(Redazione) - "La forma che resta”: su Cicatrici di Giovanna Rosadini (Einaudi, 2025) - nota di lettura di Sergio Daniele Donati

Foto di Dino Ignani

Con Cicatrici  (Einaudi, 2025) Giovanna Rosadini ci consegna un testo di notevole finezza, che si muove come un corpo attraversato dal tempo, un corpo che porta i segni della vita, non tanto come reliquie ma come luogo ancora pulsante.
La sua poesia non procede per frammenti isolati, ma per un’onda lunga che ritorna, si increspa, si ritrae, depositando strati di memoria, di perdita, di luce, di Storia. 

È una voce che non teme la complessità emotiva e che, anzi, la assume come condizione naturale del dire, come se ogni verso fosse un gesto di cura rivolto a ciò che resta, a ciò che ancora chiede di essere nominato.
La lingua è limpida, ma non semplice: una limpidezza conquistata e studiata, che nasce dalla precisione, dalla fedeltà al dettaglio, alla parola, che nasce da un’attenzione quasi tattile alle cose. 

La pietra, il vento, la luce levantina, il sangue rappreso, le radici che non trovano più nutrimento: ogni immagine è un frammento di mondo che non vuole essere metafora, ma presenza. 
In questo modo Giovanna Rosadini si colloca in quella linea che da Zanzotto arriva ad Anedda, dove la materia non è mai sfondo ma interlocutrice, compagna di un dialogo che non si chiude. 
E tuttavia, rispetto a questi modelli, la sua voce mantiene una dolcezza ferma, una capacità davvero ammirevole di tenere insieme la ferita e la tenerezza senza che l’una cancelli l’altra.

La tessitura metrica è ovviamente  libera, ma mai arbitraria: Giovanna Rosadini lavora su versi ampi, distesi, spesso endecasillabi irregolari o prossimi all’endecasillabo, che danno al dettato un respiro narrativo senza perdere la tensione lirica. 

In Guardando a est, ad esempio, la sequenza «luoghi / dove il margine è slabbrato» mostra un endecasillabo spezzato, che si apre in enjambement per rendere visibile la frattura che il verso nomina. 

L’enjambement è una delle sue figure più costanti: non un artificio, ma un modo di far sentire la continuità ferita del pensiero, il suo scivolare da un piano all’altro senza soluzione di continuità. 
Anche l’iperbato, usato con discrezione, serve a far emergere la tensione interna del verso, come accade in Madri in guerra, dove «l’anima / cola a picco nella nera vertigine» rende percettibile il movimento discendente della disperazione.

Sul piano timbrico e sonoro, Cicatrici rivela una cura sorprendente. Giovanna Rosadini lavora con una sensibilità acustica che non si impone mai come virtuosismo, ma che sostiene la densità emotiva del testo. 
Le allitterazioni sono spesso morbide, quasi sotterranee, come in Cimiteri (II), dove «svaporare lento dei toni arancio» costruisce una dissolvenza sonora che accompagna quella visiva.
In Corpo che dice tempo, la sequenza «pelle contro pelle scivoliamo nella danza» non è solo un’immagine sensuale: la ripetizione della p e della l crea un effetto di scivolamento fonico che imita il gesto descritto. 
E in Venezia 2020, Queriniana (I), l’incipit «Acqua alchemica che respiri il mondo» si apre con vocali liquide che restituiscono l’ampiezza dell’acqua, mentre la doppia a iniziale produce un effetto di dilatazione timbrica. 
Anche le assonanze contribuiscono a costruire un paesaggio sonoro coerente: in Le cose non esistono più, ma sono accadute per sempre, la vicinanza tra «guasto», «lampo», «tracce», «sangue» crea una trama fonica che lega concetti distanti, come se il suono stesso operasse una forma di sutura.
Accanto a questa cura metrica e timbrica, Cicatrici rivela una struttura interna attentamente orchestrata, che alterna testi lirici distesi, sezioni numerate e prose poetiche di grande intensità. 

La divisione in sezioni — Staring at the Sea,  Essere da un'altra parte, Corpo che dice tempo, Venezia 2020, Queriniana — non è un semplice espediente formale, ma un modo di far respirare il pensiero in movimenti successivi, come se ogni nucleo tematico avesse bisogno di più angolazioni per mostrarsi.  

Le prose poetiche e le parti del testo meno legate a un dire poetico, poi, svolgono un ruolo decisivo. Non sono intermezzi narrativi, né deviazioni dal registro lirico: sono un’altra modalità del respiro, un’altra forma della memoria. 

