(Redazione) - "Bub von Knabensdorf - Nullus" - 02 - a cura di Alessandra Brisotto
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| A cura di Alessandra Brisotto |
Bub von Knabensdorf nasce nel secolo scorso, la data esatta risulta incerta, in una cittadina della Turingia da una nobile famiglia tedesca decaduta.
In seguito al suo atteggiamento scontroso, diretto e non raramente offensivo, perde un posto di lavoro dopo l’altro, cade in disgrazia e si ritrova a vivere sulla strada. Le avventure di Nullus, appellativo che gli viene attribuito fin dalla nascita, le scrive egli stesso in un taccuino alquanto consunto che reca sempre con sé. “Il mio tesoro inestimabile”, lo definisce.
Alcuni capitoli, tradotti dal tedesco all’italiano ne narrano le vicende in ordine sparso, non cronologico.
Il signor von Knabensdorf vive a Francoforte sul Meno, ora qui ora là, a seconda delle stagioni.
Il più delle volte si può incontrare nel quartiere di Sachsenhausen.
(la curatrice - Alessandra Brisotto)
CAPITOLO II
“L’inferno è di ghiaccio”
Mia madre Adelheid, Adelheid Alberta von Knabensdorf, era una donna bellissima, elegante quanto un pezzo di ghiaccio attraversato da un raggio di sole, ciò nonostante integro. I suoi lineamenti spezzati, taglienti e nel contempo irrorati di una rugiada cristallina che accecava e impietriva, si erano costruiti intorno un alone misterioso che la avvolse dalla nascita alla morte.
Chiunque avesse avuto la fortuna o la sfortuna di incontrarla, di scambiarci due parole o solamente di scorgerla, ne restava abbagliato, imbrigliato e ingabbiato per sempre.
Ora che ne parlo mi pare di rivederla riposare nella sua poltrona preferita, dove prima di lei sedeva per ore suo padre, con lo sguardo rivolto al bosco, alle sue colline, braccia avvolte da lana pregiata, morbide e calde come il grembo di una madre.
Non della mia.
La sua terra era la terra di suo padre, del padre di suo padre, del padre del padre di suo padre… del padre… dei nostri avi.
Dalla parte dei padri.
Credo che questa lista di padri, uomini di successo, nobili da generazioni la disturbasse, le gelasse il sangue, la pietrificasse, montagna tra le montagne.
Era lei l’unica figlia del conte Sigfried Alexander Johannes von Knabensdorf. Era, doveva essere l’uomo della famiglia, colei che avrebbe dovuto portare avanti la stirpe del suo casato, perché mio padre, un nobiluomo alquanto interessato all‘alcool e ai suoi effetti narcotici, portava avanti solo il suo cavallo, anzi, si faceva portare da lui, a volte quasi trascinare nel bosco, alla ricerca di qualcosa o qualcuno che lo salvasse da quella lista senza fine di illustri maschi impettiti. Forse voleva semplicemente sfuggire a sua moglie, alla donna che gli era stata imposta come sposa, con la forza di chi schiaccia per non essere schiacciato.
La nostra villa è ancora lì, ad Eisenach, in Turingia, una bellissima città, incastonata tra le colline, protetta da esse e cangiante a seconda delle stagioni.
La mia casa sta ancora lì, sospesa nell’aria che respiravo da bambino e i ricordi che nell’aria ancora ridacchiano o piangono, laggiù, dove ho vissuto, ho fatto i capricci, incendiato le zanzare morte, acchiappato le farfalle rimaste e dormito nell’erba rumorosa.
Se ci vorrei ritornare? Non lo so. Ho paura di rivedere mia madre, alla finestra di quella casa, di scorgerla dietro le tende ad aspettarmi per condurmi all’inferno con lei. Non ci voglio andare all’inferno, né con lei, né da solo. Perché l’inferno non è caldo, bollente, ma gelido. Questo lo so bene, l’ho imparato già da bambino.
L’inferno è di ghiaccio. Non si scioglie mai.
Eppure lo cerco, lo so, in ogni inverno, qui seduto ad osservare i passanti benvestiti, non per intero, solamente le loro scarpe e le gambe. Non mi azzardo di levare la testa più in alto, di sfiorare i loro sguardi, gli occhi compassionevoli di chi non sa.
Qualcuno mi potrebbe riconoscere, riconoscere in me il conte Bub von Knabenshausen, quell’uomo elegante e sobrio, che per molti anni si è distinto nella sua città, nell’intera Turingia. Occhi portatori di ricordi, di affetti, di preoccupazioni, responsabilità mastodontiche che non mi sono mai appartenute, restatevene lontani da me, andatevene! Non vi sopporto!

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