(Redazione) - A proposito di "La distrazione che ci rende dissimili" (Controluna ed., 2025) di Carolina Anna Falbo - nota critica d Sergio Daniele Donati
La raccolta poetica La distrazione che ci rende dissimili di Carolina Anna Falbo, pubblicata nel 2025 da Controluna, si presenta come un’opera prima che esplora, attraverso un linguaggio frammentato e denso, le dinamiche della soggettività, della memoria e del rapporto tra corpo e parola.
Il volume, preceduto da una prefazione di Dario
Voltolini, si articola in una serie di testi brevi o medi che
alternano registri nominali, sintassi ellittiche e momenti di
maggiore fluidità ritmica, senza aderire a schemi metrici fissi. Il
titolo stesso suggerisce il nucleo tematico: la distrazione non come
semplice distoglimento
dell’attenzione, bensì come meccanismo che genera dissimilitudine,
sia rispetto agli altri sia rispetto a una presunta unità interiore.
Nella prefazione, Voltolini descrive l’opera attraverso la metafora
delle forze centripeta e centrifuga.
La prima tende verso il caos e l’indifferenziato, la seconda verso
l’astrazione e la solitudine pura. Nel loro equilibrio si genera
un’orbita intorno a un nucleo misterioso, che il critico identifica
con la sensibilità intima dell’autrice o con una contro-Carolina.
Questa lettura fornisce una chiave utile per approcciare i testi, che
spesso oscillano tra immersione nel corporeo e distacco linguistico,
tra confessione velata e gioco fonetico.
I versi non puntano a una narrazione lineare né a una risoluzione
emotiva; piuttosto, orbitano intorno a nuclei tematici ricorrenti
senza risolverli del tutto, lasciando al lettore il compito di
percepire il movimento piuttosto che il centro.
Dal punto di vista tematico, la raccolta indaga
persistentemente la perdita, la memoria
lacunosa e il disagio relazionale.
Sono temi cari alla contemporanea poesia che
l’autrice qui declina in modo interessante e meditato.
In numerosi componimenti emerge, infatti,
il senso di una distanza irriducibile negli incontri umani: il
desiderio viene distratto (forza
centrifuga?), la retorica degli affetti
denudata, il corpo percepito come materia estranea o pesante (polvere
di galassia).
Il tempo, poi, appare
spesso come fatica corporea o plagio,
mentre la famiglia, l’infanzia e i legami domestici sono rievocati
attraverso immagini di vergogna, invidia, rabbia e mortificazione.
Non si tratta di un autobiografismo diretto,
quanto di una esplorazione in cui l’io
si frammenta e si nasconde dietro giochi linguistici o
nominalizzazioni.
La parola stessa diventa oggetto di sospetto e di
attrazione: i testi giocano con assonanze, rotacismi, filastrocche e
permutazioni fonetiche, talvolta privilegiando il suono sul
significato immediato, come se il linguaggio fosse il luogo
privilegiato della dissimilitudine.
Analisi stilistica: lessico, metrica,
ritmo e figure retoriche
Dal punto di vista lessicale, Falbo adotta un
vocabolario stratificato che mescola registri quotidiani e domestici
(cucini, ragù, balcone, cavolfiori)
con termini astratti, tecnici o specialistici (stenosi,
capillarità, rotacismo, metafisica di variazione, denuclearizzate).
Si registrano usi creativi e apparentemente
neologici, come inappassibile
o denuclearizzate,
che producono un effetto di straniamento e sottolineano la tensione
tra concretezza corporea e astrazione concettuale.
Il lessico non è mai neutro: spesso i termini
assumono valenze umorali o psicologiche (veleno,
fango, mortificazione), contribuendo a
una sensazione di disagio fisico e linguistico insieme.
Sul piano metrico, prevale nettamente il verso libero, privo di
schema sillabico o accentuativo fisso.