In testi come Shanghai 1987 o Nostalgia a prestito, la prosa si fa veicolo di una densità emotiva che il verso, da solo, non potrebbe contenere. La frase si allunga, si distende, accoglie dettagli, odori, gesti, come se la memoria avesse bisogno di una forma più ampia per depositarsi. 
E tuttavia, anche nella prosa, la lingua di Giovanna Rosadini resta sorvegliata, musicale, attraversata da un ritmo interno che non è mai quello della narrazione pura, ma di una meditazione incarnata. 
La prosa poetica diventa così un controcanto al verso: non lo contraddice, lo completa. È la zona in cui la memoria si fa racconto, ma un racconto che vibra ancora di poesia, come se la vita stessa, nel suo farsi parola, non potesse rinunciare alla sua parte di canto.

La cicatrice, che dà titolo al libro, non è un simbolo astratto: è la forma stessa del tempo. 
È ciò che resta dopo l’ustione, ma anche ciò che permette di continuare. 
È un rilievo sulla pelle e sulla lingua, un punto in cui il passato non si limita a tornare, ma si fa carne. 
In Nel tempo incarnato del corpo, la frase «la pelle è scritta dalla lingua dei gesti» mostra come Giovanna Rosadini lavori su una retorica dell’inscrizione, dove il corpo diventa pagina e la pagina corpo, in un continuo scambio di ruoli.

È qui che il confronto con Paul Celan diventa particolarmente rivelatore. In un testo come “Corona” (in Mohn und Gedächtnis, 1952), Celan scrive «È tempo che sia tempo» e poco dopo «il mio cuore / va con la neve»: frammenti che mostrano una lingua che si spezza nel momento stesso in cui tenta di dire, una sintassi franta, un ritmo sincopato, un verso che procede per scarti. 
La ferita celaniana è un’apertura che non si rimargina, un luogo in cui il mondo si incrina irrimediabilmente. La cicatrice di Giovanna Rosadini, invece, pur nascendo da un dolore reale, non è un abisso ma un rilievo: non un vuoto che inghiotte, ma un segno che trattiene. 
Dove Celan lavora sulla fenditura, Giovanna Rosadini lavora sulla sutura. La cicatrice è memoria che si è fatta forma, superficie che conserva e insieme protegge. Se la ferita celaniana è un luogo di radicale esposizione, la cicatrice rosadiniana è un luogo di fragile continuità. 
Entrambe, però, condividono la stessa tensione verso una lingua che deve farsi carico dell’indicibile: Celan attraverso la frattura, Giovanna Rosadini attraverso il rilievo. 
È un dialogo sotterraneo, ma sorprendentemente fecondo.
Questa idea della cicatrice come forma del tempo apre anche a una risonanza con il pensiero ebraico, che attraversa il libro in modo discreto ma profondo. 
Non si tratta di citazioni o di riferimenti espliciti, ma di un modo di concepire la vita come riparazione, come se ogni gesto poetico fosse un atto di Tikkun.  
Tikkun è un termine della mistica ebraica che significa “riparazione” o “ricomposizione”: l’idea che il mondo sia frantumato e che ogni azione umana — un gesto, una parola, un atto di cura — contribuisca a rimetterne insieme i frammenti. In questo senso, la cicatrice è già una figura ebraica: non la chiusura della ferita, ma la sua memoria visibile, il segno che trattiene il dolore e insieme lo trasforma. 
Giovanna Rosadini non lo dichiara, ma lo incarna: la sua poesia non cancella, custodisce; non risolve, testimonia.
Allo stesso modo, il libro risuona con un altro concetto fondamentale della tradizione ebraica: lo Zachor, il monito di ricordare. 
Zachor non è un semplice invito alla memoria, ma un imperativo etico: ricordare significa tenere in vita ciò che è stato, impedire che il passato venga cancellato, assumersi la responsabilità di ciò che si tramanda. In Cimiteri, quando Giovanna Rosadini scrive «la patina del tempo sui marmi bianchi», non sta solo descrivendo un luogo: sta compiendo un gesto di Zachor, un atto di custodia. 
La memoria, qui, non è nostalgia: è fedeltà. È un modo di dire che ciò che è accaduto continua a chiedere ascolto, che il passato non è mai definitivamente passato. È una tonalità spirituale che attraversa il libro con discrezione, ma con una forza innegabile.
Il rapporto con la Storia, poi, è segnato da una consapevolezza che ha molto in comune con la tradizione ebraica del trauma come eredità e come compito. In Madri in guerra, l’immagine «l’anima / cola a picco nella nera vertigine» non è solo un verso riuscito: è un modo di dire che la Storia non è un racconto esterno, ma una ferita che attraversa i corpi, che li plasma, che li costringe a una forma nuova. 
È la stessa consapevolezza che attraversa la poesia ebraica del Novecento — da Celan a Sachs — dove la Storia non è sfondo, ma materia incandescente.
Il corpo è forse il luogo più intenso del libro. Corpo che danza, che genera, che ama, che soffre, che si spezza, che ricorda. Corpo come alfabeto, come archivio, come territorio sacro e vulnerabile. 

