(Redazione) - Tre poesie inedite di Valbona Jakova - con nota di lettura di Sergio Daniele Donati

 

Nei tre testi presentati, Valbona Jakova conferma una voce poetica che unisce immaginazione visionaria, radicamento mitico e una forte tensione interiore. La sua poesia non descrive: accade. Ogni immagine è un varco, ogni gesto un rito, ogni figura un’emanazione di un mondo che non è mai solo naturale o solo psichico, ma una loro continua intersezione.
Autunno” è un piccolo poema iniziatico. Le foglie che “si spogliavano… come concubine davanti a Re Sole” aprono un teatro barocco, sensuale, quasi sacrale. L’autunno diventa un luogo di apparizioni, di veli che cadono, di chimere che si rivelano. L’immagine dello “spirito” che “ti aveva strappato l’ombelico” è una delle più potenti dell’intero testo: fonde nascita, perdita e vocazione, come se l’io fosse stato separato dalla propria origine per essere consegnato a un destino di visioni. La seconda parte del testo è un catalogo di incapacità iniziatiche (“non sapevi passeggiare… non sapevi respirare…”): l’io non è ancora pronto a entrare nei “giardini dello spirito”, non sa ancora abitare la montagna consacrata al vento. Il finale, con il riflesso nelle “parole voragini”, chiude il cerchio: la poesia è il luogo dove l’io si specchia, dove la notte diventa bellezza e abisso.
Mi ha piegata” è una poesia di immersione e resa. L’acqua è forza che piega, trascina, annulla e insieme rigenera. Il tuffo “in acque profonde” non è un gesto fisico, ma un’esperienza metafisica: l’io sente “la sua onnipotenza”, una legge che non è naturale ma spirituale. La corrente porta via “l’azzurro del cielo”, e questa sottrazione cromatica diventa sottrazione identitaria. La “spada dell’obbedienza” è immobile, ma la voce — flebile — ferisce comunque. Il testo procede come un naufragio lento: l’io si consegna alle acque, segue il “naufragio dei ricordi”, approda a un “mare in coma”. Eppure la poesia non si chiude nella perdita: il bacio con l’oblio, “come si bacia la vita con la morte”, è un gesto di riconciliazione, un patto con la fine per poter rinascere. Il “nido” finale è un ritorno possibile, un luogo che non è più quello di prima ma che può ancora accogliere.
Tra lo stare e l’andare” è la più concettuale delle tre poesie, ma non per questo meno vibrante. Qui Valbona Jakova lavora su un’antitesi esistenziale: stare/andare, radicamento/fuga, sogno/consapevolezza. Il viaggio è “nella continuazione”, tra rotaie rumorose e voleri contrastanti: il movimento non è lineare, è oscillazione. Lo “stare” viene definito attraverso immagini di chiusura e protezione (“la grotta nascosta nel cuore”), ma anche di elevazione (“il cuore nascosto nel cielo dei sogni”). Il dormiveglia è un luogo intermedio, dove la coscienza gracchia, ride, ronza: un territorio liminale, quasi sciamanico. La poesia si chiude con una definizione folgorante: “lo stare è il magnetismo verticale”, un crogiolarsi nella terra, una costrizione tra fiori e spine. È un testo che lavora sulla dialettica tra immobilità e desiderio, tra gravità e aspirazione, tra peso e slancio.
Nel complesso, questi tre testi mostrano una poetessa pienamente consapevole dei propri strumenti: la metafora come rivelazione, il ritmo come respiro, la natura come specchio dell’interiorità, la memoria come forza generativa. Jakova costruisce paesaggi che sono sempre anche stati dell’anima, e stati dell’anima che diventano paesaggi. La sua poesia è un continuo attraversamento di soglie: tra visibile e invisibile, tra corpo e spirito, tra perdita e rinascita.

il caporedattore Sergio Daniele Donati

TRE POESIE INEDITE 

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Autunno

Spogliavano il tronco,
come le concubine
davanti a Re Sole, le foglie
della foresta, e lasciavano cadere
per terra i loro veli, che in autunno
si confondevano velocemente
con i rari colori del tramonto.