Le linee variano notevolmente in lunghezza, passando da monosillabi o
brevissimi segmenti a versi più estesi, senza ricorrere a una
metrica tradizionale. L’assenza di rima regolare è compensata da
rime interne sporadiche o da echi sonori che legano i versi in modo
sotterraneo.
Questa scelta metrica rafforza l’impressione di frammentarietà e
di pensiero in divenire, coerente con il tema della distrazione,
donando tuttavia a volte al lettore piccole vertigini e salti nella
lettura, dal difficile recupero, che, tuttavia, appaiono strumentali
proprio alla linea narrativa eletta dalla poeta ed ai temi da essa
narrati.
Il ritmo risulta, quindi,
spezzato e irregolare, determinato soprattutto dagli a
capo frequenti e dagli enjambements
marcati, che interrompono il flusso sintattico e creano pause
significative, lievemente ossessive.
Si alternano momenti di accelerazione (serie di
frasi nominali brevi) e di rallentamento (versi più lunghi e
accumulativi). Pattern ritmici emergono anche da ripetizioni
anaforiche o parallelismi, che conferiscono al testo una cadenza
quasi litanica in alcuni passaggi. Il ritmo mima così il processo
stesso della distrazione: un movimento orbitale, mai lineare, che
procede per attriti e sospensioni.
Per quanto riguarda le figure retoriche, la
raccolta fa ampio uso di assonanze e allitterazioni (fango,
cattivo e fulgente; stillante
a gocce plumbee), che privilegiano la
dimensione fonica e talvolta prevalgono sul significato denotativo.
Il talvolta
di cui sopra si giustifica con l’impressione
che
questo non sia frutto di vera e propria ricerca nella phoné
ma di
una istintiva postura della poeta di fronte ai temi che la raccolta
tratta, quasi una impellenza, dai mirabili esiti, peraltro.
Sono poi presenti
metafore corporee e cosmiche (polvere
di galassia per la materia corporea;
il corpo come pantano
o fango),
antitesi (liberante e imprigionante,
desidero me
contrapposto alla nausea), e personificazioni del linguaggio o degli
oggetti (la Mortificazione
con due gomiti).
Si nota inoltre l’impiego di anastrofe, ellissi
pronominali e accumulazioni nominali che disarticolano la sintassi
convenzionale, producendo un effetto di rarefazione semantica. Queste
figure non sono ornamentali: concorrono a rendere visibile la
tensione tra senso e non-senso, tra urgenza espressiva e gioco
fonetico. Anche in questo gli esiti
appaiono di ottimo livello.
L’opera si inserisce, quindi, nel panorama della poesia italiana
contemporanea per la sua attenzione al corpo e al linguaggio come
luoghi di conflitto e di possibile liberazione. Non propone
consolazioni né proclami; piuttosto, documenta un’esperienza di
scrittura come tensione tra emergenza espressiva e gioco, tra
urgenza e distrazione (tutti
termini quelli qui vicino posti in corsivo da vivere con precisione
etimologica, in questo caso).
La raccolta evita sia il lirismo sentimentale sia l’astrazione
pura, mantenendo un equilibrio instabile che riflette il titolo.
Due testi
a nostro avviso
esemplificativi
Col nostro senso della perdita
Tutto un contrattempo
Decidere di incontrarsi e mantenere la distanza
Distrarre il desiderio
La piena retorica degli incontri
Vengo dal passato o da un’anima che non consente volontà
Infanzia delle azioni
Retorica denudata
Respirare è un compromesso
Buffo muoversi,
siamo sempre guardati
Occhi di rapace
È questa la conoscenza?
Forse è di polvere di galassia la materia corporea pesante
che non decifro, perché è un prodigio e io no
Un blu, un pianto, una fortissima purezza bambina
Non si vorrebbe (mai) perdere l’immagine
così tante volte percepita
Necessariamente amara nella posa del mio aspetto
a pazientare
per imperfezione di pianto
Decidere di incontrarsi e mantenere la distanza
Distrarre il desiderio
La piena retorica degli incontri
Vengo dal passato o da un’anima che non consente volontà
Infanzia delle azioni
Retorica denudata
Respirare è un compromesso
Buffo muoversi,
siamo sempre guardati
Occhi di rapace
È questa la conoscenza?