In Corpo che dice tempo, la sequenza «pelle contro pelle scivoliamo nella danza» mostra un endecasillabo pieno che si apre in un ritmo più liquido, quasi coreografico, come se il verso stesso imitasse il movimento che descrive. Giovanna Rosadini attraversa il corpo con una lucidità che non è mai fredda, con una tenerezza che non è mai sentimentale, e questa capacità di equilibrio è uno dei tratti più riusciti del libro.
I luoghi non sono scenografie: sono memorie incarnate. Venezia è acqua che custodisce e minaccia, la Cina è un tempo sospeso che diventa parte dell’identità, la Toscana è genealogia, infanzia, lutto, ritorno impossibile. In Venezia 2020, Queriniana (I), l’incipit «Acqua alchemica che respiri il mondo» mostra un endecasillabo irregolare che si apre in un ritmo più ampio, come se la frase stessa imitasse il movimento dell’acqua. Ogni luogo è un modo per dire il tempo, per misurare la distanza tra ciò che è stato e ciò che non può più essere.
La voce poetica che attraversa Cicatrici è insieme intima e collettiva. È una voce che parla da un margine, da un “luogo slabbrato”, da un confine tra ciò che è stato e ciò che non può più essere. È una voce che non cerca consolazione, ma verità; una verità che non è mai definitiva, ma che si offre come possibilità, come gesto di cura verso ciò che resta. È una voce che sa che «le cose non esistono più, ma sono accadute per sempre», e che proprio in questo accadere trova la sua forza.
Cicatrici è un libro che non chiude, che non offre soluzioni, ma che apre continuamente varchi. È una poesia che si muove come un respiro ferito, ma ancora vivo, ostinato, necessario. Un libro che non teme la profondità, che non teme la tenerezza, che non teme la verità delle cose quando si mostrano nella loro fragilità. Un’opera, in definitiva, di rara coerenza interiore e di autentica maturità.

PICCOLA POSTILLA "FILOLOGICA" 

L’architettura di Cicatrici rivela una consapevolezza formale che merita una nota filologica. Le sezioni numerate non sono semplici suddivisioni, ma veri e propri dispositivi di modulazione del respiro poetico: ogni numero indica un diverso grado di avvicinamento al nucleo tematico, come se la verità del testo potesse emergere solo per stratificazione. La presenza di prose poetiche, inoltre, non introduce un genere altro, ma amplia il campo metrico: la frase si distende senza perdere la tensione lirica, e la prosa diventa un’estensione naturale del verso. L’intero libro è costruito come un organismo ritmico complesso, dove ogni sezione, ogni variazione di forma, ogni ritorno tematico contribuisce a una struttura di risonanze interne che costituisce la vera unità profonda dell’opera.

NOTIZIE BIOBIBLIOGRAFICHE

Nata a Genova nel 1963, si è laureata in Lingue e Letterature Orientali all’Università di Ca’ Foscari, a Venezia. 
Ha lavorato per la casa editrice Einaudi, come redattrice ed editor di poesia, fino al 2004, anno in cui è uscito, per lo stesso editore, Clinica dell’abbandono di Alda Merini, da lei curato. 
Ha pubblicato la raccolta Il sistema limbico per le Edizioni di Atelier nel 2008, e altri testi poetici in riviste e antologie collettive. Nel 2010 è uscito Unità di risveglio, per la Collezione di Poesia Einaudi, Premio Arenzano. Per lo stesso editore ha curato l’antologia Nuovi poeti italiani 6, del 2012. 
La sua terza raccolta poetica, Il numero completo dei giorni, è stata pubblicata da Nino Aragno editore nel 2014. 
A maggio 2018 la pubblicazione di una nuova raccolta, Fioriture capovolte, ancora per Einaudi editore, Premio Camaiore, cui ha fatto seguito, nel luglio 2019, l’autoantologia con inediti Frammenti di felicità terrena, edita nella collana “Gialla oro” di LietoColle /Pordenonelegge, Premio Merini. 
Nel 2021, per i tipi di Interno Poesia, la silloge In lasse prosastiche
Un altro tempo. Ha vinto la 40ma edizione del Premio Pavese sezione poesia “per la qualità dell’opera” nel 2023. 
La sua ultima raccolta, Cicatrici, è uscita a ottobre 2025 per Einaudi. Ancora più recente la plaquette Impromptu, pubblicata da Ilglomerulodisale a dicembre 2025. Vive e lavora a Milano.
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