme al poeta, può anche risiedere in un eccesso di nascondimento artefatto nella parola.
Certo ermetismo porta con sé sicuramente la fascinazione quasi misterica di una parola mai evidente a sé stessa, ma nei suoi eccessi diviene gioco di parola sulla parola e non permette che una semplice espressione estetica, impedendo di fatto un'indagine filosofica e spirituale.
Credo di poter dire che Luzi abbia segnato questo passo importante nella storia della poesia italiana insegnandoci – mai verbo fu più adatto al grande Maestro – che come nella Cabala – l'autore non l'ha mai frequentata – la parola se appare celata è perchè vive lo sforzo perenne di accogliere in sé la complessità, non per impedirne l'accesso a chi la legge.
- Piccola tesi comparativa
Il confronto tra gli autori citati, pensatori e poeti molto distanti tra loro, mostra tuttavia una convergenza significativa.
Laddove Idel interpreta il sogno come testo fluido e rivelativo, un campo di interpretazioni che richiama la logica midrashica, Kaplan descrive la meditazione come tecnica di conoscenza e immaginazione.
Celan e Jabès, poi, trasformano la poesia in una sorta di Midrash infinito, dove la parola diventa ricerca senza fine, e non solo di sé stessa.
Rilke, pur non ebreo né formatosi nella cultura ebraica, concepisce la poesia come una sorta di meditazione visionaria e di tensione verso l’alterità e Luzi, con la sua evoluzione dall’ermetismo alla meditazione filosofica in poesia, mostra come la poesia stessa possa diventare midrashica essendo ogni parola, nella sua essenza, ricerca, e ogni frammento apertura.
Sogno, meditazione e poesia condividono in questi autori – ma anche in tanti altri – la stessa struttura: sono per loro pratiche di immaginazione che non si esauriscono mai, ma aprono continuamente nuovi spazi di senso all'interprete.
Il Midrash, nella sua etimologia di “ricerca” (darash), diventa un possibile paradigma comune: il sogno è Midrash visionario, la meditazione è Midrash simbolico, la poesia è Midrash infinito e la conoscenza che scaturisce dalle tre cose (meglio se combinate tra loro) non è mai possesso, ma ricerca incessante, dinamica che rivela una verità (Emet) in costante movimento.
Una verità in movimento, come un perenne orizzonte che si sposta ad ogni nostro passo, ci dice tanto.
Anzitutto nella distanza, come per l'orizzonte, ad ogni nostro passo la verità in movimento ci dimostra la sua esistenza, ponendosi come argine all'ansia esistenziale che ci crea il vuoto di significanti immediati.
E poi, nel suo spostarsi assieme a noi, ci continua a dire del valore del cammino percorso e della possibilità di conquistare la verità di nuovi territori da esplorare.
Il Midrash, inteso come ricerca infinita di senso e come metodo epistemico, è dunque uno dei punti di convergenza tra sogno (Idel), meditazione (Kaplan), poesia e visione (Celan, Jabès, Rilke, Luzi).
La sua etimologia – lo si diceva sopra: darash, “cercare” – rivela la natura di questa pratica: non possedere la verità, seguirne senza ansie gli spostamenti, rivelatori di nuovi territori di indagine.
In questo senso, il Midrash è infinito per quei pensatori e poeti, perché non si esaurisce mai, ed è una forma di conoscenza che passa attraverso l’immaginazione, la parola e la visione; non una mera forma espressiva o, ancor peggio, comunicativa.
Il dialogo silenzioso tra Idel, Kaplan e molti poeti del Novecento e precedenti – ne abbiamo citati solo alcuni – mostra come la Cabala non sia solo dottrina, ma anche pratica culturale che integra sogni, poesia e meditazione.
L’immaginazione diventa così il filo conduttore di una tradizione che attraversa secoli e linguaggi, dalla mistica medievale alla poesia contemporanea, e che si configura come una vera epistemologia dell’immaginazione.
Visto, poi, tutto questo con la lente del poeta come possiamo negare a noi stessi che, ogni volta che scriviamo, qualcosa si fissa sul foglio come immutabile e tanto altro, proprio a causa di quella parola "fissata sul foglio" si manifesta come possibile e ancora vivo.
Il passo è possibile solo a condizione che un piede sia fisso e l'altro mobile, in una alternanza senza fine.
E chi mai potrebbe sostenere la non-verità di ogni nostro passo?
Per la redazione de Le parole di Fedro
il caporedattore - Sergio Daniele Donati
BIBLIOGRAFIA BREVE
- Idel, M., Cabbalisti notturni, Adelphi, Milano, 2001, p. 45.
- Kaplan, A., Meditation and Kabbalah, Samuel Weiser, New York, 1982, p. 12.
- Ross, B., “A Poetics of Absence: Kabbalist Allegory in the Poetry of Paul Celan,
- Edmond Jabès, and David Meltzer”, in Allegory Revisited, Springer, 1991, p. 87.
- Jabès, E., Le Livre des Questions, Gallimard, Paris, 1963.
- Celan, P., Poesie, L’Orma, Roma, 1976.
- Rilke, R.M., Elegie di Duino, Insel Verlag, Leipzig, 1923.
- Rilke, R.M., Sonetti a Orfeo, Insel Verlag, Leipzig, 1923.
- Luzi, M., La barca, Vallecchi, Firenze, 1935.
- Luzi, M., Onore del vero, Vallecchi, Firenze, 1957.
- Luzi, M., Nel magma, Garzanti, Milano, 1963.
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