Forse è di polvere di galassia la materia corporea pesante
che non decifro, perché è un prodigio e io no
Un blu, un pianto, una fortissima purezza bambina
Non si vorrebbe (mai) perdere l’immagine
così tante volte percepita
Necessariamente amara nella posa del mio aspetto
a pazientare
per imperfezione di pianto
Questo testo, come
vedete, esemplifica la tematica della
distanza e della perdita come condizione originaria.
La serie di frasi nominali e l’uso dell’infinito
creano un effetto di sospensione temporale, mentre l’immagine della
polvere di galassia
introduce un registro cosmico che contrasta con l’intimità del
pianto bambina.
La distrazione appare qui come strategia
relazionale (Distrarre il desiderio),
ma genera anche un’amarezza ineludibile legata all’imperfezione
del sé. Ritmicamente, gli a capo
producono pause che accentuano il senso di contrattempo.
Mortificazione
Su lacuna di memoria
conto il corpo degli altri,
il veleno della frustrante apparenza
nelle volte immote riprodotte
Scambio il Primo tempo col pantano
Aborto di rinuncia
e trama di veleno,
stillante a gocce plumbee
La camera, nera, degli umori femminili
fino al colmo perfetto dell’invidia
ninna e conta su niente:
inappassibile fango,
cattivo e fulgente
Io sbadiglio pianto,
dove vale il luogo comune o il prestito
Lì è uno dei deserti
Baratto riposo col riposo
tra i due gomiti della Mortificazione
Il posto è secco arso e vergognoso
Desidero me
Nausea mancata
alla fine del compito
(Ed ancora questo dispetto,
di voce nella mia notte
utile per il mio sonno di testa,
vuota. Non sopporto
Eccede opera di solitudine:
può capitare la distrazione che mi compia dissimile?)
Il componimento ruota intorno al titolo tematico
della raccolta. La mortificazione
è rappresentata attraverso immagini corporee e umorali (veleno,
fango, umori femminili) che si
caricano di valenze psicologiche e quasi alchemiche. Il linguaggio
procede per accumulo e attrito fonetico (inappassibile
fango, / cattivo e fulgente), con
assonanze marcate. Culmina nella domanda finale che riprende
esplicitamente il titolo del libro.
Qui la distrazione non è solo
meccanismo difensivo ma possibilità trasformativa, seppur ambigua,
del sé.
Metricamente, i versi brevi, gli accapo e gli enjambements creano qui un
ritmo incalzante e quasi claustrofobico.
In conclusione, La
distrazione che ci rende dissimili
offre una riflessione controllata e linguisticamente consapevole
sulle fratture della soggettività contemporanea.
Seppure con qualche forzatura lieve dell’effetto,
è una raccolta che mantiene sempre un ottimo equilibrio tra il
significato profondo che veicola e il registro timbrico e sonoro.
L’opera non cerca, dunque,
di colmare i vuoti che esplora, ma li rende visibili attraverso un
movimento orbitale di parole che, pur non raggiungendo un centro
stabile, definiscono uno spazio significativo di indagine poetica.
Per la Redazione de Le parole di Fedro
il caporedattore - Sergio Daniele Donati
Nota bio-biografica
tratta dal sito della Casa
Editrice
Carolina Anna
Falbo nasce a Torino. Si laurea in Lettere con lode a Pisa. Si
specializza in Demoetnoantropologia a Roma e prende un Master in
Editoria a Milano. Da quando è bambina, le dicono che “scrive
bene”.
Finisce per crederci. Crescendo, vede che la scrittura ha una forza
liberante e imprigionante nello stesso tempo. La distrazione che ci
rende dissimili è la sua prima raccolta poetica.

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