Al crepuscolo, veli e foglie stese,
diventavano tutte nero tappeto
aspettando il tuo passo audace.

Ti aveva strappato l’ombelico
uno spirito, e tu forse non sapevi
che aveva piantato i tuoi occhi
in ogni foglia caduta, in ogni tronco
della foresta, in ogni crepuscolo,
in ogni velo trasparente e ti chiamava
per vedere nuove apparizioni
spogliarsi nude,

A volte chimere gemelle,
e trapiantarle
in sagome di una tua memoria
che rimaneva nell’oggi, sempre,
come un’infanzia che non svanisce mai.

Così tu non sapevi passeggiare
nei giardini dello spirito,
non sapevi attraversare
i sentieri dell’anima,
non sapevi contare i passi
dell’attesa,
tu non sapevi respirare
l’unico fiato della montagna,
consacrata al vento,
non sapevi baciare il suo collo
scoperto al sole,
non volevi accarezzare la chioma
dei suoi pini.

Ti spaventava la secolare incendiaria
veemenza.

Ti specchiavi solo
nel riflesso seducente
delle casuali parole voragini,
buie…
belle come la notte!
___
Mi ha piegata

Mi sono inchinata
da un tuffo
in acque profonde
come se sentissi
la sua onnipotenza
o le sue leggi a piegarmi.

Nelle mie immagini d’amore
vedevo l’azzurro del cielo
che, insieme a me, la corrente portava via
e tutta la sua trasparenza
mi rendeva inerte.

Era immobile la spada
dell’obbedienza,
flebile la sua voce
l’ho sentita lo stesso
non come lamento,
più come ferita.

Mi sono consegnata
alle acque seguendo
il naufragio
dei miei ricordi
e con loro ho raggiunto
un mare in coma.

Per averli di nuovo,
di nascosto, mi sono
baciata con l’oblio
come si bacia
la vita con la morte
e ho chiuso gli occhi
sognando di trovare
quello che avevo perso,
il rinascere del mio nido.
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Tra lo stare e l’andare

Viaggio nella continuazione
tra rumorosi rotaie e contrastanti
voleri e abbandoni.

Lo stare è la fuga con la grotta
nascosta nel cuore,
con il cuore nascosto nel cielo
dei sogni.

Il dormiveglia è la risata fluttuante
di un verso sarcastico, il gracchiare
di una consapevolezza ronzante,
il turbinio devastante dell’anima.

Lo stare è il magnetismo verticale,
il crogiolarsi al letto della terra,
costrizione permanente tra fiori e spine

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NOTE BIOBIBLIOGRAFICHE

Valbona Jakova è una poetessa e traduttrice albanese nata a Tirana. Figlia di Frano Jakova, compositore e figura di rilievo culturale nell’Albania del dopoguerra, è nipote del drammaturgo Kolë Jakova e dei politici Tuk e Filip Jakova. Mediatrice culturale e linguistica, ha tradotto in italiano Pablo Neruda, Giuseppe Ungaretti, Umberto Bellintani, Beppe Costa, Jack Hirschman e testi teologici di padre Livio Fanzaga.
Nel 2010 pubblica in Italia La tempesta delle ore, vincitrice del secondo premio AlberoAndronico, ripubblicata nel 2016 in versione bilingue. Nel 2019 esce I tre porcellini e i porcellini migranti (Veliero Editrice). Nel 2020 pubblica Richiamare al bene (Gilgamesh Edizioni), premiato nel 2024. Nel 2023 ottiene il secondo premio al concorso “Un Ponte di Parole” con I viaggi di una mediatrice culturale. Con Sul crinale del cuore vince il Primo Premio al XL Premio Firenze – 2023. Nel 2025 traduce La figlia di Pangea di Alfred Duka.
Ha tradotto numerosi poeti contemporanei albanesi e collaborato con Francesca Gallello Italo Nel Gomez e Nikollë Loka per diverse edizioni bilingui. È tra i fondatori del “Movimento dal Sottosuolo” e vincitrice di numerosi premi internazionali. Le sue poesie sono presenti in molte antologie.

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